Perché nemmeno la forte America di Trump può permettersi tassi Fed più alti

Ecco perché Trump inveisce contro il rialzo dei tassi negli USA e cosa starebbe accadendo sul mercato azionario americano.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco perché Trump inveisce contro il rialzo dei tassi negli USA e cosa starebbe accadendo sul mercato azionario americano.

E’ bastato uno scivolone di oltre il 3% a Wall Street, mercoledì scorso, che il presidente americano Donald Trump ha attaccato la Federal Reserve come raramente sarà accaduto nella storia, definendola “fuori di testa” sull’ostinazione con cui vorrebbe portare avanti la stretta monetaria, alzando i tassi per la quarta volta quest’anno a dicembre e probabilmente continuando a farlo per altre 2-3 volte il prossimo anno. L’istituto segnala di volere tendere a tassi per gli USA intorno o di poco superiori al 3%, mutando la politica monetaria da accomodante a “leggermente restrittiva”, un’espressione che indicherebbe che i tassi salirebbero appena al di sopra del livello naturale, quello al quale l’economia a stelle e strisce non verrebbe né colpita e né sostenuta. Fa impressione, comunque la si pensi, che la Casa Bianca scatti dalla sedia per una seduta certamente storta, ma non tale da fare andare nel panico una nazione, che quest’anno crescerà quasi del 3%, che tra le grandi è l’unica ad essersi vista promuovere dal Fondo Monetario Internazionale rispetto alle stime di primavera. E la disoccupazione è scesa al 3,7%, il dato più basso dalla fine del 1969, quando ancora alla presidenza vi era Richard Nixon e l’attuale capo dell’amministrazione aveva appena 23 anni.

Come un crollo di Wall Street porrebbe fine alla stretta sui tassi Fed negli USA

Di cosa avrebbe paura realmente Trump? La risposta sta negli indici azionari. Che abbiano corso parecchio non ha bisogno di spiegazioni. Rispetto all’inizio del rally, iniziato ormai nel lontano marzo del 2009, hanno segnato un boom di oltre il 280%. Mercato azionario sopravvalutato? E se sì, di quanto? Un indicatore, noto come CAPE o anche Shiller PE ratio, viene utilizzato per rapportare il livello dei prezzi dei titoli agli utili delle società negli ultimi “x” anni, questi ultimi tenendo conto dell’andamento ciclico. Stando ad esso, oggi le quotazioni si attesterebbero a 35 volte gli utili “ciclically adjusted” con media a 10 anni, praticamente più del doppio della media di 17. Qual è il problema? Duplice: in primis, solo 3 volte dal 1881 ad oggi il rapporto è stato superiore a 25, ossia nel 1929, 1999 e 2007. Vi suggeriscono qualcosa queste date? Esse coincidono con l’inizio di periodi di crolli azionari e di recessione per l’economia americana.

Azioni troppo care rispetto ai bond?

Ora, non esiste alcuna prova che un CAPE superiore a 25 debba automaticamente portare a una crisi borsistica ed economica in America, anche perché stavolta livelli così elevati dei prezzi sarebbero giustificati anche da tassi ancora relativamente molto bassi, nonostante la stretta della Fed sia iniziata ben 3 anni fa. Tuttavia, c’è un secondo aspetto problematico, ossia che il rendimento azionario sarebbe ormai minacciato da quello obbligazionario. Prendiamo i Treasuries: sulla scadenza a 2 anni offrono il 2,85%, su quella a 10 anni sono arrivati a offrire il 3,25%, salvo indietreggiare nelle ultime sedute. Ebbene, queste percentuali sono ormai rispettivamente in linea e al di sopra dei rendimenti segnalati dal CAPE (un ratio di 35 indica un rendimento di 100:35 = 2,85%) , per cui vi sarebbe ormai tutta la convenienza a buttarsi sui titoli del Tesoro USA a rischio zero, anziché assumersi rischi e ottenere lo stesso rendimento degli investimenti azionari.

Pertanto, i livelli a cui sono arrivati i rendimenti dei Treasuries sarebbero di fatto un limite invalicabile e oltre il quale si rischierebbe prima un crollo di Wall Street e subito dopo una recessione dell’economia americana. Poiché i rendimenti a loro volta dipendono dai tassi fissati dalla Fed, Trump punta a contenere questi ultimi. Per sua apparente fortuna, nelle ultime sedute si sta registrando un trend positivo: lo spread tra decennali e biennali si è allargato dai 24-25 ai 30 punti base. Non tanto, ma almeno la direzione è quella giusta e l’appiattimento della curva, così temuta dagli economisti, si allontana. Nemmeno in questo caso, a dire il vero, esiste una prova tra crisi e curva invertita (dopo che si è appiattita), ma notare che le passate recessioni siano state anticipate proprio dall’inversione della curva delle scadenze non rasserena.

Perché la curva dei rendimenti piatta negli USA deve farci stare in allerta

In verità, potrebbe pure essere accaduto che, a un certo punto, il mercato abbia ritenuto che i tassi fossero già alti e che da lì in poi sarebbero stati tagliati, magari scontando una imminente recessione. E sulla scorta di tali previsioni, avrebbe optato per le scadenze più lunghe, facendo salire quelli a breve. In sé, però, una curva invertita sarebbe capace di provocare la recessione (“profezia che si auto-alimenta”), vuoi per la compressione dei margini d’interesse per le banche, vuoi anche per l’effetto psicologico che avrebbe su chi investe, timoroso di trovarsi a ridosso di una crisi. E tuonare contro ulteriori aumenti dei tassi avrebbe avuto, pur limitatamente e forse anche temporaneamente, un effetto tonificante proprio per i biennali, che hanno ampliato le distanze rispetto ai rendimenti a 10 anni di qualche mezzo decimo di punto percentuale, almeno segnalando al mercato che non saremmo così vicini a un’inversione della curva, creando dubbi sulla sua imminente direzione.

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Argomenti: bolla finanziaria, Economia USA, Fed, Presidenza Trump, tassi USA