Perché sul deficit dell’Italia si gioca la grande partita europea tra élite e sovranisti

La tensione di queste settimane tra la Commissione europea e il governo giallo-verde riguarda il futuro della UE dopo le elezioni di maggio. Contro i "populisti" si schiera l'élite sinora dominante a Bruxelles.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La tensione di queste settimane tra la Commissione europea e il governo giallo-verde riguarda il futuro della UE dopo le elezioni di maggio. Contro i

Lo spread BTp-Bund si è chiuso ieri a 306 punti base per la scadenza a 10 anni, con i rendimenti decennali ad essersi impennati al 3,60%. Considerando che la Spagna continui a offrire per i suoi Bonos solo l’1,60% e che il Portogallo non arrivi nemmeno al 2%, capiamo benissimo quanto la situazione sia grave e rischi di sfuggirci definitivamente di mano. In condizioni politiche “normali”, la tensione sui mercati contro i nostri titoli di stato non sarebbe mai esplosa a questi livelli. Contrariamente al 2011, quando l’Italia venne presa di mira sui timori di un imminente collasso dell’Eurozona dopo i salvataggi di Grecia, Irlanda e Portogallo, stavolta le condizioni esterne al nostro Paese appaiono tutt’altro che allarmanti. Come dicevamo, persino la periferia dell’unione monetaria continua a rifinanziarsi a tassi bassissimi, per cui il problema sarebbe (ancora) solo italiano. In effetti, a creare le premesse per una speculazione efficace sui BTp è proprio la guerra di parole tra Bruxelles e Roma sul deficit dell’Italia fissato nella manovra di bilancio.

Spread e deficit, la sceneggiata dell’Europa per costringere Draghi a continuare con il QE

Ripetiamo, in condizioni politiche ordinarie, sarebbero bastati toni pur severi, ma al contempo rassicuranti, da parte dei commissari europei sul nostro Paese per evitare una nuova crisi dello spread. Invece, sembra proprio che la UE giochi per accrescere al massimo la pressione sul governo Conte, inducendolo o a riscrivere la legge di Stabilità secondo i suoi dettami o ad alzare bandiera bianca e dimettersi. In entrambi i casi, Bruxelles dimostrerebbe ai cittadini europei che i partiti populisti sarebbero irresponsabili e “stupidi”, per usare le parole di ieri del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker.

La resistenza degli euro-crati contro i populisti

Poiché Lega e Movimento 5 Stelle non si convincono con le buone, allora con le cattive bisogna obbligarli a cedere, quando mancano 7 mesi alle elezioni europee. Tra le due parti si sta giocando una prova di resistenza, a chi dura di più. I mercati lo hanno capito e per questo trovano terreno fertile nel puntare contro i nostri BTp, pur non credendo, almeno non la maggioranza degli investitori, che l’Italia andrà in default o uscirà dall’euro. Se così fosse, infatti, la crisi lambirebbe il resto del Sud Europa, Portogallo e Spagna per primi. Invece, sta restando confinata al nostro Paese, segno che non sarebbero le paure a muovere i rendimenti verso l’alto, quanto le scommesse su un deterioramento dei rapporti già infimi tra Palazzo Chigi e Commissione, che giustifichi le vendite di queste settimane.

Per spiegare meglio, i mercati funzionano così: se vuoi puntare al rialzo o al ribasso su un titolo, nel breve termine non è necessario che i fondamentali giustifichino la tua mossa, bensì che anche gli altri si convincano che sia quella giusta. Dunque, se anche non credi che l’Italia sia sull’orlo del default o di uscire dall’euro, puoi ugualmente vendere i suoi bond, se le tensioni politiche portano a pensare il resto del mercato che sarebbe opportuno scommettervi contro e non a favore. In questo senso, la speculazione sta aiutando i commissari. Non esiste alcuna combutta tra finanza e Bruxelles, ma semplicemente i toni esasperati di quest’ultima agevolano i piani della prima e mettono in difficoltà oggettiva Roma, che per arrivare alle agognate elezioni europee dovrà prima compiere una faticosa traversata nel deserto, tra le bombe sganciate dagli investitori contro il suo debito sovrano.

Perché lo spread a 300 punti non segnala ancora né rischio default e né uscita dall’euro

La partita è serissima più che mai. In gioco ci sono sia la salvaguardia delle politiche di austerità fiscale su cui è stata impostata sinora la politica economica europea, sia la sopravvivenza di una classe dirigente nel Vecchio Continente, che per dirla con Luigi Di Maio, fiuta il rischio di sparire dopo le elezioni di maggio. Gli equilibri politici su cui reggono le istituzioni comunitarie sono due: l’asse franco-tedesco da una parte e l’alleanza tra popolari e socialisti dall’altra. Il primo formalmente regge, ma sembra ormai la sommatoria di due leadership alla frutta. Emmanuel Macron si mostra finito di gaffe in gaffe, quando ancora gli manca un anno per arrivare a metà mandato; la cancelliera Angela Merkel non riesce più nemmeno a imporre il capogruppo al suo partito. La seconda vacilla vistosamente: il centro-destra è incalzato alla sua destra dall’avanzata “sovranista”, mentre i socialisti praticamente sono spariti da quasi tutte le competizioni nazionali, resistendo in Portogallo e, peraltro, su posizioni contrarie all’austerità.

Obiettivo: governare l’Europa

Matteo Salvini, a cui non manca l’ambizione, punta al boccone grosso: la Commissione. Egli intende sparigliare le carte e raggruppare tutte le formazioni populiste europee per quasi costringere il PPE a porre fine all’alleanza con la sinistra, spostandosi a destra. La prospettiva non dispiace a Manfred Weber, candidato presidente della Commissione per i popolari, bavarese e stretto collaboratore della cancelliera, noto per le sue posizioni conservatrici. Dentro al PPE, sarebbero per questa linea sia il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, sia il premier ungherese Viktor Orban. Contraria proprio la Merkel, ma che si accingerebbe al pensionamento. Se populisti e popolari si alleassero per governare l’Europa, sarebbe la fine di un’era. L’asse franco-tedesco, alle attuali condizioni, si sgretolerebbe, dato che proprio Macron si è autodefinito il nemico dei populisti e non a caso sbraita quasi quotidianamente contro il nostro governo, in preda all’isteria. La stessa cancelliera si ritroverebbe ad essere leader della principale economia continentale e ostile al nuovo corso di Bruxelles.

L’Italia giallo-verde si sostituirebbe, almeno temporaneamente, alla Francia macroniana per trovare un’intesa con la Germania, visto che da sola Berlino non potrà andare da nessuna parte. Cambierebbero i paradigmi stessi su cui è stata impostata la politica europea negli ultimi anni. Più che un addio all’austerità, sarebbe la fine della continua cessione di sovranità degli stati alla UE: niente completamento dell’unione bancaria, niente integrazione nell’Eurozona come da proposte di Macron. E i tedeschi sarebbero tutt’altro che insoddisfatti di evitare la condivisione dei rischi bancari e sovrani. Resta un problema: e l’Italia, già da anni nel mirino dei mercati sui timori per la sostenibilità del suo debito, si gioverebbe di una “ri-nazionalizzazione” della politica economica nella UE? La risposta dipende dal futuro della BCE. Se dovesse restare una banca centrale sprovvista della possibilità di agire come prestatore di ultima istanza, la tensione tra gli investitori monterebbe ulteriormente. Se, invece, Francoforte dovesse essere riformata in tal senso, la musica cambierebbe.

C’è un ostacolo grosso sulla strada di questo cambiamento: la Germania, contraria da sempre all’ipotesi di una BCE che garantisca i debiti nazionali. Insormontabile? Probabilmente no, se da Bruxelles si arrivasse a un accordo complessivo, per cui all’istituto fossero concessi maggiori margini discrezionali di intervento per sventare sul nascere singoli casi di crisi e in compenso verrebbe meno la prospettiva di condivisione dei rischi e degli oneri nell’area per le banche e i debiti sovrani. I contribuenti tedeschi verrebbero rassicurati, anche se continuerebbe ad aleggiare lo spettro di una BCE monetizzatrice proprio dei debiti sovrani. In realtà, succede già da anni con il “quantitative easing”, si tratterebbe solo di codificarlo formalmente, così da far capire ai mercati che sfidare Francoforte non conviene. E con un minimo di disciplina fiscale obbligatoria per tutti gli stati membri, le probabilità di nuove crisi degli spread crollerebbero.

E se la Commissione UE sotto sotto tifasse Salvini contro i 5 Stelle per salvare l’euro?

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, Politica, Politica Europa, Spread