Perché Sergio Marchionne anche in fin di vita divide gli italiani tra opposte tifoserie

Sergio Marchionne è in condizioni di salute disperate. La sua carriera di manager in Fiat viene sottoposta ai raggi X dalla stampa e oggetto persino di insulti sui social e tra i quotidiani. Ecco perché il manager in pullover divide così tanto, pur in fin di vita.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Sergio Marchionne è in condizioni di salute disperate. La sua carriera di manager in Fiat viene sottoposta ai raggi X dalla stampa e oggetto persino di insulti sui social e tra i quotidiani. Ecco perché il manager in pullover divide così tanto, pur in fin di vita.

Le condizioni di salute di Sergio Marchionne sono definite “gravissime” e “irreversibili” dalle scarne informazioni che giungono dalla clinica in Svizzera, dove l’ex ad Fiat Chrysler è ricoverato e sarebbe in coma irreversibile. Sui social e persino tra la grande stampa è in atto una “guerra” mediatica tra opposte tifoserie, che è sfociata in qualche caso negli insulti, tanto più sgradevole, se si considera che sono rivolti a una persona che lotta per sopravvivere e verso cui servirebbe più il silenzio che analisi spesso improvvisate sui 14 anni del manager alla guida della casa automobilistica italo-americana. Come mai un dirigente d’impresa suscita tanti sentimenti contrapposti, manco se fosse un uomo politico?

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Per capirlo, dovremmo forse tornare indietro con la mente a quel 2004, anno in cui uno sconosciuto (al grande pubblico) italo-canadese si ritrova a guidare una società praticamente decotta e che si reggeva in piedi su operazioni di pura finanza. In breve tempo, egli cercò di gestire al meglio contratti come la put option siglata nel 2000 con General Motors, il prestito convertendo da 3 miliardi con 8 banche creditrici e lo swap Ifil (ex Exor) con cui la famiglia Agnelli riuscì rocambolescamente a non perdere il controllo di Fiat.

Inizialmente, Marchionne si dimostrò un manager certamente preparato alle grandi sfide che lo attendevano, ma il suo profilo di rottura con il passato emerse solo negli anni successivi. Nel 2008, tentava (senza successo, per l’ostilità del governo tedesco) di rilevare Opel, mentre un anno dopo trattava con l’amministrazione Obama appena insediatasi l’acquisto di Chrysler, operazione che se fosse stata ventilata solo qualche anno prima sarebbe stata accolta da risate a scena aperta. Invece, il manager in pullover riuscì nel miracolo di trasformare Fiat da preda di second’ordine a predatrice. L’operazione fu completata nel 2014, quando il Lingotto ottenne il 100% di Detroit, rilevando le quote residuali ancora in mano ai sindacati del fondo Veba.

Perché Marchionne ha diviso gli italiani

Sin qui, nulla che potrebbe indispettire o dividere gli italiani. In realtà, Marchionne si fece tanti nemici e suscitò grandi aspettative sul fronte domestico. Con i sindacati italiani avviò dure trattative e a differenza di tutti i suoi predecessori, al centro del negoziato pose solo ed esclusivamente gli obiettivi aziendali. Per la prima volta, considerazioni di ordine politico, sociale e macro-economico rimasero del tutto estranee ai faccia a faccia con i rappresentati dei lavoratori. Lo scontro con la Fiom è stato durissimo, con accuse reciproche di slealtà e senza che l’ad abbia mai compiuto un passo indietro per venire incontro alle richieste della controparte.

Lo stabilimento di Termini Imerese, in Sicilia, viene dismesso per l’incapacità di reggere la sfida della produttività, quello campano di Pomigliano d’Arco subisce una profonda ristrutturazione e per migliaia di dipendenti arriva la cassa integrazione, a Melfi viene annunciato per il prossimo mese lo stop alla produzione della Punto dopo 25 anni. Anche aspetti apparentemente secondari, come la gestione della pausa pranzo, sono oggetto degli interventi di Marchionne, i cui unici obiettivi diventano il recupero della produttività, l’abbattimento dei costi e la capacità di sostenere la concorrenza. L’opinione pubblica italiana si divide tra sostenitori del nuovo corso e quanti, invece, rimproverano all’azienda di avere spesso preso a piene mani dallo stato senza adesso avere riguardo per l’impatto delle sue decisioni sul tessuto socio-economico nazionale.

Marchionne non indispone solo i sindacati, bensì pure il resto del mondo industriale tricolore. Nel 2010, l’annuncio-choc: Fiat uscirà da Confindustria. Motivo? La confederazione ha modelli contrattuali e relazionali con il sindacato abbastanza rigidi e tali da non consentire un adeguato rinnovamento nei processi aziendali. Per Viale dell’Astronomia, è una perdita d’immagine clamorosa. Il resto è quasi cronaca: spostamento della sede legale di FCA – questo il nome della società post-fusione – in Olanda, di quella fiscale a Londra, quotazione a New York e a Piazza Affari solo una secondaria. Ognuna di queste decisioni è stata assunta e giustificata da Marchionne con estrema lucidità: la legislazione olandese agevola il mantenimento del controllo nelle public companies, il fisco britannico fa risparmiare tasse e il mercato finanziario americano è il più liquido al mondo e consente, quindi, alla società di contenere i costi delle operazioni di rifinanziamento.

Chi è stato Marchionne alla Fiat?

E’ stato un capitano d’industria cinico e indifferente alla sorte dei lavoratori o ha salvato migliaia di posti di lavoro, pur dovendone tagliare parecchi, evitando che Fiat scivolasse inevitabilmente verso il baratro a poco più di un secolo dalla sua nascita? E oggi come oggi potremmo considerarlo un uomo-simbolo di quella globalizzazione economico-finanziaria tanto avversata dal vento “populista” in Occidente o espressione delle migliori energie, capace di innovare e di internazionalizzare una realtà altrimenti destinata a rimanere di dimensioni prettamente domestiche e, pertanto, a mancare all’appuntamento con il futuro? Forse, la più grande eredità che ci lascia Marchionne è quella sua comprensione proprio del futuro, con la convinzione che nell’era della globalizzazione saranno non più di 4-5 i player mondiali nel settore automotive. E FCA, nelle sue volontà, dovrebbe ancora integrarsi con un altro grande gruppo, tanto che negli ultimi mesi si era parlato, addirittura, di un’attenzione particolare verso Volkswagen, smentita seccamente da Wolfsburg.

Marchionne resterà forse a lungo un personaggio divisivo nel dibattito italiano, perché sono diversi i punti di vista dai quali il suo lungo operato può essere giudicato: dall’evoluzione dei conti aziendali, dal colpaccio su Chrysler, dal rilancio della 500, dalle relazioni industriali, dal rapporto con l’Italia, dai livelli occupazionali nei vari stabilimenti, dal lato degli azionisti, etc. Su di lui, tuttavia, gravano e graveranno i pregiudizi di quanti rimpiangono il modello consociativo, per il quale gli interessi aziendali venivano sacrificati sull’altare di quelli politici e della pax sociale, magari dietro la compensazione di aiuti di stato con incentivi a gogò, che alla lunga avevano ridotto Torino in una parassitaria società partecipata pubblica.

Forse, tutto questo sarebbe finito ugualmente senza il manager, perché la crisi aziendale avrebbe reso inevitabile un cambio di rotta. In fondo, un ventennio prima che Marchionne arrivasse alla guida della Fiat, la “marcia dei 40.000” aveva posto fine all’era degli scioperi e del sindacalismo esasperato, aprendo una fase di relazioni più equilibrate tra azienda e lavoratori. Ma il destino ha voluto che la “rivoluzione” salvifica fosse incarnata da un uomo nato nel chietino da un padre carabiniere e una madre esule istriana, migrato da giovane in Canada e che alla età di soli 66 anni rischia di concludere la sua esperienza terrena, attorniato dalla compagna Manuela e dai due figli, lontano da polemiche che svelano il lato meschino dell’umanità.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia

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