Perché Salvini non vuole sforare il deficit al 3% e fa scendere lo spread

L'Italia rispetterà il tetto sul deficit, rassicura Matteo Salvini. Il leader della Lega e ministro dell'Interno sta giocando una partita che va oltre Roma.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Italia rispetterà il tetto sul deficit, rassicura Matteo Salvini. Il leader della Lega e ministro dell'Interno sta giocando una partita che va oltre Roma.

Sono arrivati segnali rassicuranti dal vice-premier Matteo Salvini sui conti pubblici. Niente sforamento del tetto sul deficit al 3% del pil, ma probabilmente si attesterà “poco oltre il 2%” nel 2019. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, aveva parlato di un disavanzo attorno all’1,5%. In teoria, l’Italia si era impegnata con Bruxelles a farlo scendere allo 0,8%, dimezzandolo rispetto a quest’anno. Nessuno, però, immagina anche solo lontanamente che tale obiettivo venga rispettato, in quanto sarà oggetto di rinegoziazione con la Commissione europea. Sulla legge Fornero, il leader leghista ha aggiunto che sarà introdotta dall’anno prossimo “quota 100 per tutti”. Significa che la somma dell’età anagrafica e degli anni di contribuzione dovrà essere almeno pari a 100. Il costo dell’operazione non è stimabile a priori, dipendendo dalle modalità concrete di attuazione. Una cosa sarebbe, ad esempio, imporre un’età anagrafica minima (64 anni?), un’altra prescindere da essa. Una cosa accettare tutti i contributi, un’altra porre un limite (2 anni?) a quelli figurativi validi per andare in pensione prima dei 67 anni altrimenti previsti.

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Con i paletti, lo stato potrebbe finire per spendere non più di 3 miliardi, meno dello 0,2% del pil. E si consideri che parte dell’aggravio sarebbe finanziato dal superamento dell’Ape social, assorbita da quota 100. Anche sul reddito di cittadinanza, Salvini è stato chiaro: sì, se funziona come nel modello svizzero e britannico, per cui il beneficiario perde il diritto con il rifiuto di due offerte di lavoro. E sulla “flat tax”, si parte molto probabilmente dalle partite IVA, alle quali verrà esteso il beneficio dell’Irpef al 15% fino a redditi lordi annui di 100.000 euro. Parola d’ordine: durare tutta la legislatura. Una rassicurazione per il governo? No, semmai il tentativo di fare passare il messaggio che le promesse elettorali dovranno essere realizzate in 5 anni e non in 5 mesi. Tutto e subito non sarebbe possibile, mentre inizia a passare la linea del “gradualismo”.

I mercati finanziari hanno apprezzato non poco la “svolta” salviniana: rendimenti decennali in forte calo al 2,94% e spread a 257 punti base nella mattina di oggi. Per tutta risposta, la linea dell’altro vice-premier, Luigi Di Maio, continua ad essere più rigida, cioè reddito di cittadinanza senza se e senza ma, quale che sia il costo e anche sforando eventualmente il tetto del deficit. Non è difficile immaginare il perché. Il Movimento 5 Stelle ha l’esigenza di mostrarsi adempiente rispetto ai propri cavalli di battaglia, anche perché i sondaggi segnalano un superamento secco della Lega nei consensi.

La “svolta” di Salvini

Ma qual è il senso del riposizionamento di Salvini su una linea di maggiore rispetto dei vincoli di bilancio? Partiamo da una premessa: verrà rispettato il vincolo fiscale più importante, quello del deficit massimo al 3%, mentre le altre previsioni contenute nel Fiscal Compact saranno verosimilmente disattese, così com’è stato negli anni passati, a dire il vero. Non esiste forse una risposta unica a questa domanda. Anzitutto, forse Salvini ha fiutato il serio rischio di un attacco finanziario imminente contro l’Italia nel caso di uno scontro senza esclusione di colpi con Bruxelles. Lo spread si era avvicinato ai 300 punti e i rendimenti decennali avevano chiuso sopra il 3,20% al termine della settimana passata. E’ evidente che non possiamo permetterci il lusso di fare schizzare lo spread ancora di più e il primo a farne le spese sarebbe proprio il governo, che si ritroverebbe sostanzialmente senza margini di manovra in piena scrittura della legge di Stabilità, visto l’aumento dei costi per onorare il debito in scadenza.

Tuttavia, dietro alla maggiore responsabilità fiscale di Salvini vi sarebbe altro e qualcosa di molto più politico. La visita di settimana scorsa a Milano resa dal premier ungherese Viktor Orban non è stata una coincidenza temporale. Il padre dei “populisti” e “sovranisti” d’Europa è tutt’altro che uno sprovveduto. Egli è alleato fido della cancelliera Angela Merkel, con cui condivide il Partito Popolare Europeo, nonché vicino al ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, che a giugno ha lanciato l’idea di un accordo proprio con Italia e Austria sull’immigrazione, arrivando quasi a fare cadere il governo federale. E Frau Merkel è stata nei due Consigli europei di fine giugno e l’altro di fine agosto la leader più cauta e favorevole a mediare con le posizioni italiane, riconoscendone la sensatezza sul tema degli sbarchi, anche se non è riuscita a convincere gli altri membri europei a condividere l’onere.

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Germania e Salvini più vicini?

Tutta la stampa mondiale nota ogni giorno di più quanto fragile sia la figura di Emmanuel Macron in Francia, dove i suoi tassi di popolarità risultano scesi a livelli minimi record, superando in negativo persino il predecessore François Hollande. Il presidente francese si è intestato una battaglia contro i sovranisti d’Europa, ma non sembra questa la strada che intende percorrere la cancelliera, anch’ella molto debole in Germania e che, a differenza del primo, ha la responsabilità delle sorti del PPE. E alle prossime europee non ci si attendono risultati granché positivi. Che la Merkel non abbia in mente di “arruolare” Salvini nel PPE? Sembra uno scenario ardito, fantapolitico, ma ha una logica molto solida. Al centro-destra tradizionale serve allargarsi alla destra sovranista anti-establishment, se non vuole rischiare di finire come i socialisti a sinistra. Del resto, se già oggi ne fanno parte Orban e il cancelliere austriaco, anch’egli vicino a Budapest, perché non un Salvini?

Dal canto suo, il vice-premier italiano ha tutto l’interesse a darsi un’immagine da statista, visto che punta a massimizzare i consensi per andare a Palazzo Chigi, passando per una scalata del PPE, avvalendosi proprio del supporto di alleati come Orban. Il centro-destra in Italia è già suo, nonostante le resistenze di una ormai insignificante Forza Italia, ma manca l’imprimatur ufficiale dei leader europei, che verrebbe dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. E allora, più disciplina fiscale, non rinunciando ai temi di fondo del sovranismo, ottenendo in cambio qualche concessione sulla manovra finanziaria e, soprattutto, un atteggiamento di maggiore collaborazione da parte della Germania, alla ricerca di alleati che abbiano consensi. E Macron non può essere uno di questi. Se ciò è corretto, qualcosa l’Italia dovrà ottenere in sede di rinnovo delle cariche europee. E un ruolo-chiave nella Commissione (a guida tedesca?) servirebbe a Salvini per completare la legittimazione tra le stanze dei bottoni.

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Argomenti: Economia Italia, Politica, Politica italiana, Spread

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