Dazi alla Trump in Italia un suicidio, ecco perché

L'economia italiana non può permettersi di imporre dazi, perché non siamo l'America di Donald Trump. Vediamo qualche dato

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia italiana non può permettersi di imporre dazi, perché non siamo l'America di Donald Trump. Vediamo qualche dato

Sovranisti contro global-europeisti. E’ il motivo di fondo di una campagna elettorale, che per la prima volta in Italia sta andando oltre la tradizionale divisione tra destra e sinistra, vuoi perché questa è una corsa a tre, inclusiva del Movimento 5 Stelle, vuoi anche perché si è sviluppato, in questi anni, un filone di pensiero, in base al quale l’Italia dovrebbe riprendersi parte della sovranità politica ed economica ceduta alle istituzioni comunitarie. La presidenza Trump e la Brexit vengono percepite esattamente come fenomeni storici, che s’inquadrano all’interno di un moto di riflusso dalla globalizzazione per com’è stata pensata negli ultimi decenni. Qualche settimana fa, il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato che, nel caso in cui diventasse premier, imporrebbe dazi come quelli che Donald Trump ha appena annunciato su pannelli solari e lavatrici, colpendo le importazioni da Cina e Corea del Sud, in particolare. Immediate le reazioni politiche, anche ironiche, specie da parte del PD, con Matteo Renzi a fare notare al Carroccio, anzitutto, che le politiche commerciali le decide la UE e non il singolo stato e, poi, che imporre dazi sarebbe un suicidio per l’economia italiana. (Leggi anche: Salvini invoca dazi alla Trump)

Procediamo con il nostro “fact checking”, per utilizzare un’espressione così trendy di questi tempi. L’Italia è un’economia esportatrice, avendo venduto nel resto mondo merci e servizi nel 2016 per oltre 51 miliardi in più di quanti ne ha importati, di cui 40 miliardi all’infuori della UE, segnando un record per la sua bilancia commerciale. I dati Istat sullo scorso anno per il momento di dicono che fuori dalla UE abbiamo maturato un saldo attivo quasi identico a quello di due anni fa, ovvero di 39,2 miliardi. Ipotizzando che anche le esportazioni nette verso il resto della UE siano rimaste inalterate, possiamo confermare che la nostra economia vanti esportazioni nette per più del 3% del suo pil, maturate per la metà negli USA. Questi, al contrario, ogni anno importano dal resto del mondo più di 500 miliardi di dollari in più di quanto esportino. Di fatto, l’economia americana “brucia” così circa il 2,5-3% della sua ricchezza ogni anno, comprando merci e servizi dall’estero, con il 70% di disavanzo verso la sola Cina.

Di fatto, già questo dato evidenzia una netta differenza tra Italia e USA. Il nostro Paese figura tra le principali potenze esportatrici del pianeta e seconda nella UE alla sola Germania. L’America ereditata da Trump, invece, da decenni accumula disavanzi su disavanzi, per cui lì ha più senso, almeno come ipotesi politica, verificare se non sia il caso di imporre dazi per cercare di rinvigorire i saldi commerciali. Tuttavia, nemmeno Washington si sta lanciando in una campagna di barriere doganali, come ci risulta facile credere dalla retorica trumpiana. L’amministrazione americana sta spolverando, infatti, perlopiù misure che tipicamente vengono adottate nei casi di riscontrate politiche di dumping da parte di qualche economia straniera.

Anche l’Europa ha i suoi dazi

E’ il caso dell’acciaio cinese, contro cui non sono stati ancora annunciati nuovi dazi (questione di giorni, si dice), imposti alla fine del 2015 dall’amministrazione Obama per la bellezza del 256%, al fine di proteggere l’industria siderurgica nazionale contro la concorrenza sleale di Pechino, che sussidiando le sue imprese, ha nei fatto mandato in malora tutto il comparto mondiale. La Cina produce, infatti, circa la metà dell’acciaio di tutto il mondo e nonostante una grave crisi di sovrapproduzione negli anni scorsi, stimata in circa 380 milioni di tonnellate, ha continuato a incentivare l’offerta per non rallentare la congiuntura economica. (Leggi anche: Guerra commerciale: dazi USA del 256% sull’acciaio cinese)

Di dazi la UE ne impone anch’essa e in difesa delle produzioni nazionali da forme sleali di concorrenza. Bruxelles ha tariffe anti-dumping su oltre una cinquantina di prodotti, come dichiara lo stesso Salvini, che riconosce come la metà di questi sarebbero proprio italiani. Dunque, non sarebbe vera la vulgata comune, per cui l’Europa se ne infischierebbe di tutelare gli interessi di un partner fondante come l’Italia. E allora, da cosa nasce questa italica insoddisfazione contro la UE?

La UE, come del resto gli stessi USA e la quasi totalità degli stati del mondo, fa parte dell’Organizzazione del Commercio Mondiale (WTO), aderendo a regole, che si pongono l’obiettivo di rendere gli scambi di beni e servizi tra le economie quanto più liberi possibili e improntati sulla trasparenza e la lealtà. Esistono organi a tutela del rispetto delle regole e l’Europa è la principale ricorrente, il più delle volte contro la Cina. Ora, all’interno del WTO non si possono imporre verso uno stato dazi più elevati di quello minimo applicato a un altro stato, tranne che con quest’ultimo non sia stato istituito uno specifico accordo di libero-scambio (clausola di non discriminazione), come quello esistente all’interno della UE, ad esempio, oppure tra UE e Svizzera, Liechtenstein, Islanda, Norvegia o ancora all’interno del NAFTA tra USA, Canada e Messico.

Dazi indiscriminati farebbero male al Made in Italy

I dazi anti-dumping restano possibili, ma contro la concorrenza sleale. Su questo concetto si addensano spesso dubbi tra gli stessi governi. Cos’è una concorrenza sleale? Se la Cina esporta in Italia scarpe a prezzi notevolmente più bassi di quelli nostrani, per ciò stesso non possiamo parlare di slealtà, riflettendo costi di produzione anch’essi più bassi. Se la Cina, però, sussidiasse le imprese esportatrici con aiuti statali, a copertura di parte del costo di produzione, questa sarebbe certamente concorrenza sleale e contro la quale appare legittimo intervenire in difesa delle produzioni nazionali. E la UE lo fa, sebbene non sempre e non subito.

Quando Salvini dichiara di volere imporre dazi contro le merci cinesi, a cosa si riferisce? Se fosse un modo per reclamare politiche anti-dumping più efficaci, nulla di anomalo. La battaglia non dovrebbe essere condotta a Roma, ma a Bruxelles, dove con numeri e prove alla mano, si dovrebbe cercare di convincere i commissari della bontà delle proprie rimostranze. Se fosse accertato che Pechino o un’altra capitale agisse in conflitto con le regole del WTO, la UE imporrebbe barriere doganali, anche temporanee. Se ciò non sempre accade, è perché l’Italia non gioca fino in fondo il proprio ruolo nella UE, occupata sin troppo a Roma in dibattiti astrusi e al limite del manicomio. Difendere il Made in Italy a Bruxelles è possibile, anzi le produzioni italiane riconosciute e garantite da Bruxelles risultano le più numerose, pari alla metà del totale. Se qualcosa non funziona, questo è spesso a Roma, senza volere negare che nemmeno i commissari siano un modello di efficacia e di trasparenza decisionale. (Leggi anche: Cina taglia dazi e apre mercato a pannolini, macchine per caffè e Martini)

Serve coscienza politica

Se Salvini o chi per lui volessero, invece, imporre dazi indiscriminati per tutelare il Made in Italy, bisognerebbe fare leggere loro le cifre iniziali di questo articolo: siamo una potenza esportatrice e al nostro interesse nazionale non giova affatto una guerra commerciale, anzi ci servono nuovi mercati di sbocco su cui rafforzare la nostra presenza. E se l’America può, pur fino a un certo punto, tirare la corda sul piano delle politiche commerciali, essendo una superpotenza mondiale e vantando rapporti di forza verso numerose altre economie, lo stesso non potrebbe dirsi dell’Italia, che non sarebbe affatto in grado di sostenere una guerra commerciale con un gigante economico come la Cina, avendo un peso negoziale piuttosto basso, date le piccole dimensioni del suo mercato domestico e non disponendo di forza politica sufficiente a rappresentare una qualche seria minaccia verso chicchessia.

Infine, qualche considerazione sulla cattiva informazione di casa nostra. Tempo fa, l’Europarlamento fu messo alla berlina dalla stampa italiana per avere consentito l’importazione di quantità di olio tunisino senza dazi. Si gridò al complotto contro l’Italia e al fatto che la Germania riuscirebbe a curare i propri interessi sulla pelle dei suoi partners europei. C’è forse un fondo di verità sulla capacità di Berlino di sfruttare al massimo la propria posizione politica ed economica dominante nella UE per strappare appalti e accordi commerciali con terze economie. Anche qui, però, dovremmo preoccuparsi della nostra debolezza politica, non della forza altrui. E tornando all’olio tunisino, non ha fatto concorrenza a quello italiano per la semplice ragione che la produzione in Italia risulta più bassa della domanda, ovvero siamo costretti ad importare olio dall’estero. Meglio che lo si faccia a prezzi ridotti, anziché con dazi, che finirebbero per aumentare il costo sostenuto dai consumatori e non a stimolare la produzione nazionale. Insomma, prima di darsi a una causa, bisognerebbe informarsi. E la politica sguaiata italiana è lontana anni luce dai concetti di studio e preparazione. (Leggi anche: Olio d’oliva dalla Tunisia senza dazi, ecco chi e perché dell’Italia ha votato a favore)

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia