Perché l’Europa si vede costretta a bocciare la manovra di bilancio dell’Italia

La manovra di bilancio dell'Italia sul deficit è indigeribile per i partner dell'euro e il problema non è solo e tanto di complotto contro il nostro governo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La manovra di bilancio dell'Italia sul deficit è indigeribile per i partner dell'euro e il problema non è solo e tanto di complotto contro il nostro governo.

L’Eurogruppo di lunedì ha confermato la linea dura della Commissione europea e della presidenza di turno austriaca della UE contro la manovra di bilancio presentata dall’Italia per il prossimo anno, invitando il governo Conte a riscriverla. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non è riuscito a convincere i suoi colleghi dell’Eurozona ad avallare il deficit fissato al 2,4% del pil per il prossimo anno. A Bruxelles, la legge di Stabilità redatta da Roma non convince su tre punti specifici: sulla capacità del governo di abbassare il rapporto debito/pil a ritmi accettabili; sulla natura qualitativa delle misure adottate, essendovi stanziati spiccioli per lo sviluppo e decine di miliardi di assistenza in deficit; sull’effetto trainante della manovra per la crescita economica, stimata dal Tesoro all’1,5% per il 2019, percentuale a dir poco irrealistica, specie considerando il rallentamento in atto in tutta l’area.

Debito pubblico, perché lo spread per l’Italia è tutta questione di narrazione 

Abbiamo scritto parecchio sul gioco a scacchi in corso tra commissari e “sovranisti” italiani, che prescinde dai numeri e dalla lettura della realtà. Che il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, arrivi a definire “senza precedenti” il deterioramento perseguito dall’Italia per i conti pubblici dell’anno prossimo è ridicolo, considerando quanta flessibilità e per quanto tempo ne abbiano usufruito altri stati come Francia e Spagna, oltre che noi stessi negli ultimi 5 anni. Tuttavia, nemmeno il governo italiano ha ragione quando crede di potersi permettere con nonchalance di fare deficit a proprio piacimento. I numeri hanno la testa dura. A cosa ci riferiamo?

Nel 2008, quando esplose la crisi finanziaria negli USA e propagatasi nel resto del mondo alla velocità della luce, diversi stati in Europa si trovarono a salvare parecchie banche a rischio collasso. Tali costi, unitamente alla recessione e alle sue conseguenze negative sulle entrate da un lato (minore gettito fiscale) e sulla spesa dall’altro (maggiori esborsi per l’assistenza), fecero triplicare le emissioni nette di debito, ossia il deficit del Vecchio Continente, lievitato sui 1.000 miliardi di euro. Contrariamente a quanto saremmo portati a pensare, mal comune, non è affatto mezzo gaudio nel caso delle finanze statali. Se per l’arrivo di una crisi, gli stati nell’Eurozona si trovassero a raddoppiare o triplicare le emissioni nette di titoli di stato per la necessità di sostenere le rispettive economie con misure in deficit, per l’Italia sarebbe una notizia devastante due volte. In primis, perché con un debito già sopra il 130% del pil non disporremmo di margini sufficienti di manovra per reagire alla crisi, mentre altri potrebbero farlo con maggiore vigore. Anche per questo i commissari ci chiedono di essere fiscalmente più prudenti degli altri stati.

Italia cicala e le altre formiche?

E c’è un altro aspetto non meno importante: se tutti s’indebitano, dove si trovano i soldi per finanziarli? Nel 2017, grazie a un risanamento dei conti pubblici complessivamente ammirevole, l’intera Eurozona ha registrato un disavanzo fiscale totale di circa 100 miliardi di euro, pari allo 0,9% del pil. Certo, al dato positivo hanno contribuito gli avanzi fiscali del Nord Europa, ai quali si sono contrapposti i disavanzi più marcati di paesi come Spagna, Portogallo e Francia, oltre all’Italia. Vi immaginate se la stessa area si portasse l’anno prossimo a un deficit medio del 3% del pil, ossia il limite massimo consentito dal Patto di stabilità? Le emissioni nette di debito esploderebbero a circa 360 miliardi di euro. Da dove arriverebbero i 260 miliardi in più necessari, specie nel pieno di un prevedibile ritiro dei fondi di investimento dal mercato in attesa di tempi migliori? Dal risparmio, ovvio. Ma per la legge della domanda e dell’offerta, le maggiori richieste porterebbero a una lievitazione dei rendimenti pretesi dagli investitori. Fin qui, ci siamo. E, però, come accaduto con la crisi di 10 anni fa, il mercato, avendo il coltello dalla parte del manico, inizierebbe a discriminare tra debitori rispettabili e debitori di seconda categoria, richiedendo premi extra più alti per prestare denaro ai secondi.

Per abbattere il debito pubblico serve allungarlo, ecco la cura alla crisi dello spread

Gli spread, in sostanza, salirebbero ancora, per cui una situazione di lassismo o semplicemente di allentamento fiscale andrebbe a discapito degli stati finanziariamente più deboli, a meno che la BCE non allentasse a sua volta le condizioni monetarie, le quali appaiono già estremamente favorevoli. Dunque, all’Italia servirebbe che tutti facessero le formiche per poter fare la cicala, ma nessuno è così fesso da mettersi a faticare sotto il sole estivo per fare un favore a chi trascorre il tempo cantando durante la bella stagione e con l’arrivo dell’inverno non avrà messo niente in cascina. Insomma, o tutti formiche o l’euro non si regge. Il meccanismo appare semplice nella teoria, ma politicamente complicato da sostenersi. L’Italia non fallirà se alza il suo deficit anche di 2-3 punti di pil per qualche anno, rischia semmai se i partner dell’area si mettessero a imitarla.

[email protected]

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: austerità fiscale, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia