Perché non sarà la Germania a poterci salvare da una crisi in arrivo nell’Eurozona

La locomotiva d'Europa si è fermata e per farla ripartire s'ipotizzano stimoli fiscali. Tuttavia, difficile che arrivino, specie se nel frattempo la BCE terrà i tassi bassi.

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La locomotiva d'Europa si è fermata e per farla ripartire s'ipotizzano stimoli fiscali. Tuttavia, difficile che arrivino, specie se nel frattempo la BCE terrà i tassi bassi.

Con ogni probabilità, l’Eurozona avrà subito un ulteriore rallentamento del suo tasso di crescita nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Difficile, però, che il dato risulti negativo rispetto ai tre mesi precedenti. Tanto basterà ai più per parlare di recessione schivata o rinviata, anche se la sostanza sarà diversa. La Germania, che registri o meno il segno meno nell’ultimo trimestre, si sta fermando e l’Italia quasi certamente è già tecnicamente recessione, mentre la stessa Francia, che pure aveva sorpreso positivamente nel terzo trimestre, starebbe ristagnando. E la Spagna, quinta economia dell’area, dovrebbe passare da una crescita media del 3% all’anno a una di poco superiore al 2%. Aldilà delle convenzioni formali sulla definizione di economia in recessione, l’Eurozona si starebbe avviando verso di essa e ben più velocemente di quanto pensassimo, se è vero che la BCE favoleggiasse di restrizione della sua politica monetaria fino a pochi mesi fa, venendo colta di sorpresa dalla sfilza di dati macro deboli pubblicati e cambiando toni.

La recessione in Italia c’è già, serve solo il taglio delle tasse

Quando parliamo di Germania, siamo soliti dipingerla come la “locomotiva d’Europa” per le dimensioni del suo pil rispetto a quello dell’intero continente. Espressione indubbiamente fuorviante, perché i tedeschi sono esportatori netti verso il resto del mondo, Europa inclusa, per cui non creano ricchezza in favore delle altre economie dell’area, semmai sono capaci di attirarla a sé. E se la presunta locomotiva rallenta, per i partner commerciali saranno ancora più dolori, in quanto segnala un presumibile calo delle esportazioni verso la prima economia europea. In pratica, la Germania, già accusata di consumare poco, vedrà abbassarsi la propria domanda aggregata interna, cosa che ridurrà le importazioni.

Stiamo ragionando a spesa pubblica tedesca invariata. Sappiamo che Berlino riesce a chiudere i suoi conti pubblici in attivo sin dal 2014. Nel primo semestre del 2019, il bilancio federale ha registrato un surplus di 48,1 miliardi, pari al 2,9% del pil. Di questo passo, si rivelerà per l’intero anno circa il doppio delle attese dello stesso governo. Questo significa che il settore pubblico tedesco non solo non contribuisce a creare ricchezza, ma al contrario si mangia pil, visto che le entrate superano le uscite, per cui i contribuenti pagano più tasse di quanto ricevano in termini di beni e servizi dallo stato. In teoria, elevati surplus costituiscono una riserva a cui attingere per reagire ai venti di crisi, nel senso che adesso il governo avrebbe risorse da spendere per ravvivare l’economia, senza nemmeno fare debiti, dato il largo avanzo di partenza.

Cosa farà la Germania?

Siamo sicuri che è quanto la Grosse Koalition intenda fare? A tale proposito, bisogna premettere che la politica fiscale di uno stato non è mai avulsa dalla politica monetaria, oltre che da quella del cambio, anche se nel caso specifico non è possibile per i governi dell’Eurozona incidere su queste ultime. Anzi, nemmeno la BCE punta ufficialmente a manovrare i tassi di cambio, similmente a quanto dichiarino le altre principali banche centrali. Eppure, se c’è una cosa che i tedeschi non sembrano disposti ad accettare sembra di unire all’eventuale fase di ulteriore accomodamento monetario un allentamento della politica fiscale. In altre parole, non pare che i policy makers tedeschi vogliano tagliare le tasse e/o aumentare la spesa pubblica, mentre la BCE dovesse prolungare l’era dei bassi tassi.

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La ragione di tale atteggiamento sarebbe comprensibile. Il modello tedesco si fonda sulla competitività, ossia sull’export. E affinché esso possa essere preservato, serve che i prezzi in Germania siano tenuti a livelli non superiori di quelli vigenti all’estero. Dunque, bisogna evitare il surriscaldamento dell’inflazione, specie in una fase di prezzi deboli un po’ in tutte le altre economie avanzate. Tuttavia, se l’economia tedesca fosse stimolata eccessivamente, tramite il settore pubblico da un lato e tassi bassi ancora a lungo dall’altro, l’inflazione rischierebbe di salire, attraverso anche la pericolosa bolla immobiliare. Pertanto, delle due l’una: o il surplus dei conti pubblici verrà almeno un po’ attenuto o la BCE rinvierà il primo rialzo dei tassi e magari varerà altri stimoli, come la riesumazione delle aste T-Ltro. Molto difficile che avvengano le due cose insieme. Presone atto, cosa ci converrebbe come Italia?

I fautori dell’allentamento fiscale in Germania sostengono che così i tedeschi disporrebbero di maggiori redditi da consumare e le importazioni di beni e servizi dal resto dell’Eurozona aumenterebbero, favorendo la ripresa dell’area. In teoria, vero. Ma pensare di crescere per effetto dei consumi tedeschi sarebbe ingenuo. Questi sarebbero, in ogni caso, incerti e limitati. In altre parole, se la spesa pubblica, al netto delle imposte, in Germania salisse di 1-2 o anche 3 punti di pil, davvero pensiamo che basterebbe a rinvigorire a sufficienza la produzione delle imprese italiane, francesi, spagnole, etc.? Rispetto al poco incerto che ci attenderebbe con una politica fiscale tedesca più espansiva, forse più efficace si rivelerebbe il mantenimento dell’attuale grado di accomodamento monetario da parte della BCE più a lungo. Avrebbe effetti diretti su tutte le economie e pure forse più percettibili, anche perché ciò terrebbe debole l’euro contro le altre valute per maggior tempo e sappiamo quanto il Made in Italy abbia beneficiato proprio del crollo del cambio sin dal 2014. Di più, non aspettiamoci. La Germania non rischierà di deragliare dai binari di un modello collaudato da decenni e che si fonda su un mix di bassa inflazione e moderazione fiscale, oltre che salariale. Non muterà orientamento di certo per trainare il Sud Europa.

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