Perché Macron non sarà amico dell’Italia e l’illusione che ci serva pasti gratis

La vittoria di Macron in Francia scatena già i corteggiamenti in Italia, ma saranno in molti a doversi ricredere. Gli obiettivi del nuovo presidente francese potrebbero non essere affatto compatibili con gli interessi nazionali del nostro paese.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La vittoria di Macron in Francia scatena già i corteggiamenti in Italia, ma saranno in molti a doversi ricredere. Gli obiettivi del nuovo presidente francese potrebbero non essere affatto compatibili con gli interessi nazionali del nostro paese.

E’ corsa in Italia ad accreditarsi amici di Emmanuel Macron, il nuovo presidente della Francia. Ad avere battuto sul tempo tutti gli altri è stato senza dubbio Matteo Renzi, che si è già auto-proclamato il Macron de noantri, ma anche nel centro-destra sale forte la tentazione di associare la propria immagine a quella vincente del nostro inquilino dell’Eliseo. E così, se in un’intervista realizzata alla vigilia del ballottaggio, l’ex premier Silvio Berlusconi evitava di prendere posizione sui due candidati, definendo l’ex banchiere e già ministro dell’Economia “un brillante tecnocrate”, ieri è stato il suo capogruppo alla Camera, Renato Brunetta dal suo profilo Facebook a crogiolarsi della vittoria di Macron, come se ne fosse accomunato da valori e programmi.

In assenza di punti di riferimento dignitosi in patria, il vizio ormai vecchio della politica italiana, specie a sinistra, consiste nel cercare un Papa straniero per darsi una collocazione e una connotazione altrimenti impalpabili. E così, l’allora Ulivo s’innamorò del blairismo britannico e del clintonismo USA, si aggrappò successivamente al zapaterismo dei diritti civili e dopo ancora a Barack Obama, mentre l’amore per François Hollande fu sfoggiato per poco, il tempo di capirne l’inconsistenza personale e politica.

Macron sarà un amore ricambiato?

Il flirt ostentato per Macron, quasi bipartisan, rientra nel solco della tradizione italiana in cerca di autore, ma chiediamoci se il nuovo presidente francese sarà per Roma un ennesimo amato deludente o se davvero ricambierà l’affetto interessato profuso a mezzo social.

Partiamo da un dettaglio: la prima telefonata dopo la vittoria ormai certa gli è arrivata ieri sera dalla cancelliera Angela Merkel, che a sua volta aveva vinto qualche ora prima le elezioni regionali nello Schleswig-Holstein, incrementando le probabilità di ottenere un quarto mandato di fila a settembre, quando si rinnova il Bundestag.

Verso un nuovo asse franco-tedesco

Tra Macron e Berlino è nato prima ancora di ieri un amore, destinato a rafforzarsi con l’ingresso ufficiale del primo all’Eliseo. L’asse franco-tedesco è quello su cui regge da un quarto di secolo la costruzione della UE da una parte e dell’Eurozona dall’altra. Ieri, quando gli exit polls segnalavano il trionfo dell’ex ministro, a Bruxelles e a Berlino avranno tirato un lunghissimo sospiro di sollievo, perché la vittoria di Marine Le Pen avrebbe forse non provocato l’uscita della Francia dall’euro, ma certamente la fine delle istituzioni comunitarie come le conosciamo oggi.

Macron è figlio politico di Jacques Attali, già collaboratore dell’amministrazione Mitterand negli anni Ottanta e nel 2007 incaricato dal presidente Nicolas Sarkozy di presiedere alla Commissione nazionale per l’individuazione delle riforme necessarie al rilancio della Francia. Attali è uno degli ideatori di quell’asse Parigi-Berlino, che all’inizio degli anni Novanta si poneva come obiettivo principale di arginare il rischio di un’eccessiva avanzata industriale dell’Italia e ai danni dell’economia francese. L’euro rispondeva anche all’esigenza avvertita dalla Francia, più che dalla Germania, di creare un sistema monetario che conservasse una certa supremazia economica delle principali potenze europee di allora.

Forte il legame tra Germania e Francia

Aldilà di questi retroscena, che potrebbero anche non influire in alcun modo sulla presidenza Macron, esistono dati di fatto e condizioni oggettive per i quali potremmo affermare che l’uomo non sarà un amico dell’Italia. In primis, se egli vuole rilanciare la UE e l’euro, come ha promesso in campagna elettorale, è certo che dovrà partire proprio dall’asse con i tedeschi. Nel 2010, quando il sistema bancario francese rischiò il collasso, esposto com’era verso la Grecia e gli altri stati del Sud Europa in crisi, Sarkozy si affannò proprio a rinvigorire il legame con Berlino per studiare una strategia vincente di superamento delle tensioni finanziarie.

Qualche anno dopo, uno fiero critico di quell’asse, Hollande, dopo avere vinto le elezioni su un’alternativa all’austerità germanica, non solo non l’ha combattuta, ma anch’egli si arrese all’evidenza dell’inevitabilità del rapporto con Berlino per tenere in piedi la Francia, la UE e l’euro. Per quanto l’economia transalpina non abbia brillato nell’ultimo decennio, non si può nemmeno dire che sia precipitata nel baratro come altre concorrenti del sud e questo anche grazie alla percezione dei mercati di una solidità di fondo, legata alla volontà ostentata dalla Francia di restare ancora al nucleo delle istituzioni comunitarie, ovvero alla Germania.

Macron non si batterà contro l’austerità

Macron, per interesse nazionale, dovrà restare fedele a quel patto non scritto, per cui la UE si regge sul connubio tra francesi e tedeschi e lo farà senza riguardo per gli interessi dell’Italia, che non è titolato in alcun modo a rappresentare. Quanti sperano a Roma (Renzi, in testa) di potere beneficiare di un eventuale asse con Parigi in funzione anti-austerity scopriranno non più tardi dell’estate di avere fatto male i loro conti.

Macron non potrà esordire alla presidenza schierandosi con l’Italia contro la Germania per una maggiore flessibilità fiscale, rischiando altrimenti di venire risucchiato nel vortice dei Pigs. Lo sa benissimo da ex banchiere Rotschild e certamente non glielo consentirebbero i probabili alleati conservatori al governo, con cui dovrebbe condividere la maggioranza all’Assemblea Nazionale.

La BCE sarà meno accomodante

Egli ha vinto da riformista e per quanto possa anche fallire, di certo i suoi primi passi non potranno consistere nell’imbracciare una lotta politica sovranazionale contro il consolidamento dei conti pubblici. Se lo facesse, perderebbe il credito vantato sin da oggi in Germania, che fa ben sperare la cancelleria sul rilancio dei rapporti con Parigi, dopo un lustro incolore e senza grossi successi in alcun campo della politica europea.

Esistono, poi, condizioni oggettive, che la vittoria di Macron ha consolidato. La fine (temporanea) delle tensioni geopolitiche nell’Eurozona spingerà la BCE a guardare con fiducia sia alla ripresa economica dell’area, sia alla risalita stabile dei prezzi, al netto delle considerazioni sulle quotazioni del petrolio. Già da giugno, il miglioramento delle prospettive farà cambiare probabilmente linguaggio a Francoforte, in preparazione del ritiro degli stimoli monetari dall’inizio dell’anno prossimo.

L’Unione politica non è un pasto gratis

I mercati inizieranno a scontare nelle prossime settimane sia il venir meno progressivo del “quantitative easing”, sia il rialzo dei tassi – passi, ripetiamo, che la vittoria di Macron ha assecondato involontariamente – con la conseguenza che i rendimenti dei titoli di stato, italiani in testa, saliranno e il costo per rifinanziare il nostro immenso debito pubblico si farà più pesante, richiedendo maggiori stanziamenti a bilancio.

Se qualcuno a Roma si è illuso che con Macron presidente avremmo avuto davanti a noi un futuro meno austero e un amico in più in Europa, si ricrederà in pochi mesi. Nemmeno la maggiore integrazione politica a cui ambisce il nuovo capo dello stato sarebbe un fatto immediatamente positivo e spendibile per l’Italia, perché passerebbe per un rigore più stringente sui conti pubblici e per una maggiore severità di giudizio sullo stato di salute delle banche. La Germania non accetterà mai di sobbarcarsi il rischio di condivisione di perdite a carico dei propri contribuenti, se non prima questo risulterà minimizzato, attraverso conti pubblici e bilanci bancari solidi. Non esistono pasti gratis per l’Italia, nemmeno con Macron all’Eliseo.

 

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Francia, Politica, Politica Europa, Politica italiana

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