Perché l’europeismo di Draghi è un salto di qualità per l’Italia e come può cambiare la nostra politica

Il debutto da premier dell'ex governatore BCE sta rivoltando il mondo di fare politica dell'Italia all'interno dell'Unione Europea e non era stato forse neppure previsto dai partiti che lo sostengono

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Decreto Draghi spostamenti 30 aprile

Il premier Mario Draghi si trova a Palazzo Chigi da meno di un mese e mezzo e ha già rivoluzionato il modo di comunicare. Fine delle inutili, lunghe e boriose conferenze stampa del predecessore e linguaggio schietto, asciutto e improntato al pragmatismo. Questa è stata ad oggi la vera rottura con il recente passato, oltre a quella in tema di gestione della campagna vaccinale, con il capo della Protezione Civile e il commissario all’emergenza fatti accomodare fuori dalla porta senza troppi complimenti, ma anche senza clamore.

In verità, l’approccio di Draghi è mutato anche nei confronti dell’Unione Europea. Sappiamo da sempre quanto egli rappresenti l’europeismo più convinto e avanzato nel nostro Paese e lo ha dimostrato anche in sede di discussione del voto di fiducia al Senato, allorquando ha prospettato l’ulteriore cessione della sovranità nazionale alle istituzioni comunitarie per renderle finalmente più efficienti.

Tuttavia, l’europeismo di Draghi si discosta molto da quello propinatosi sino ad oggi dai “sacerdoti” dell’euro e della UE in politica e sui mezzi di comunicazione. Egli non intende celare le critiche all’operato di Bruxelles quando questa commette errori di tutta evidenza. E nel suo primo meeting virtuale al Consiglio europeo lo ha fatto capire senza dubbio, segnalando la gestione insoddisfacente delle vaccinazioni da parte della presidente Ursula von der Leyen. E nei giorni scorsi, presentando il suo decreto “Sostegni” in conferenza stampa, ha affermato che se la UE fallisce nel garantire sufficienti dosi di vaccino agli stati, sarebbe legittimo fare da sé.

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Perché l’europeismo di Draghi è differente

Qualcuno maliziosamente lo definirebbe un “neo-sovranista”, ma sarebbe più onesto intellettualmente riconoscere che il suo sia un europeismo ordinario nel resto d’Europa.

Sinora, solo in Italia abbiamo inteso l’essere europeisti come subordinati acriticamente a ogni decisione dei commissari. Lo abbiamo fatto per diverse ragioni. La prima è che abbiamo una classe politica modestissima, priva di credibilità all’estero e che, pertanto, cerca di accreditarsi presso le cancellerie straniere con l’arte della ruffianeria. La seconda è che esiste una convenienza politica nel recitare la parte del lacchè. Partiti come il PD con un consenso mai vasto hanno ritenuto che l’europeismo acritico fosse la carta vincente per restare in sella nelle fasi più tormentate, come dopo il disastroso risultato elettorale del 2018.

Al Nazareno non hanno compreso che questo modo di essere pro-Europa sia giunto al capolinea. Il richiamo di Enrico Letta in servizio come segretario si configura in totale continuità con l’atteggiamento acritico verso Bruxelles. L’ex premier rappresenta proprio quell’inclinazione quasi servile dell’Italia nei confronti delle istituzioni comunitarie e dalla quale Draghi sta segnalando di discostarsi. Quest’ultimo può farlo principalmente per la credibilità e lo spessore di cui gode, ma anche perché nei fatti si fa da anni interprete di un modo pragmatico di stare in Europa e nell’euro. Da governatore della BCE non mancò a più riprese di fare presente che solo l’unione fiscale nell’Eurozona renderebbe la moneta unica davvero irreversibile. E più e più volte si appellò ai paesi che disponevano di margini fiscali (Germania e Olanda, in primis) ad utilizzarli, fiutando il rischio dell’insufficienza della manovra monetaria per irrobustire la ripresa economica.

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Il dualismo stanco della politica italiana

In Italia, siamo stati abituati ormai nell’ultimo decennio a un dualismo tra sovranisti (di facciata) ed europeisti a prescindere. Prendete il MES sanitario. Per PD, Italia Viva e Forza Italia, avremmo dovuto chiedere i 36 miliardi che il fondo ci erogherebbe per la lotta contro la pandemia, indipendentemente dalle contingenze. Poco importava a questi partiti che non avessimo bisogno di una tale cifra per puntellare il sistema sanitario e altrettanto poco importava che non avessimo neppure un piano per spendere i denari richiesti. L’accesso al MES serviva per ragioni squisitamente politiche, ovvero si trattava di un puro “inchino” rivolto dai partiti europeisti alla UE. Draghi ha spazzato via il tema con una frase: non serve con questi rendimenti. Già, perché il risparmio in termini di spesa per interessi sarebbe poca roba, se confrontata con il rischio “politico” di una tale decisione, vale a dire di finire come osservati speciali sui mercati e subordinati ai controlli del MES in sede di impiego delle risorse.

La speranza è che, a parte l’auspicabile buona gestione di pandemia, vaccinazioni e fondi europei, il governo Draghi lasci in eredità alla politica italiana una diversa forma mentis riguardo al suo rapporto con l’Europa. Il pragmatismo sta emergendo come la risposta più convincente ai problemi scaturiti dall’emergenza Covid. Nazioni pragmatiche come USA e Regno Unito stanno uscendo più velocemente dalla crisi sanitaria e grazie a campagne vaccinali dai ritmi irraggiungibili per il momento da quell’Europa iper-burocratica e votata al formalismo, che sta dandosi una zappa sui piedi con la ridda di regole e procedure da seguire per approvvigionarsi. Draghi non è ancora passato ai fatti sulla prenotazione delle dosi in autonomia. Se lo facesse, farebbe cadere la maschera agli europeisti tutti d’un pezzo, che hanno costruito penose carriere politiche sull’assunto “ce lo chiede l’Europa”.

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