Perché non c’è ancora alcuna crisi in vista per il debito pubblico italiano

Lo spread in volata non lascia presagire per il momento alcun ritorno dell'Italia alla crisi del debito pubblico. Lo confermano i numeri.

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Crisi del debito non vicina per l'Italia

Non è crisi, ma il debito pubblico italiano torna a fare un po’ più paura con lo spread in volata. Da mesi eravamo abituati oramai a vedere il BTp a 10 anni sotto l’1%, mentre adesso viaggia intorno all’1,20%. Questo significa una cosa solo: il costo di emissione nei prossimi mesi salirà. Di quanto ce lo dirà il mercato strada facendo.

Ma non rischiamo per il momento né di tornare al biennio buio del 2011-’12, quando la crisi dello spread divampò a tal punto da far parlare di rischio default per l’Italia; né tantomeno staremmo rischiando tensioni finanziarie anche solo lontanamente simili a quelle vissute con il governo “giallo-verde” del premier Giuseppe Conte.

E a certificarlo sono i numeri. Pur in salita da agosto, il rendimento medio lordo ponderato dei titoli di stato italiani sul mercato secondario fu dello 0,37% a settembre. Anche qualora la Banca d’Italia dovesse segnalare un’ulteriore lievitazione in area 0,50%, si tratterebbe di un dato assolutamente gestibile, anzi tra i più bassi della serie storica. In effetti, il Tesoro ci fa sapere che nei primi nove mesi dell’anno il costo medio di emissione del nostro debito è stato dello 0,10%, mai così basso. Era stato dello 0,59% nel 2020.

Crisi del debito lontano, ma le criticità esistono

In termini reali, cioè tenuto conto dell’inflazione, lo scorso anno indebitarci ci è costato la media dello 0,80%, mentre quest’anno ci avviamo a un -1,7%. A ottobre, l’inflazione secondo l’ISTAT è salita al 2,9%, per cui è naturale che i rendimenti nominali crescano. Oltretutto, il costo nominale implicito dell’intero stock nel 2020 è stato del 2,38%. Esso è dato dal rapporto tra interessi e debito. Dunque, fino a quando continueremo ad emettere titoli di stato a tassi medi del 2-2,50%, la spesa complessiva per interessi a carico dei contribuenti non farà che ridursi.

La traiettoria del debito resta positiva, se è vero che il governo Draghi prevede un rapporto debito/PIL in calo al 153,5% per quest’anno e al 146,1% per il 2024. Era culminato al 155,6% nel 2020. E ciò a fronte di una spesa per interessi pari al 2,5% del PIL al 2024, giù dal 3,5% del 2020. Ma c’è un rammarico. Il Tesoro, intento a contenere il costo medio del debito, non ha approfittato dei bassi tassi di questi anni per aumentare la vita media dei titoli di stato in circolazione, salita solamente a 7,06 anni al 30 settembre scorso, cioè sotto i livelli del 2010, quando il costo medio di emissione superava il 3,6%.

Più lunghe le scadenze medie del debito e minori le emissioni lorde a cui annualmente il Tesoro deve provvedere per rifinanziare il debito e finanziare i deficit di bilancio. Dunque, con il loro allungamento si riduce l’esposizione alla volatilità dei mercati. E il fatto di non essere andati oltre i 7 anni implica il rischio di ritrovarsi nel prossimo futuro a fare nuovamente i conti con lo spread prima del previsto. Né pare naturale che il governo inizi ad allungare seriamente la vita al debito proprio in pieno rialzo dei rendimenti.

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