Perché i rendimenti americani al 3% stanno colpendo la Germania e favorendo l’Italia

Rendimenti americani in rialzo trascinano in alto pure quelli tedeschi, mentre stabili restano i BTp e i bond della periferia nell'Eurozona. Petrolio in calo sui timori per la crescita globale e saranno le sue quotazioni a smuovere i mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Rendimenti americani in rialzo trascinano in alto pure quelli tedeschi, mentre stabili restano i BTp e i bond della periferia nell'Eurozona. Petrolio in calo sui timori per la crescita globale e saranno le sue quotazioni a smuovere i mercati.

Cambio euro-dollaro ai minimi da inizio marzo in area 1,22 e quotazioni del petrolio in calo a meno di 74 dollari per il Brent e a poco sopra di 68 per il Wti americano. E’ l’effetto dei rendimenti dei Treasuries a un soffio dal 3%, il livello più alto mai toccato dal gennaio 2014. Al momento, i titoli del debito a stelle e strisce segnano il 2,98%, ma sono arrivati al 2,99% in mattinata sulle attese di un surriscaldamento dell’inflazione negli USA, a seguito del miglioramento costante del mercato del lavoro americano. Inevitabili le ripercussioni sul mercato forex, con il dollaro ad attestarsi ai livelli più alti da fine febbraio, guadagnando mediamente quasi mezzo punto percentuale nel corso della seduta odierna contro le altre valute. E l’apprezzamento del biglietto verde sta indebolendo proprio il greggio, materia prima che si acquista in dollari sui mercati.

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Tra petrolio e rendimenti americani sembra vigere una correlazione positiva fino al punto da tradursi in negativa. Il rincaro del barile, pari al 25% nell’ultimo anno, sta alimentando da mesi le aspettative d’inflazione, nonostante i prezzi abbiano iniziato da poco a muoversi in linea con il target della Federal Reserve negli USA, restando ben al di sotto di quello fissato dalla BCE nell’Eurozona. Tuttavia, inflazione attesa più alta spinge il mercato a richiedere rendimenti più alti per i titoli americani e proprio questo sviluppo finirà per colpire probabilmente d’ora in avanti il greggio, ceteris paribus, sui timori di un rafforzamento del dollaro, nonché di un rallentamento della crescita mondiale.

Bisogna tenere conto di un aspetto: le economie emergenti sono quelle in cui si produce gran parte delle materie prime e allo stesso tempo le loro valute sono esposte al rialzo dei tassi USA. Incidendo per oltre il 40% del pil mondiale ormai, un eventuale impatto negativo della stretta monetaria della Fed sulla loro crescita non farebbe che peggiorare l’outlook globale. Naturale, quindi, che anche per questa via il petrolio risenta dei rendimenti in ascesa dei Treasuries.

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E l’Eurozona? Le conseguenze si stanno notando anche da noi, in queste ore. I rendimenti dei Bund sono saliti allo 0,63%, ai massimi da un mese e mezzo. Viceversa, i rendimenti dei BTp sono scesi all’1,78%, per cui lo spread BTp-Bund sta stringendo sotto i 115 punti base, in linea con i livelli pre-crisi del 2010-’11. Come mai? Può sembrare paradossale che il “sell off” stia colpendo la fiscalmente solida Germania e non la debole Italia, ma c’è una ragione tutta tecnica in ciò. I titoli tedeschi vengono considerati perfetti sostituti di quelli americani sul piano qualitativo. Rendendo i primi molto meno dei secondi, è normale che gli investitori stiano liquidandoli, approfittando della maggiore remunerazione offerta dai Treasuries, oltre che dalle attese più favorevoli sul dollaro contro l’euro nel breve termine. Nelle prossime sedute, quindi, il ri-afflusso dei capitali negli USA dovrebbe ridurne i rendimenti.

C’è, poi, un altro aspetto da tenere in considerazione. Sta avvenendo che l’inflazione nell’Eurozona resta bassa, mentre negli USA, complice la piena occupazione ormai raggiunta, sia salita stabilmente poco sopra il 2%. Inevitabilmente, la Fed tenderebbe a mostrarsi relativamente più restrittiva della BCE nei prossimi mesi. Da ciò, il ripiegamento del cambio euro-dollaro da un lato, ma anche la presa d’atto che il governatore Mario Draghi subirà minori pressioni già al board di questo giovedì per uscire dal piano di accomodamento monetario, visto che con un’inflazione ancora all’1,3% e una crescita del pil percepita in rallentamento in questi mesi, Francoforte non avrà fretta di alzare i tassi, evento che non dovrebbe realizzarsi prima di un anno e mezzo da oggi e ciò porta sollievo nella periferia dell’Eurozona, dove i rendimenti sovrani si sono stabilizzati nelle ultime settimane, a fronte di un +16 punti base messo a segno dai Bund in un mese.

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Petrolio decisivo per la reflazione

Tuttavia, proprio il rafforzamento del dollaro e l’indebolimento dell’euro dovrebbero sostenere un’accelerazione dell’inflazione europea nei prossimi mesi, salvo che le quotazioni delle materie prime non arretrino. A tale proposito, non si può non citare la querelle in corso tra Casa Bianca e OPEC, con il presidente Donald Trump ad avere accusato il cartello via Twitter di tenere “artificialmente molto alti” i prezzi del greggio, riferendosi all’accordo al suo interno e con una decina di produttori esterni, tra cui la Russia, per tagliare la produzione. Al contempo, le estrazioni americane sono salite al record di oltre 10,5 milioni di barili al secondo, seconde solo a quelle russe. Per quanto gli Emirati Arabi Uniti abbiano replicato a Trump che la loro sarebbe stata un’iniziativa “nobile” a sostegno del mercato nel medio-lungo termine, le parole del presidente americano potrebbero anticipare una più agguerrita lotta tra le compagnie private USA da una parte e sauditi e russi dall’altra per accaparrarsi nuove quote in Asia.

Sarà questo il vero sviluppo da seguire. Nel caso di un ribasso dei prezzi delle commodities, reflazione addio nelle principali economie avanzate. Ciò rallenterebbe il passo della stretta negli USA, che si trova ben più avanti delle altre banche centrali in fatto di rialzo dei tassi. I rendimenti dei Treasuries ripiegherebbero e si allenterebbe la pressione pure sui Bund e gli altri bond dell’Eurozona. Solo con un’ascesa dell’inflazione nell’unione monetaria assisteremmo a un deciso rialzo dei rendimenti sovrani; in Germania, scontandosi la necessità di una remunerazione reale maggiore, nella periferia per i timori legati al venir meno dell’anestetico monetario del QE. Ma senza un petrolio in ripresa stabile, difficile che quest’ultimo scenario sia vicino, specie con una domanda interna ancora debole in Eurolandia. Anche per questo i balletti sulla nascita del prossimo governo in Italia non stanno impensierendo ancora nessuno.

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Argomenti: bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Economia USA, Fed, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio, rendimenti bond, stimoli monetari, super-dollaro, tassi USA