Di Maio e Salvini, l’uno diventato moderato e l’altro continua ad indossare la felpa

Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno obiettivi a breve diversi, ma entrambi sperano di vincere gli avversari interni. Ecco cosa spiega la differenza di toni tra i due papabili premier.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno obiettivi a breve diversi, ma entrambi sperano di vincere gli avversari interni. Ecco cosa spiega la differenza di toni tra i due papabili premier.

Matteo Salvini ha ricevuto mandato dalla coalizione di centro-destra di trattare con il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio per le presidenze delle Camere, al termine di un non facile faccia a faccia con gli alleati Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Il leader leghista ha rassicurato l’ex premier che non avrebbe in corso contatti con i grillini su un possibile governo insieme, ma ha ribadito il proprio no a un esecutivo con il PD, spalleggiato in ciò dalla leader di Fratelli d’Italia. Nessuna intesa definitiva, invece, sulla delegazione unica dei tre partiti al Quirinale per le consultazioni. A quanto pare, Berlusconi ci tiene a rimarcare la propria peculiarità, a distinguersi dagli alleati, specie dopo essere uscito sconfitto e ridimensionato dalle elezioni del 4 marzo, con la sua Forza Italia superata dalla Lega.

In ogni caso, Salvini ha rifiutato l’ipotesi che la coalizione proponga al presidente Sergio Mattarella altri nomi all’infuori del suo. Cercherà di farsi assegnare un incarico o almeno un mandato esplorativo e a trovare una cinquantina di “volenterosi” alla Camera e una ventina al Senato, anche se ieri sera Ignazio La Russa, presente all’incontro, gli ha chiarito bene che ad oggi non ve ne sarebbero.

Una cosa appare lampante. Mentre Di Maio sta cercando di moderare i toni e cita persino Alcide De Gasperi, appellandosi alla responsabilità del PD per tentare di guidare il prossimo governo, Salvini sembra ancora in campagna elettorale. Ha rifiutato pubblicamente l’appello di Berlusconi al PD di sostenere un governo di centro-destra, chiarendo che gli elettori non lo avrebbero votato per ritrovarsi insieme a Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, ha continuato ad attaccare la UE e l’euro, affermando di prepararsi alla fine della moneta unica e l’altro ieri, al Parlamento di Strasburgo, ha quasi paventato piani per lo smantellamento delle istituzioni comunitarie.

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Come mai un simile approccio da parte di chi, al contrario, fiutando la seria opportunità di entrare a Palazzo Chigi, non retrocede dai toni elettorali e propagandistici, contrariamente al candidato premier pentastellato? La differenza tra i due sta nei tempi su cui stanno giocando le rispettive partite. Di Maio sta facendo davvero di tutto per diventare premier, pur consapevole di non avere i numeri. Spera che il PD molli la linea renziana e lo sostenga, magari dall’esterno e ieri si è detto pronto persino all’ipotesi di elezioni anticipate, nel chiaro tentativo di spaventare proprio gli eletti del PD.

Di Maio ha paura di uno scenario, per cui non riuscendo a farsi assegnare l’incarico da Mattarella e a formare il governo, il Parlamento sarà costretto a ripiegare su altre soluzioni, tra cui un governo di scopo, prendendo tempo e probabilmente celebrando le elezioni anticipate già all’anno prossimo. Tuttavia, in quel caso non è affatto certo che sarà ancora lui il candidato premier. Per le regole che i grillini si sono dati, un parlamentare può restare in carica fino a due mandati. Al prossimo giro, quindi, teoricamente Di Maio non potrebbe più ricandidarsi.

Certo, sempre in teoria, non sarebbe detto che ciò escluda una sua candidatura a premier. Matteo Renzi è stato premier senza mai essere stato prima eletto in Parlamento. Tuttavia, il suo reale timore consiste nel venire soppiantato da quell’Alessandro Di Battista, che non a caso non è stato fatto ricandidare alle elezioni del 4 marzo scorso, al fine di non cumulare il doppio mandato e rimanere così una carta spendibile dell’M5S per le prossime elezioni. Spendibile per cosa? Per fare il premier.

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I tempi diversi tra Di Maio e Salvini

Nulla è scolpito sulla pietra, ma se Di Maio nelle prossime settimane non riuscisse a fare il premier, è assai probabile che al prossimo giro la scena gli sarà rubata dall’avversario interno Diba, com’è ribattezzato dalla stampa e sui social, figura più gradita a Beppe Grillo, portavoce storico del movimento, in quanto più ruspante e meno istituzionale, certamente meno incline all'”inciucio” del 31-enne di Pomigliano d’Arco, da molti definito simpaticamente (o malignamente) “un giovane Andreotti”.

E Salvini? Egli è conscio di non avere numeri e punta a tre obiettivi: consolidare i consensi della Lega, passando per un exploit alle elezioni europee dell’anno prossimo; confermare la leadership della coalizione, grazie al punto precedente; giocarsi seriamente la partita della vita, ossia l’ingresso a Palazzo Chigi, alle prossime elezioni, confidando che a vincere sarà proprio il “suo” centro-destra, magari a seguito della disillusione per un governo guidato dai grillini e che, a suo auspicare, si rivelerebbe inconcludente.

Mantenendo i toni elettoralistici, il leader leghista spera di ampliare i consensi, rubandoli agli alleati, ancor prima che ampliandoli tra quelli in libera uscita dalle formazioni esterne alla coalizione di centro-destra. La diversa tempistica tra lui e Di Maio ci spiega perché il candidato grillino appare sin troppo istituzionale e persino ingessato già dal 5 marzo, mentre per il Carroccio sembra che la campagna elettorale non sia mai finita. Berlusconi lo sa e non apprezza, vuoi perché teme di essere additato dalle cancellerie europee a cui aveva garantito una guida della coalizione “moderata”, vuoi anche perché consapevole che la Lega sarebbe così destinata a prendersi un altro pezzo di elettori di Forza Italia, provocandone verosimilmente il collasso.

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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