Perché l’Italia sarà nel mirino dei mercati dopo il voto in Francia

Dopo le elezioni in Francia di domenica prossima, l'Italia tornerà nel mirino dei mercati più di quanto non lo sia già. Gli scenari politici, unitamente a quelli economici, non lasciano presagire granché di positivo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Dopo le elezioni in Francia di domenica prossima, l'Italia tornerà nel mirino dei mercati più di quanto non lo sia già. Gli scenari politici, unitamente a quelli economici, non lasciano presagire granché di positivo.

Domenica si vota in Francia e il candidato centrista Emmanuel Macron dovrebbe vincere il ballottaggio per le presidenziali, diventando il successore di François Hollande, nonostante in queste due settimane successive al primo turno sembra che stia facendo di tutto per regalare consensi alla rivale Marine Le Pen. Se i risultati saranno conformi ai sondaggi, da lunedì ci sarà ulteriore spazio per un rafforzamento del cambio euro-dollaro, mentre i rendimenti sovrani nell’Eurozona dovrebbero aumentare, a partire da quelli tedeschi, venendo meno la necessità del mercato di buttarsi sugli assets sicuri. Al contrario, i BTp italiani dovrebbero salire di prezzo e ridursi di rendimento. I nostri bond decennali sono stati tra i più venduti quest’anno, rendendo oggi circa 35 punti base in più di fine 2016 e vedendo allargare lo spread con gli omologhi Bonos spagnoli fino a un massimo di 75 bp (64 bp, in questo momento).

Il rally presumibile che si avrà sui mercati con la molto probabile vittoria di Macron non dovrebbe durare molto, una volta passata la sbornia. L’ex ministro-banchiere non sembra chiudere un ciclo elettorale favorevole agli euro-scettici nell’area, ma semmai si avvantaggerà del fatto di essere percepito dalla maggioranza dei francesi quale male minore, rispetto a un’opzione avvertita quale molto radicale e rischiosa. (Leggi anche: Ballottaggio Francia, perché Le Pen può ancora vincere contro Macron)

Il paradosso di Renzi

Domenica scorsa, Matteo Renzi ha stravinto le primarie del PD, ma paradossalmente sembra più debole di prima. Per ottenere il voto anticipato all’autunno prossimo, egli dovrà sacrificare il suo stesso governo con un qualsiasi pretesto, dopo avere fatto lo stesso nel febbraio del 2014, a pochi giorni dall’ormai celebre tweet #enricostaisereno, dove Enrico stava per Letta, l’allora premier disarcionato proprio dal segretario del PD.

Un remake del 2014 non sarebbe visto positivamente dagli stessi elettori del centro-sinistra, ma la debolezza di fondo di Renzi sta nel suo essere allo stesso tempo il candidato premier più europeista tra quelli in gara probabilmente alle prossime elezioni, ma al contempo utilizzando toni euro-scettici per contenere l’avanzata del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e della Lega Nord di Matteo Salvini, entrambi formazioni molto critiche verso Bruxelles. (Leggi anche: Primarie PD, trionfo di Renzi avvicina le elezioni)

Lo scenario di una vittoria degli euro-scettici

Se Renzi vuole aspirare credibilmente a tornare a Palazzo Chigi, dovrà mostrarsi piuttosto duro verso i commissari europei, poco amati ovunque in Europa, ma meno ancora in Italia, la cui economia langue da anni e a torto o a ragione, i cittadini vedono nelle istituzioni comunitarie un freno per la ripresa. Renzi vive questo paradosso: accreditarsi come europeista, ma sfoggiando toni euro-scettici. Senonché, gli scenari più prevedibili sarebbero i seguenti e tutti non positivi per la posizione dell’Italia nell’Eurozona:

1) Scenario 1: gli elettori italiani, tra lo scegliere un candidato semi-euro-scettico e uno euro-scettico al 100%, potrebbero optare per il secondo, premiando Grillo e Salvini. A seconda di quale sarà la legge elettorale, potremmo avere una maggioranza parlamentare penstastellata, una di centro-destra o nessuna maggioranza, ma con gli euro-scettici ad avere voce in capitolo potenzialmente determinante sul futuro governo. I mercati finanziari tornerebbero a tuonare contro i nostri BTp e la fuga già in atto dei capitali dall’Italia si accentuerebbe; (Leggi anche: Sondaggi, adesso c’è una maggioranza sovranista)

E se vincessero gli europeisti?

2) Scenario 2: Renzi riesce a vincere le elezioni o a rendersi determinante per la formazione di un governo di larghe intese con un pezzo di centro-destra. Bene, ma con quale mandato? Cosa potrebbe fare un governo almeno in parte renziano, dopo che il segretario del PD ha usato in campagna elettorale toni e argomentazioni ostili alle politiche di austerità di Bruxelles? Per quanto sarebbe lo scenario più gradito dai mercati, l’ottimismo avrebbe vita breve. I 32 mesi di Renzi a Palazzo Chigi ci hanno insegnato che dare un colpo al cerchio e una alla botte può rivelarsi una strategia vincente, in termini di consenso, solo nel breve periodo, ma alla fine i nodi arrivano al pettine. E questi si chiamano clausole di salvaguardia, ovvero potenziali aumenti dell’IVA per 20 miliardi di euro, abbattimento del deficit, del debito pubblico e riforme economiche per rilanciare la crescita.

Quale che sia il governo uscito dalle urne, esso si troverà ad agire in un ambiente progressivamente meno favorevole, in quanto la BCE per allora avrà iniziato a ritirare gli stimoli monetari e successivamente ad alzare i tassi. Conseguenza di ciò saranno un rafforzamento dell’euro e un aumento dei costi per rifinanziare il debito pubblico, mentre anche le quotazioni del petrolio potrebbero salire. L’effetto combinato di tali eventi sarebbero minore affidamento sulle esportazioni, aumento delle spese dello stato per emettere nuovi debiti e costi maggiori per i consumatori, a detrimento della già debole domanda interna. (Leggi anche: Perché la ripresa in Italia deve essere agganciata adesso o è rischio recessione)

Siamo alla vigilia di una seconda crisi del debito?

Sarebbe verosimile, che dovendo premiare la “giusta” scelta degli italiani alle urne, la Commissione europea concederebbe ulteriore flessibilità fiscale all’Italia, nel caso Renzi tornasse premier o si formasse un governo di stampo europeista. Ma non facciamoci illusioni, perché la coperta è cortissima, anzi non ci sarebbe proprio. Il nostro rapporto debito/pil è già al 133% e per abbatterlo servirebbe un’accelerazione della crescita, ad oggi non attesa da alcun organismo indipendente nazionale o straniero. Solo la materializzazione di un po’ d’inflazione ci aiuterà a smaltire un po’ del peso del debito, ma a patto che nel frattempo si agisca anche sul deficit, tagliandolo, non certo aumentandolo.

D’altra parte, proprio l’accelerazione dell’inflazione spingerà i rendimenti di tutti i bond nell’Eurozona, inclusi quelli tedeschi. E dovendo i nostri BTp rendere a premio sui Bund, nel medio termine dobbiamo attenderci un aumento automatico della spesa per interessi, riducendosi così gli spazi già inesistenti di manovra per i conti pubblici. Pare che tra un anno al massimo, più che a vedere chi governerà l’Italia, dovremmo chiederci chi tra Renzi, Grillo o un Mister X del centro-destra si assumerà la responsabilità di una nuova probabile crisi del debito. La prima culminò con la “fuga” da Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi, la seconda chissà. (Leggi anche: Troika più vicina, scenario greco per l’Italia dopo le elezioni)

 

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Matteo Renzi, Politica, Politica italiana, rendimenti bond

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