Perché lo spread a 300 punti non segnala ancora né rischio default e né uscita dall’euro dell’Italia

La crisi dello spread è grave, ma non segnalerebbe una vera tempesta in arrivo. E il debito pubblico in Italia resta sostenibile più che in stati come la Francia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dello spread è grave, ma non segnalerebbe una vera tempesta in arrivo. E il debito pubblico in Italia resta sostenibile più che in stati come la Francia.

L’allarme spread resta alto, ma almeno oggi la tensione sui mercati è leggermente rientrata sulle indiscrezioni per cui l’Italia ridurrebbe il deficit dal 2020 intorno al 2% dal 2,4% a cui era stato fissato dall’accordo nella maggioranza di settimana scorsa. Pochi decimali di discesa per il disavanzo fiscale, ma che segnalerebbero almeno la buona volontà di Roma di giungere a un accordo con la Commissione europea, un fatto che in sé implica l’allontanamento dello scenario di scontro con Bruxelles e la volontà del governo di Lega e Movimento 5 Stelle di rimanere nell’ambito delle regole comunitarie. Insomma, il rischio di uscita dall’euro, se mai sia stato reale, viene percepito più basso nelle ultime ore. E anche lo scenario tetro di un avvitamento dell’economia italiana non sarebbe stato scontato nemmeno in questi giorni cupi di crollo per i nostri BTp. Se a metà seduta, oggi i rendimenti decennali del Tesoro viaggiano sul 3,38%, quelli a 2 anni risultano scesi intorno all’1,34-5%. Ciò significa che lo spread 10/2 anni si colloca appena al di sopra dei 200 punti base, persino superiore alla media dei 180 bp di questi mesi.

Allarme spread: perché per l’Italia e l’euro non sarebbe un altro 2011, ma molto peggio 

Si consideri che la Germania registra un differenziale tra decennali e biennali nell’ordine dell’1% e la Spagna dell’1,70%. Perché è importante questo spread? Esso segnala il premio al rischio che il mercato richiede per acquistare titoli a scadenze più lunghe. Quando la differenza tra i rendimenti a lungo e quelli a breve si assottiglia troppo, significa che gli investitori si mostrano preoccupati per il breve termine, ovvero stia scontando fattori come una recessione economica, un’inflazione in forte accelerazione o persino il rischio di default. Tutti questi pericoli nel lungo termine vengono meno, per cui gravano sulla percezione che si ha per i titoli di durata più corta.

La curva delle scadenze resta ripida

Ora, con uno spread 10/2 anni in area 2%, non pare che l’Italia sia percepita come sull’orlo di una crisi finanziaria, economica o di uscire dall’euro. Se così fosse, come accadde il 29 maggio scorso, quando a Roma si sfiorò una grave crisi istituzionale sul caso Savona, i rendimenti biennali dovrebbero portarsi a ridosso di quelli decennali. Allora, i primi esplosero al 2,45% e i secondi al 3,33%, per cui il differenziale tra le due scadenze crollò a meno dello 0,90%. E oltre a essere la spia di possibili eventi avversi in arrivo, l’appiattimento o persino l’inversione della curva dei rendimenti sarebbe capace in sé di mandare l’economia in recessione, visto che le banche sono solite prestare denaro a lungo e prenderlo in prestito dai clienti a breve. Se i costi lievitano in prossimità dei ricavi, i margini d’interesse si annullano e ciò disincentiva le erogazioni di credito, facendo venire meno la liquidità necessaria a imprese e famiglie rispettivamente per investire e acquistare beni durevoli.

Non è un caso che lo spread 10/2 anni ad appena lo 0,25% negli USA sia da mesi fonte di preoccupazione e non in pochi tra gli analisti profetizzano l’arrivo di una recessione americana da qui a circa un anno. Certo, bisogna mettere in conto che i livelli dei rendimenti italiani sono relativamente altissimi lungo l’intera curva delle scadenze, se è vero che ancora oggi un Bonos a 2 anni offre il -0,18% e che un decennale spagnolo non va oltre l’1,50%. Ad ogni modo, se un nutrito gruppo di investitori temesse davvero l’“Italexit” e/o il rischio default per il nostro Paese, chiederebbe rendimenti a breve ben superiori e forse più alti degli stessi decennali.

Perché dalla BCE stanno arrivando guai “tecnici” per i nostri BTp

Il confronto con la Francia

Per capire che la situazione finanziaria dell’Italia sia grave, ma non disperata, vi serva un confronto con la Francia. Se è vero che Parigi detiene un debito pubblico di poco inferiore al 100% del pil contro il nostro 131%, vero è anche che ha debiti privati (famiglie e imprese) per il 235% del pil, quando in Italia non si va oltre il 170%. Sommando tutti i debiti, si ottiene che noi italiani risultiamo indebitati nel pubblico e nel privato per qualcosa meno del 300% del pil, mentre i francesi per oltre il 330%. Al netto dei risparmi, le percentuali scendono rispettivamente al 242% e al 285%. In più, la nostra pressione fiscale viaggia su livelli altissimi, pari al 43% del pil, ma i contribuenti francesi non paiono più fortunati di noi, se versano quasi il 46% del pil transalpino in tasse.

Cosa ci spiegano queste cifre? Che in caso di stress, il governo italiano di turno avrebbe maggiori risorse private alle quali attingere per onorare l’alta montagna del debito pubblico. Famiglie e imprese italiane sono meno indebitate di quelle del resto dell’Eurozona, per cui l’aumento dei tassi, ad esempio, tenderà ad incidere sui loro bilanci di meno che altrove, drenando all’economia privata minori risorse che in Francia, così come in stati virtuosi come la Svezia. L’economia scandinava detiene un indebitamento privato al 240% del pil. Se gli interessi salgono mediamente di 100 punti base, il sistema Italia si troverebbe a pagare una rata netta del 2,4% del pil in più, quello francese del 2,8%. A Parigi, la stretta monetaria farebbe meno danni che a Roma sul fronte pubblico, ma maggiori su quello privato. E si consideri che il nostro Paese vanta un saldo primario positivo del 2% del pil, la Francia uno negativo dello 0,5%. In sostanza, al netto della spesa per interessi spendiamo meno di quanto incassiamo, mentre i francesi continuano a vivere al di sopra delle loro possibilità.

E allora, con tutto rispetto per il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che ci avverte sul rispetto dei vincoli di bilancio, la narrazione di questa crisi appare alquanto sbilanciata ai danni dell’Italia, che non è certo sede di grandi virtù pubbliche, ma nemmeno di sfaceli indicibili. Il nostro debito pubblico è sostenibile e a garantirlo sono i conti di famiglie e imprese italiane. I mercati non starebbero tuonando tanto contro il rischio default del nostro Paese, quanto la cornice “esterna” delle condizioni finanziarie, quell’unione monetaria incompleta e paradossale, per cui la banca centrale è costretta a mostrarsi indifferente rispetto alle rassicurazioni pretese da chi investe sulla solvibilità dei debiti nazionali. Ne parliamo da quasi un decennio e nulla è stato deciso sul tema. L’Italia resta vittima non di conti squilibrati, bensì di speculazioni internazionali sulla sopravvivenza dell’euro da qui ai prossimi anni. Dite a Le Maire che se saltassimo in aria, la sua Francia diverrebbe col tempo l’Italia della situazione.

La Francia di Macron deve tenersi stretta i mercati finanziari e l’euro più dell’Italia 

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: austerità fiscale, bond sovrani, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, pressione fiscale, rendimenti bond, Spread