Perché i rendimenti degli eurobond continuano a scendere e cosa temere

Rendimenti europei in discesa e ai minimi da mesi, mentre l'economia nell'area accelera e l'inflazione resta bassa. Sembra uno scenario da sogno, ma i rischi sono dietro l'angolo.

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Rendimenti europei in discesa e ai minimi da mesi, mentre l'economia nell'area accelera e l'inflazione resta bassa. Sembra uno scenario da sogno, ma i rischi sono dietro l'angolo.

Rendimenti decennali tedeschi ai minimi da 3 mesi, quelli italiani a quasi -60 punti base in appena due mesi, mentre i titoli del debito portoghese offrono sulla medesima scadenza appena poco più dell’1,8%, 220 bp in meno da inizio anno. E’ un ottimo momento per il mercato degli eurobond, con acquisti che sembrano essere tornati copiosi, dopo una fase rialzista per i rendimenti, che è durata fino agli inizi dell’ottobre scorso.

Ma cosa sta continuando a spingerli verso il basso? Di sicuro, l’estensione del “quantitative easing” da parte della BCE fino al settembre dell’anno prossimo, pur con acquisti mensili dimezzati a 30 miliardi. (Leggi anche: Obbligazioni europee senza bussola, spazzatura spacciata per lusso)

Secondariamente, le notizie sul fronte dell’economia nell’Eurozona appaiono positive, con il pil a crescere quest’anno ai massimi dal 2007 e sopra il 2%, mentre la disoccupazione risulta mediamente scesa ai minimi da quasi 9 anni e sotto il 9%. E poiché l’inflazione resta sotto il target (“vicino, ma inferiore al 2%”), il mercato intravede tutti i benefici possibili di una fase di “goldilocks”, come viene chiamata quella caratterizzata da crescita senza inflazione.

In realtà, a spingere verso i titoli del debito pubblico sarebbe anche la maggiore avversione al rischio per anche alcune tensioni internazionali, tra Corea del Sud a destabilizzare la geopolitica in Asia; il Medio Oriente in subbuglio con lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, che coinvolge anche stati come Libano, Yemen e Qatar, nonché il caso Gerusalemme con la decisione dell’amministrazione Trump di spostarvi la sede dell’ambasciata americana da Tel Aviv, riconoscendo la città quale capitale di Israele e attirandosi per questo le ire del mondo arabo. Gli stessi USA, tra incertezze sul taglio delle tasse e la saga del Russiagate, completano il quadro.

Eurobond, ottimismo eccessivo

Infine, vi sarebbe la convinzione tra gli investitori che un consolidamento della ripresa nell’area non potrebbe che fare bene alle finanze statali, rendendo meno copiose le emissioni di nuovo debito e abbassando il rapporto debito/pil nelle 19 economie, rafforzandone la solidità.

(Leggi anche: Bond USA ed Eurozona, ecco perché i rendimenti non salgono)

Tutto vero, ma la cautela è d’obbligo. Anzitutto, perché una eventuale possibile ripresa più veloce delle attese dell’inflazione, magari sulla spinta delle materie prime (l’accordo OPEC di fine novembre va in tal senso), renderebbe necessaria un’uscita più vicina dalla lunga fase di accomodamento monetario da parte della BCE. Secondariamente, per la prima volta dal 2014, le emissioni nette di debito nell’area sono attese superiori agli acquisti di Francoforte. Si passerebbe da un saldo negativo di oltre 400 miliardi del 2017 a uno appena negativo (i numeri divergono a seconda degli analisti) o azzerato, ma fatto sta che l’offerta di nuovo debito, al netto delle scadenze, pareggerà la domanda e ciò creerebbe pressioni rialziste sui rendimenti (ribassiste sui prezzi dei bond).

Infine, occhio all’equivalenza crescita uguale meno debito. I governi dell’Eurozona non si mostrano così saggi nella gestione delle finanze statali, specie proprio quelli più in difficoltà con il controllo dei deficit, come Italia e Francia. Il calo dell’indebitamento potrebbe essere più lento di quanto non si pensi, così come la ripresa economica più fragile di quanto sperato. Del resto, il pil cresce per effetto proprio delle condizioni finanziarie straordinariamente positive, ma queste dureranno proprio fino a quando l’economia non si sarà mostrata sufficientemente robusta. Un equilibrio precario, che non dipende né dai governi, né dalla stessa BCE, reggendosi sulla bassa inflazione, a sua volta legata alle quotazioni internazionali del petrolio e delle altre commodities. E una volta che queste ripartissero, sarebbero come un treno in corsa, pronto a travolgere, anzitutto, proprio i bond così super-prezzati di questi tempi.

 

 

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