Perché Salvini e Di Maio possono porre fine alla lunga stagione dell’odio in Italia

E se il governo di Lega e 5 Stelle servisse a chiudere una volta per tutte la lunga stagione dell'odio in Italia? Sarebbe il migliore lascito dei penta-leghisti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
E se il governo di Lega e 5 Stelle servisse a chiudere una volta per tutte la lunga stagione dell'odio in Italia? Sarebbe il migliore lascito dei penta-leghisti.

Gli ultimi sondaggi decretano il record di consensi per il governo Conte: ben il 60% tondo degli italiani lo guarderebbe con benevolenza, con entrambi i partiti della maggioranza appaiati al 30%. Alle opposizioni, tra loro divise, vanno le briciole. Il PD si fermerebbe in area 15-16%, Forza Italia intorno alla metà e Fratelli d’Italia non andrebbe oltre il 3-4%. Se questa è la fotografia italiana nell’agosto 2018, non significa che così resti anche nei prossimi mesi e anni. Quello di cui gode il governo giallo-verde è un bottino di fiducia, un credito che dovrà essere ben corrisposto, altrimenti dal sostegno allo sdegno popolare il passo è breve. Chiedete a un certo Matteo Renzi di Rignano sull’Arno come sia possibile passare in poco tempo dal trionfo alla condizione di appestato. I consensi, insomma, non sono un assegno in bianco, bensì una cambiale da onorare.

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Se questa situazione reggesse almeno fino alle prossime elezioni europee, in Italia attecchirebbe davvero la Terza Repubblica, fondata sulle due formazioni politiche oggi al governo: Lega e Movimento 5 Stelle. Il partito di Matteo Salvini rappresenterebbe l’area del nuovo centro-destra, quello di Luigi Di Maio si farebbe interprete delle istanze culturalmente più vicine al centro-sinistra. Del resto, lo stiamo vedendo in queste settimane che precedono la redazione della legge di Bilancio 2019: da un lato un Carroccio intenzionato a puntare sul taglio delle tasse, dall’altro i pentastellati a giocarsi le loro carte sull’assistenza con il reddito di cittadinanza e con una legge sul lavoro d’impronta meno liberale sui contratti a termine.

Alla lunga, si dice da più parti, queste due visioni del mondo così diverse non potranno coesistere. E ciò sembra vero, anche se non è detto che convenga che il divorzio tra leghisti e grillini sia siglato già nei prossimi mesi. In Italia, da diversi decenni, cioè da ben prima che arrivasse la Seconda Repubblica, le differenze ideologiche e di schieramento sono state accompagnate da un clima di vero e proprio odio, che è esploso in un primo momento nel lancio di monetine contro il malcapitato di turno con l’avvio della stagione di tangentopoli nel 1992 e successivamente in una contrapposizione frontale, estrema e cieca tra berlusconiani da un alto e anti-berlusconiani dall’altro. L’odio per quello che è stato percepito non un avversario politico, bensì un nemico pubblico da abbattere con ogni mezzo, ha fatto perdere di vista al dibattito nazionale ogni obiettivo attinente al rilancio dell’economia e alla costruzione di una classe dirigente capace di rispondere alle istanze dal basso, nonché di interloquire con autorevolezza con i partner stranieri.

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I governi che si sono avvicendati negli ultimi 25 anni hanno trascorso più tempo a smontare le leggi varate dal predecessore, che a proporre alcunché di nuovo e utile per il Paese. I toni bellici sono proseguiti fino al nefasto novembre 2011, quando la crisi dello spread travolgeva il premier Silvio Berlusconi, sostanzialmente archiviandone la leadership. Da allora, è iniziata una nuova stagione, caratterizzata dall’avvicinamento tra Forza Italia (ex PDL) e PD, le due formazioni che più si erano contrastate nei decenni precedenti e che sono finite per governare assieme sotto i governi di Mario Monti prima ed Enrico Letta dopo. E anche quelli a guida Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno visto gli azzurri condurre un’opposizione tenue. Si direbbe che i protagonisti della repubblica dell’odio abbiano posto le basi per una nuova fase, ma a quel punto non si sono rivelati più credibili. Non puoi insultare il Cavaliere per 20 anni tacciandolo di ogni nefandezza (e lo stesso dicasi per Forza Italia nei confronti dei “comunisti”), salvo finirci per governarci insieme e riabilitarne le doti politiche. Più che riappacificazione, il nuovo corso ha dato la sensazione di essere un “inciucio” bello e buono, in quanto tale provocando la fuga dei consensi di entrambi gli elettorati.

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Perché stavolta sarebbe diverso? Perché Lega e 5 Stelle, pur nella diversità di vedute, hanno iniziato la “loro” repubblica con un atto di deposizione delle armi, dopo 5 anni di opposizione condotta spesso in comune ai governi di centro-sinistra. In un certo senso, la Terza Repubblica è iniziata com’è finita la Seconda, ovvero con una tregua e la legittimazione reciproca da parte delle due formazioni principali. Sarebbe come se Forza Italia e l’allora PD di Achille Occhetto avessero esordito nel 1994 con un governo di unità nazionale, salvo dividersi qualche anno dopo. Il clima di delegittimazione tra destra e sinistra forse non vi sarebbe stato e l’avversario sarebbe stato percepito per quello che era. Salvini non piace a tanti elettori grillini e Di Maio fa venire l’orticaria a parecchi dei sostenitori leghisti del nord-est. Tuttavia, gli uni e gli altri non vedono né il ministro dell’Interno e né quello del Lavoro come un nemico, semmai come un alleato transitorio e, comunque, di cui ci si può fidare, prezioso per abbattere il vecchio sistema politico.

E allora, che duri pure questa fase, se sarà seguita da un clima di maggiore rilassatezza tra le parti, quando uno tra Lega e 5 Stelle passerà all’opposizione e l’altro rimarrà al governo. Difficilissimo ipotizzare che un Di Maio possa gridare al “pericolo fascista” contro un premier con cui ha condiviso giorno e notte nei palazzi romani, così come un Salvini non avrebbe ragione e credibilità nel dipingere come sciagura per la nazione il giovane leader grillino, qualora entrasse a Palazzo Chigi. Paradossale che possa sembrare, i più improbabili tra i potenziali statisti, secondo i canoni imperanti fino a pochi mesi fa, riuscirebbero a fare dell’Italia un Paese normale, dove al governo non s’intravedono dittature e all’opposizione non vi stanno orditori di complotti golpisti. Se fosse anche il solo lascito di questo governo, sarebbe il migliore esito sperabile per noi italiani. Dopo decenni trascorsi a denigrare con epiteti indicibili l’avversario, finalmente si entrerebbe in una dimensione più occidentale, in cui a dividere sono le soluzioni ai problemi e non i nomi di chi le propongono. E pensare che tutto ciò avverrebbe ad opera di partiti “anti-sistema”.

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Argomenti: Politica, Politica italiana