Perché l’Italia è sulla strada della recessione e l’Europa non può chiudere gli occhi

L'Italia è a un passo dalla recessione e in buona compagnia in Europa. Se si vuole evitare la ricaduta nella crisi, serve agire subito per sostenere l'economia, ma serve un cambio di rotta a Bruxelles, niente affatto nei radar.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Italia è a un passo dalla recessione e in buona compagnia in Europa. Se si vuole evitare la ricaduta nella crisi, serve agire subito per sostenere l'economia, ma serve un cambio di rotta a Bruxelles, niente affatto nei radar.

La seconda lettura dell’Istat sul pil italiano nel terzo trimestre non porta buone notizie, anzi peggiora il quadro delineatosi con il dato preliminare di inizio mese. Il prodotto interno lordo tra luglio e settembre si è ridotto dello 0,1% rispetto al trimestre precedente. Trattasi del primo segno negativo dal 2014, quando finiva la lunga recessione iniziata tre anni prima, la seconda dal 2008. Non possiamo ancora parlare tecnicamente di terza recessione in 10 anni, che si avrebbe nel caso in cui anche il quarto trimestre portasse in dote un risultato negativo. E di questo passo, si tratta solo di attendere la conferma dei numeri a febbraio. L’Italia non è l’unica economia contrattasi. La stessa Germania ha esitato il suo primo segno meno da inizio 2015, anche se bisogna vedere quanto abbia inciso il crollo (temporaneo?) della produzione automobilistica, comparto trainante per l’economia tedesca, dovuto al mancato adeguamento tempestivo alle nuove normative più stringenti sulle emissioni inquinanti.

Nei giorni scorsi, però, vi abbiamo dato conto di altre due stati europei con un pil calante nel terzo trimestre: Svezia e Svizzera. Cosa hanno in comune queste due ricche economie fuori dall’Eurozona (la Svizzera nemmeno fa parte della UE) con Italia e Germania? Sono tutte “export led”, ovvero esportatrici nette. La Svizzera esporta circa l’11% del pil in più di quanto importa, la Svezia più del 4%, la Germania intorno all’8% e l’Italia quasi il 3%. Attenzione, perché l’Istat non ha ravvisato alcuna contrazione delle esportazioni italiane nel trimestre scorso. Anzi, rispetto ai tre mesi precedenti queste sono risultate in crescita dell’1,1%, superando il +0,8% delle importazioni, per cui la domanda estera ha contribuito positivamente al pil per lo 0,1%. Ad avere “tradito” sono stati gli investimenti fissi lordi, ripiegati dell’1,1%. I consumi delle famiglie, invece, sono rimasti invariati.

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Dunque, il segno meno è stato causato dalla domanda interna, non dalle esportazioni deboli. Occhio a tirare un sospiro di sollievo, perché semmai i dati segnalano che il peggio sarebbe in arrivo, cioè che avvertiremo vero dolore quando anche la domanda estera colpirà il Made in Italy. In altre parole, una recessione sarebbe alle porte dell’Italia, così come del resto dell’Eurozona, dove più e dove meno. A cosa è dovuto il calo degli investimenti? La fiducia delle imprese a novembre è diminuita in Italia per il quinto mese consecutivo, peggiorando anche tra i consumatori. Diverse le possibili ragioni: il quadro internazionale si mostra meno favorevole dello scorso anno, tra tensioni commerciali, Brexit, aumento del petrolio (fino a inizio ottobre) e tensioni politiche tra Roma e Bruxelles con annesso boom dello spread.

Come reagire ai venti di crisi

Non è un mistero che quando l’Europa corre, l’Italia cammina e quando l’Europa cammina, l’Italia resta ferma. E se l’Europa facesse un passo indietro, l’Italia ingranerebbe la retromarcia a tutto gas. Il problema riguarda gli ultimi decenni, non questo o quel governo. Dunque, bisogna agire e non perdersi in chiacchiere. Come? L’idea di fare deficit tanto per fargliela pagare a questi antipatici commissari di Bruxelles dovrebbe semplicemente essere cestinata, perché non sarà il reddito di cittadinanza a sostenere l’economia italiana con le avvisaglie di recessione in corso. Bisogna da un lato tagliare il deficit obiettivo per il 2019, in modo da consolidare la discesa dello spread delle ultime sedute, favorendo un clima più rilassato sui mercati; dall’altro, serve sfruttare i margini fiscali conquistati con le cattive per spronare la crescita, ovvero per incentivare gli investimenti privati anche attraverso quelli pubblici.

Gli investimenti hanno di buono due cose: sono costi una tantum e creano un circolo virtuoso per l’economia. I commissari avrebbero meno da ridire se il governo Conte alzasse per l’anno prossimo il deficit al 2-2,2% per un programma infrastrutturale, in quanto sarebbe un extra-debito provvisorio e servirebbe ad alzare di qualche decimale il pil. E bisogna ammettere che nemmeno con il cannocchiale vedremo crescerlo dell’1,6% il prossimo anno, come da stime nel Def.

Dal canto suo, anche la Commissione dovrebbe smetterla di giocare questa ridicola partita a scacchi con i governi, fingendo che tutto vada bene. Questo modus operandi si è rivelato demenziale. Se arriva la recessione, sarà un guaio per tutti. Il lieve sollievo economico del 2017 con l’inattesa accelerazione della crescita non ha arrestato il malcontento nell’Eurozona; figuriamoci se la disoccupazione smettesse di scendere e tornasse a salire. E guardate che a ottobre il tasso dei senza lavoro è rimasto inalterato all’8,1% per il quarto mese di fila, quando nei precedenti 18 mesi era diminuito di 1,5 punti percentuali. Sarebbe il segnale che l’occupazione si è fermata e d’altronde con una crescita del pil crollata al +0,2% nel terzo trimestre dal +0,7% congiunturale di tutto il 2017, non potevamo aspettarci di meglio.

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Serve uno sforzo di Draghi

Poiché per le istituzioni dell’area non è possibile agire sulla domanda estera, l’attenzione dovrà concentrarsi su quella interna. Gli stati che dispongono di margini fiscali, principalmente la Germania, dovrebbero utilizzarli per dare una mano alle proprie economie e al resto dell’unione monetaria. Ma non è possibile nemmeno in questo caso obbligare un governo a spendere di più o a tagliare le imposte, pur godendo di surplus di bilancio. Inevitabilmente, resta la sola leva monetaria. E qui Mario Draghi è chiamato a un extra di responsabilità, così come ha dimostrato in questi anni. La fine degli stimoli poteva e doveva avvenire già nel 2017, quando le condizioni macro l’avrebbero giustificata. Adesso, sarebbe una fuga dalla realtà. L’Eurozona non può permettersi non soltanto un rialzo dei tassi da qui a breve, ma nemmeno l’uscita dal “quantitative easing”, perché l’aumento dei rendimenti sovrani restringerebbe i margini dei conti pubblici in un momento in cui serve non deprimere la domanda interna. E l’Italia, ad esempio, causa spread a 300 punti, già oggi disporrebbe di uno spazio nullo per allentare la sua politica fiscale, dovendo mettere in conto una spesa maggiore per onorare il debito.

Permetteteci una piccola dose di pessimismo sull’Europa. Anche se la BCE intervenisse oggi stesso per segnalare un cambio di rotta rispetto alla tabella di marcia annunciata sinora, ci vorrebbe tempo perché l’impulso monetario si traduca in uno stimolo economico. Nel frattempo, la recessione sarà palese in alcune realtà, rischiando di trascinare giù l’umore di investitori finanziari, imprese e consumatori. Quanto ai governi dell’area, ciascuno reagirà a seconda delle condizioni in casa propria e prima delle prossime europee non si muoverà foglia a Bruxelles. In sostanza, tempistica peggiore per una contrazione economica non poteva esservi. La proverbiale “fortuna” dell’Eurozona non si è smentita nemmeno stavolta.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Eurozona, Economia Italia