Perché Matteo Salvini e non il PD è il vero corteggiato di questi giorni

Matteo Salvini terrorizza l'establishment, che cerca di tutto per far sì che al governo non ci arrivi o che non si saldi con il Movimento 5 Stelle. Diverse le manovre in atto, ma il leader della Lega è più centrale che mai adesso.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Salvini terrorizza l'establishment, che cerca di tutto per far sì che al governo non ci arrivi o che non si saldi con il Movimento 5 Stelle. Diverse le manovre in atto, ma il leader della Lega è più centrale che mai adesso.

Il PD è stato bastonato da nord a sud e ha perso persino nelle sue roccheforti storiche di Toscana ed Emilia-Romagna. Eppure, si parla dei democratici certamente di più di quanto non se ne abbia avuto sentore in campagna elettorale, quando il partito non è nemmeno risultato pervenuto sulle proposte agli italiani. I suoi voti servono per governare al Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio o alla Lega di Matteo Salvini. Se il grosso del PD non vota la fiducia a uno dei due, niente maggioranza. E con questi numeri, nemmeno la prospettiva di un governo di minoranza troverebbe sbocco credibile. La stampa nota come il PD venga coccolato, corteggiato, dopo essere stato oggetto di insulti per anni da parte di chi, specie tra i “grillini”, ora ambiscano a governarci insieme e siano costretti a cambiare tono. Giusto, ma la realtà è più complessa.

Il presidente Sergio Mattarella e le istituzioni comunitarie hanno paura che i due “populismi” che hanno sbancato alle urne di domenica si saldino e creino un governo insieme. Sarebbe uno scenario da incubo, perché Bruxelles sarebbe costretta a trattare con un’Italia al contempo euro-scettica e contraria alle politiche di austerità fiscale e, cosa persino più preoccupante per i commissari, Salvini al governo potrebbe fungere da attrazione per tutte le destre anti-UE imperanti in Europa e che sinora sono rimaste quasi tutte fuori dai governi nazionali, scardinando i sistemi politici nazionali su temi come l’immigrazione, la sicurezza, la sovranità nazionale e l’euro.

L’ordine di scuderia tra i “big” dell’industria, della finanza e carta stampata sembra duplice: “divide et impera” e forzare il PD ad allearsi con i 5 Stelle. Bisogna fare, insomma, di tutto per impedire che Di Maio e Salvini si parlino, anche al costo di mandare in pasto un pezzo di Nazareno a sostenere un governo pentastellato, che quasi certamente li divorerà sul piano politico e dei consensi. Non sono in pochi, però, a notare come il tentativo di compiere questo esperimento stia indisponendo le basi elettorali di M5S e PD, ovvero delle parti in causa. Tra i grillini, sarebbero di più coloro che vorrebbero allearsi con la Lega, percepita più affine al proprio modo di fare e pensare, anziché con quel PD, contro cui hanno lottato duramente negli ultimi 5 anni in Parlamento.

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Tutti spaventati da Salvini

Silvio Berlusconi è uscito ridimensionato dalle urne e s’incammina sul viale del tramonto politico, essendo stato superato nei consensi dall’alleato, che mai vorrebbe vedere in cuor suo a Palazzo Chigi, ma dovrà sostenerlo, obtorto collo. Se Salvini percepisse che Forza Italia non lo sostenesse convintamente, potrebbe intavolare una trattativa seria con i 5 Stelle, andare al governo e da lì lanciare un’OPA sulla coalizione di centro-destra, immaginando che gli elettori lo preferiscano a ciò che rimane del berlusconismo, avvertito come non più trainante e senza carica ideale ed emotiva. Sarebbe un grosso rischio per il leader leghista, ma che varrebbe la pena di provare senza un adeguato sostegno da parte di Berlusconi.

E l’ex premier più di ogni altra cosa non vorrebbe mai e poi mai che i grillini andassero al governo, temendo provvedimenti punitivi per le sue aziende. Se la Lega gli voltasse le spalle, rimarrebbe praticamente solo in Parlamento, accertato che grossa parte del PD non lo tutelerebbe. E allora, meglio tenersi stretto Salvini, che Di Maio starebbe cercando di attirare a sé dietro le quinte, mentre tratta al contempo con il PD per cercare di trovare i pezzi del puzzle che gli mancano per arrivare a Palazzo Chigi.

Per non fare cadere Salvini nelle braccia di Di Maio, nel centro-destra e persino nel PD si ragionerebbe di cedergli la presidenza del Senato, o direttamente o per interposta persona. In questo secondo caso, circola con insistenza il nome di Roberto Calderoli. In ogni caso, il centro-destra intende davvero fare ottenere a Salvini l’incarico per formare il prossimo governo, anche se ad oggi le speranze che ce la faccia appaiono piuttosto basse. In alternativa, ragionano ad Arcore, potrebbe essere proposto un nome meno di rottura, come quello di Roberto Maroni o Luca Zaia, che appoggiato dal PD o da una parte consistente di esso, consentirebbe la nascita di un nuovo esecutivo di scopo o istituzionale. Affinché ciò vada in porto, serve che Salvini dia il suo assenso, anche cedendogli la leadership della coalizione e/o persino un ministero, se non la presidenza del Senato.

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Cosa farà Salvini nelle prossime settimane?

Tutto dipenderà adesso da come il leader del Carroccio intende giocarsi le sue carte, se ambisca cioè a guidare la coalizione da una carica istituzionale che ne rinnovi l’immagine in senso più accettabile anche per il resto dell’elettorato e tale da avere ottime probabilità di vittoria alle successive elezioni, oppure tirandosi fuori della mischia e continuando a lanciare siluri contro il sistema politico, puntando a intercettare ancora di più il malcontento e a vincere su di esso in futuro. Ciascuna strada imboccata potrebbe portare a una direzione sbagliata, ma di certo prima che Salvini si metta in cammino nelle prossime settimane, sarà tirato da più parti, Quirinale incluso, per la felpa, affinché non si unisca ai 5 Stelle e accetti un “equo indennizzo”.

La sensazione sembra che si procederà a piccoli passi. Troppe le variabili e gli scenari possibili da qui a 2-3 settimane. Si vedrà, anzitutto, cosa accadrà alla direzione del PD di lunedì prossimo. Dopodiché, si verificheranno le intese sulle presidenze di Camera e Senato (anche Di Maio è in corsa per quella della Camera), si vedranno le mosse di Mattarella in sede di consultazioni con i gruppi parlamentari e da lì si navigherà a vista sui numeri di qualsivoglia premier incaricato. In tutto questo scenario, Salvini è l’unico che potrà realmente muoversi su due tavoli, visto che al PD, a cui pure si rivolge l’M5S, si chiederebbe semmai un’adesione quasi passiva a un eventuale governo Di Maio, essendo il grande perdente di queste elezioni e fonte di imbarazzo per i grillini, nel caso in cui fosse coinvolto in una maggioranza pentastellata. E con un partito sull’orlo di saltare in aria per i lunghi coltelli affilati tra i suoi dirigenti, più credibile appare per l’interlocutore una più coesa Lega al suo interno e che ambisce a consolidarsi al sud, cosa che verosimilmente accadrebbe appoggiando un M5S che sotto Roma ha toccato il 50%. Sempre che Salvini si sminuisca a fare il numero due di Di Maio, cosa che non sembra. Ed è l’unica speranza che nutre Berlusconi.

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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