FRANCIA, CRISI EUROZONA, PRESIDENZA TRUMP, ECONOMIA USA

Perché Macron e Trump sono più simili di quanto immaginiamo

Emmanuel Macron e Donald Trump, così diversi e così simili. Il racconto della stampa internazionale non corrisponde a verità: tra i due capi di stato ci sono forse più affinità che divergenze.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Emmanuel Macron e Donald Trump, così diversi e così simili. Il racconto della stampa internazionale non corrisponde a verità: tra i due capi di stato ci sono forse più affinità che divergenze.

Il presidente francese Emmanuel Macron si accingerebbe oggi a conquistare i tre quarti o forse più dei seggi all’Assemblea Nazionale per il secondo turno delle elezioni legislative. I sondaggi lo accreditano fino a 470 su 577 seggi, consegnandogli una maggioranza bulgara con la quale realizzare le riforme economiche promesse e polverizzare quel poco che rimane degli schieramenti tradizionali. Il 39-enne giovane capo di stato viene da molti individuato come una sorta di anti-Trump. A prima vista, le differenze con il presidente americano non potrebbero sembrare più grandi. Anzitutto, tra i due vi è una generazione di mezzo: è di 32 anni più grande il tycoon. Donald Trump ha vinto le presidenziali USA del 2016 con un programma di chiusura dei confini verso il Messico e di minacce ritorsive contro le merci cinesi, accusate di rubare il lavoro agli americani con pratiche di dumping. (Leggi anche: Perché la Francia rischia un’insurrezione in piena era Macron)

E sull’immigrazione, l’uomo ha esordito con il “muslim ban”, il divieto temporaneo di ingresso ai cittadini di sette paesi islamici, di recente riformulato e ristretto a sei stati di provenienza. Nulla di più differente dal programma di Macron, che ha vinto al ballottaggio del 7 maggio contro la nazionalista Marine Le Pen proprio su una politica di maggiore integrazione delle minoranze, oltre che politica ed economica con il resto della UE. Quella stessa UE, che Trump definisce “veicolo degli interessi tedeschi” e che minaccia di colpire con restrizioni commerciali, se non verrà posto fine alla debolezza dell’euro.

I media ci hanno dipinto Macron come un campione del liberalismo economico e sociale, Trump quale un rigido protezionista. L’una e l’altra immagine sono sbagliate e spesso frutto di pregiudizi, oltre che di una guerra mediatica a copertura di interessi nazionali divergenti.

Macron non è un un liberale anti-Trump

Sin da prima che venisse eletto, vi avevamo spiegato come la scelta tra Macron e Le Pen non fosse basata sull’alternativa tra globalizzazione e protezionismo, quanto sulla differente volontà di tutelare il modello sociale francese. La leader del Fronte Nazionale, sostenuta quasi apertamente da Trump, è stata forse travolta da un cumulo di schede a lei contrarie per il fatto di non avere compreso la vera insidia elettorale di Macron, che non era il suo ostentato europeismo, quanto la volontà di creare una protezione continentale al modello economico nazionale, fondato su alta spesa pubblica, alte tasse ed elevate garanzie sociali.

Estremizzando, potremmo dire che la Le Pen si era fatta portavoce di un progetto nazional-socialista, apparentemente più romantico, ma anche meno fattibile, mentre Macron ha offerto agli elettori la via per difendersi dalla globalizzazione, riparandosi sotto Bruxelles in una sorta di socialismo europeo. (Leggi anche: Ballottaggio Macron-Le Pen non è globalizzazione contro protezionismo)

La prova che quella nostra sensazione fosse giusta l’ha offerta lo stesso Macron in queste prime settimane trascorse all’Eliseo. L’uomo, che a Bruxelles, poco prima del G7 di Taormina, ha stretto intensamente la mano a Trump, ha subito dopo invitato il presidente russo Vladimir Putin a Parigi per un faccia a faccia teoricamente difficile tra i due (Macron accusò Putin in campagna elettorale di interferenze ai suoi danni), ma che nei fatti si è tradotto in un successo diplomatico.

Macron come Trump sul commercio mondiale

Per non indispettire i suoi sostenitori, il francese ha ribadito le “linee rosse” insuperabili in Siria e Ucraina, ma nei fatti avallato un riavvicinamento tra i due paesi, che presto dovrebbe portare alla fine delle sanzioni UE contro la Russia. Sanzioni, che proprio Trump vorrebbe eliminare quanto prima, se non fosse che qualche giorno fa il Senato americano ha approvato una mozione per sottrargli tale competenza e per inasprire l’embargo contro Mosca, in un clima di crescente “russofobia” negli USA.

L’Europa, dopo mesi trascorsi a criticare il tentativo di Trump di riavvicinarsi al Cremlino, sapete come ha reagito? Con dichiarazioni di sdegno contro le nuove sanzioni americane, sostenendo che colpirebbero gli interessi propri nel settore energetico.

Ma che Macron sia un po’ un Trump europeo lo dimostrerebbe la sua richiesta di impedire o restringere l’accesso agli appalti e alle scalate in Europa da parte di società non continentali, specie cinesi. Ora, siamo dinnanzi allo stesso programma del presidente americano, tacciato di “populismo” e protezionismo da tutta Europa, salvo scoprire che a Bruxelles, pur considerando legalmente complicato giungere a mettere nero su bianco le proposte di Macron, sostengano che il dibattito stia spostandosi sul “fair trade” dal solo “free trade”, ovvero si porrebbe sempre più l’accento sul commercio equo, anziché solamente sul libero commercio, replicando esattamente l’espressione utilizzata da Trump per spiegare le ragioni della sua ambita rinegoziazione degli accordi. (Leggi anche: Un politico protezionista? Monsieur Macron!)

Il “protezionismo” di Macron

A inizio mese, dopo avere sfidato le ire della Le Pen sulla cessione della francese Stx all’italiana Fincantieri, il presidente francese ha deciso di rimescolare le carte e di ampliare la platea degli azionisti, scartando l’ingresso della fondazione Cr Trieste, in favore di Rccl e Msc, segnalando quanto anche in lui siano alla fine prevalse le spinte a tutelare gli interessi industriali nazionali da scalate di economie percepite quali direttamente concorrenti e per questo ostili.

Macron non è un campione del liberalismo, tanto da avere servito per due anni come ministro dell’Economia nel governo di Manuel Valls, che pur di tendenze riformatrici, fu soggetto all’immobilismo della presidenza socialista Hollande, la peggiore della Quinta Repubblica per popolarità e risultati ottenuti. Non si ricordano di proteste di Macron, quando i suoi colleghi ministri affossarono il TTIP insieme alla Germania. (Leggi anche: Accordo TTIP: Trump a sorpresa riapre alla UE e crea pressioni su Macron e Merkel)

Certo, restano divergenze critiche, come sull’Accordo di Parigi, siglato da Barack Obama e altri quasi 200 paesi del mondo per combattere i cambiamenti climatici e messo a repentaglio dal ritiro degli USA di Trump di qualche settimana fa. Macron è un convinto sostenitore di quell’accordo, tanto da avere offerto “esilio” a scienziati e ricercatori americani sul tema del surriscaldamento globale.

Possibile compromesso anche sull’euro

Ma come Trump, anche Macron, da buon francese, ambisce in cuor suo al ridimensionamento del ruolo politico della Germania in Europa. Anch’egli ha interesse a che il gigantesco surplus commerciale tedesco si riduca e che Berlino contribuisca a risollevare l’Eurozona con un allentamento dell’austerità fiscale al suo interno. E la riduzione della concorrenza fiscale all’interno della UE con l’istituzione di un’unica corporate tax voluta da Macron e finora poco gradita ai tedeschi potrebbe far comodo proprio a Trump, che confiderebbe in una tassazione europea tendenzialmente più ampia, non più bassa.

Il vero pomo della discordia tra Francia e USA sarebbe sull’euro, con la prima intenzionata a difenderlo strenuamente e i secondi a guardarlo con circospezione, se non con aperto fastidio. Trump vorrebbe che il cambio euro-dollaro fosse più forte, Macron non può che desiderarlo debole. Ma alla fine, se i francesi riuscissero a ottenere dai tedeschi un’integrazione della politica fiscale, che consenta loro di continuare a spendere tanto e di evitare dolorosi tagli, un compromesso sull’euro potrebbe trovarsi, specie dopo che Mario Draghi avrà lasciato la presidenza BCE. E a Trump non dispiacerebbe. (Leggi anche: Trump contro euro debole, qual è il suo vero obiettivo?)

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Francia, Crisi Eurozona, Presidenza Trump, Economia USA

I commenti sono chiusi.