Perché la rivoluzione del petrolio USA potrebbe stravolgere anche i contratti di borsa

Il petrolio americano quota al maggiore sconto da tre mesi rispetto al Brent. Eppure, i contratti WTI starebbero diventando poco significativi per captare l'equilibrio tra domanda e offerta negli USA.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il petrolio americano quota al maggiore sconto da tre mesi rispetto al Brent. Eppure, i contratti WTI starebbero diventando poco significativi per captare l'equilibrio tra domanda e offerta negli USA.

Quotazioni oggi in calo per il petrolio, che ieri hanno superato la soglia dei 70 dollari al barile per il Brent, rispecchiando tensioni geopolitiche, innanzitutto, come quelle relative alla Siria, all’Iran, al tracollo economico-finanziario nel Venezuela e allo scontro sempre più duro tra Russia e Occidente. Il dato interessante di queste ore riguarda il differenziale di prezzo con il greggio estratto negli USA, il cosiddetto WTI, che si attesta al momento a 5,47 dollari in favore del primo, il dato più alto da tre mesi, seppure ben lontano dagli oltre 19 dollari a cui si era spinto nel novembre del 2013. Cosa segnala tale spread? Per la legge della domanda e dell’offerta, esso riflette un’abbondanza di petrolio sul mercato americano e una relativamente minore nel resto del mondo.

In effetti, la produzione domestica americana è salita al record di 10,4 milioni di barili al giorno e per l’Energy Information Administration, entro la fine dell’anno prossimo salirà a 11,44 milioni, più delle precedenti attese di 11,27 milioni. A quel punto, molto probabilmente gli USA saranno diventati il primo produttore energetico mondiale, superando persino la Russia, anche se rimarrà ancora per anni un importatore netto di petrolio, data l’elevata domanda interna, a differenza sia della Russia che dell’Arabia Saudita, quest’ultima prima potenza esportatrice di oro nero al mondo.

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Cresce anche la produzione off-shore

Alla fine della settimana scorsa, le scorte di petrolio negli USA sarebbero cresciute di 1,8 milioni di barili a quota 429,1 milioni, stando all’American Petroleum Institute, pur al di sotto dei massimi toccati 13 mesi fa a 534 milioni. E si consideri che ormai anche gli USA, a seguito della fine dell’auto-embargo quarantennale, hanno ripreso ad esportare e a una media di circa 1,5 milioni di barili al giorno, sottraendo di fatto offerta sul mercato domestico e aggiungendola a quella globale. In assenza di tali esportazioni, dunque, il WTI dovrebbe prezzare ancora meno e il Brent ancora di più, ovvero assisteremmo a uno spread superiore.

Sin qui, nulla di nuovo. Il fatto che dovrebbe stravolgere il panorama geopolitico per il mercato mondiale del greggio sarebbe un altro, ovvero la crescente produzione off-shore, specie considerando che l’amministrazione Trump ha da poco autorizzato le compagnie americane a trivellare ben 25 delle 26 regioni extra-territoriali. Le estrazioni off-shore globali ammontano a circa 27 milioni di barili al giorno, quasi il 30% del totale. Tuttavia, quelle potenziali sarebbero nettamente superiori (si vedano, a tale riguardo, le stime sulla recente scoperta al largo delle coste del Bahrein), anche se ragioni di costi e di capacità tecnologica ne limitano lo sfruttamento.

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Ma il WTI conta sempre meno

Tuttavia, sta accadendo che le scorte di petrolio nel super-serbatoio di Cushing, Oklahoma, si stanno nettamente riducendo, scendendo alla fine di marzo a poco meno di 35 milioni di barili, la metà di quelle di un anno prima. Perché è importante tale dato? Sui livelli delle scorte a Cushing si basano i prezzi del WTI, che in effetti è un acronimo che sta per “West Texas Intermediate”. Analisti e investitori sono soliti monitorarle per captare la solidità della domanda e il ritmo di crescita dell’offerta. Su di esse variano quotidianamente i prezzi di 1,3 milioni di contratti futures del CME Group, il principale operatore di derivati al mondo, per un controvalore di quasi 85 miliardi di dollari, alle quotazioni odierne. E si stima che serbatoi per un totale di 20 milioni di barili sarebbero vuoti, a causa dei bassi livelli di riempimento, che tecnicamente non consentirebbero una miscela adeguata e il mantenimento di una qualità sufficiente del greggio.

Come mai una simile decadenza di Cushing? Proprio per il boom della produzione un po’ su tutto il territorio americano, con un’impennata dei livelli di raffinazione nel bacino di Permian e nella Costa del Golfo. Ormai, Houston è diventato un nuovo centro nevralgico e la costruzione di nuove pipeline consentirà sempre più in futuro di far fluire direttamente il petrolio direttamente nei mercati di sbocco, senza sostare nei super-serbatoi a cui siamo abituati ormai dall’inizio degli anni Ottanta, quando si diede vita, appunto, ai contratti WTI modellati sui livelli di Cushing. Essendo questi diventati molto meno rappresentativi, si specula su un possibile cambio del benchmark di riferimento.

Attenzione, perché lo spread non può restare costantemente elevato, come dimostrano i precedenti picchi degli ultimi anni, seguiti da repentini crolli, segno che le distanze tra i prezzi del Brent e quelli del WTI tendano a restringersi. E questo, anche prima che l’America tornasse ad esportare dalla primavera di due anni fa. Pur scontando l’eventuale maggiore costo di trasporto, potenze consumatrici come la Cina troveranno più allettante acquistare greggio dagli USA, anziché dalla vicina Russia o dalla saudita Aramco, cosa che spingerebbe i prezzi del WTI e deprimerebbe quelli del Brent. E si tenga conto che la soglia dei 70 dollari per quest’ultimo è stata raggiunta solo grazie all’accordo tra OPEC e altri grandi produttori, tra cui la Russia, per restringere la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli di un anno e mezzo fa. L’intesa durerà fino alla fine di quest’anno, ma dopo? E se le tensioni geopolitiche si allenteranno, un ripiegamento, ceteris paribus, sarebbe quasi certo. Riad e Mosca non potranno più ignorare i prezzi del WTI come un tempo, dovendo cercare di non distanziarsene troppo. Altra questione è, poi, quanto rilevante sia ancora il benchmark americano per captare l’equilibrio interno tra domanda e offerta.

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Argomenti: Crisi materie prime, Economia USA, Petrolio, quotazioni petrolio

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