Perché se l’America di Trump entrasse in crisi a saltare sarebbe la BCE di Draghi

La Federal Reserve si prepara a contrastare una prossima crisi, mentre la BCE sarebbe quasi del tutto impreparata a un simile scenario a breve. Ecco il rischio che aleggia sull'euro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Federal Reserve si prepara a contrastare una prossima crisi, mentre la BCE sarebbe quasi del tutto impreparata a un simile scenario a breve. Ecco il rischio che aleggia sull'euro.

In un discorso pronunciato all’inizio della settimana in Argentina e reso pubblico giovedì, il membro non votante della Federal Reserve, Charles Evans, ha sostenuto la necessità che i tassi USA vengano aumentati “fino al livello neutrale e probabilmente un po’ oltre”. Il banchiere centrale americano stima tale livello al 2,75%, mentre le analisi degli stessi funzionari dell’istituto variano da un minimo del 2% a un massimo del 3,5%. Che cos’è il tasso neutrale? E’ quella percentuale per cui gli interessi non stimolano e non deprimono l’economia. Attualmente, la Fed fissa i tassi nel range 1,75%-2%, ma al prossimo board di fine mese dovrebbe alzarli al 2-2,25% e il mercato si attende una nuova stretta di un quarto di punto percentuale entro la fine dell’anno. Dunque, servirebbero altri 3-4 rialzi dello 0,25% ciascuno per tendere a quella normalizzazione monetaria perseguita da Evans, il quale spiega la sua posizione con la necessità per la banca centrale di Atlanta a dotarsi di strumenti adeguati nel caso di spinte deflattive, oltre che per l’inflazione “inaccettabilmente superiore al target del 2%” fissato dall’istituto.

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Andando al succo del discorso di Evans, la Fed dovrebbe continuare ad alzare i tassi per non ritrovarsi sfornita di strumenti con cui combattere un’eventuale nuova crisi, oltre che per ragioni di mandato in sé. Se questa fosse una motivazione determinante per il prosieguo della stretta monetaria americana, sarebbe il caso che ci concentrassimo sull’Eurozona, dove i tassi restano azzerati e gli stimoli non sono ancora nemmeno cessati, per quanto gli acquisti di bond realizzati con il “quantitative easing” dovrebbero concludersi alla fine di quest’anno.

Le grane della BCE con una crisi USA

In un nostro articolo precedente vi abbiamo spiegato come un’eventuale crisi dell’economia americana trascinerebbe quasi immediatamente anche l’Europa in recessione, com’è stato negli ultimi decenni, date le forti relazioni commerciali e finanziarie tra le due sponde dell’Atlantico (le esportazioni nette UE negli USA superano i 150 miliardi di dollari all’anno). Questo significa che, pur essendo l’economia americana in crescita da ben 9 anni e mezzo contro il nostro ciclo positivo (disomogeneo) da appena un quinquennio, rischiamo di subire i tempi dell’America, con una differenza notevole: la Fed avrebbe molto più spazio della BCE per contrastare la crisi ed eventuali minacce di deflazione, visto che potrebbe tagliare i tassi di almeno 200 punti base, stando ai dati attuali, sempre che non volesse adottare persino tassi negativi come il Giappone e la Svezia. Inoltre, potrebbe riesumare il QE per tornare ad acquistare Treasuries e obbligazioni private per iniettare liquidità sui mercati e indebolire per tale via il dollaro.

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A Francoforte, la situazione sarebbe alquanto diversa. I tassi già a zero non avrebbero granché spazio di manovra. Sì, ormai è entrata nel novero delle possibilità una loro discesa in territorio negativo, ma certamente parliamo di pochi decimali, sempre che un governatore dopo Mario Draghi volesse spingersi così oltre. Ricordiamoci, ad esempio, che sui depositi overnight delle banche gli interessi sono già negativi e fissati al -0,4%. Anche la BCE si muoverebbe per un nuovo ciclo di QE, ma l’impatto sarebbe molto meno avvertibile nell’Eurozona, visto che ancora sono in corso gli acquisti di bond e che i rendimenti sovrani “core” risultano già essere ai minimi storici e mediamente azzerati lungo la curva delle scadenze. Basti pensare che un Bund a 2 anni offre circa il -0,60% contro il 2,65% dell’omologo Treasury. In pratica, il maggiore accomodamento monetario della BCE non scalfirebbe granché i mercati, contrariamente a quello della Fed. In teoria, ciò porterebbe a un apprezzamento del cambio euro-dollaro, altro fattore di allarme per la ripresa della nostra economia e per la stabilità dei prezzi, poiché ridurrebbe il costo dei beni importati, potenzialmente facendoci scivolare in deflazione.

Se questo scenario si verificasse, scordiamoci i tecnicismi attorno ai quali è stato varato il QE a inizio 2015, come la percentuale massima di detenzione dei bond per ciascuna emissione o in rapporto al debito pubblico nazionale complessivo. La BCE sarebbe costretta a comprarsi i titoli del debito dell’area in quantità e a condizioni tali da fare impallidire gli stimoli sin qui messi in atto, anche perché alla prossima crisi, se arrivasse da qui a breve, l’euro rischierebbe di saltare in aria per l’accentuazione della frammentazione finanziaria all’interno dell’unione monetaria, con spread in allargamento e capitali in fuga dalla periferia verso il nord. Tenere assieme un quadro del genere non sarà facile, specie se non si dispongono di strumenti credibilmente sufficienti nella famosa “cassetta degli attrezzi”. Sarà anche per questo che la Germania ha rinunciato a presentare un proprio candidato per la successione a Draghi alla guida della BCE?

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Argomenti: Bce, bolla finanziaria, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia USA, Fed, quantitative easing, rendimenti bond, stimoli monetari, tassi USA