Perché l’espulsione dei “ribelli” dal Movimento 5 Stelle sposta a destra il governo Draghi

L'amplia maggioranza parlamentare cela problemi nascenti all'interno di alcuni gruppi. Grillini sempre più ininfluenti.

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Il Movimento 5 Stelle vive una drammatica scissione

Sono stati 15 i senatori e 16 i deputati del Movimento 5 Stelle che non hanno votato la fiducia al governo Draghi, contravvenendo ai risultati della votazione sulla piattaforma Rousseau degli iscritti. Tutti espulsi dal reggente Vito Crimi, perché collocandosi all’opposizione di un esecutivo in cui è presente anche l’M5S il “no” è considerato inaccettabile. Tra i “ribelli” compaiono nomi eccellenti, tra cui l’ex ministro per il Sud, Barbara Lezzi, e il presidente della Commissione Antimafia del Senato, Nicola Morra.

La pattuglia degli espulsi potrebbe seguire presto Alessandro Di Battista e creare un gruppo autonomo con il simbolo dell’Italia dei Valori, il movimento fondato dall’ex magistrato di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, sparito dai radar politici dal 2013, anno in cui non riuscì ad accedere in Parlamento proprio per il successo dell’M5S, che andò a pescare tra lo stesso elettorato giustizialista.

La scissione creerà parecchi problemi ai pentastellati e all’intero centro-sinistra. I primi hanno ottenuto 4 ministri anziché i 3 spettanti a tutti gli altri grossi partiti (Lega, PD e Forza Italia) che sostengono il governo Draghi. E ciò è stato dovuto al fatto che l’M5S sia il gruppo più numeroso in entrambe le Camere, avendo ottenuto quasi un terzo dei consensi nel 2018, contro il 19% del PD e il 17% della Lega. Tuttavia, dopo numerose defezioni da inizio legislatura, a cui si aggiungono le espulsioni di questi giorni, al Senato l’M5S è rimasto con 71 membri, davanti di poco ai 63 della Lega, pur doppiando ancora i 35 del PD e staccando nettamente i 52 di Forza Italia.

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La caduta dei “giallo-rossi”

Ma basta una manciata di senatori in più per ottenere un quarto ministero? A rigore, diremmo di no.

Tuttavia, ormai la squadra di governo è fatta, pur incompleta. Manca, infatti, la nomina dei sottosegretari. E qui, l’M5S rischia l’indebolimento. Il premier potrebbe compensare quel ministero in più con qualche sottosegretario in meno, specie dopo il mancato sostegno ottenuto da una parte non indifferente del movimento. A chi andranno i sottosegretari probabilmente perduti? Chiaramente, agli altri partiti della maggioranza.

Ma c’è un altro effetto collaterale che deriva dalle “purghe” grilline. Adesso, sommando i senatori di PD, Leu e M5S che hanno votato la fiducia, il centro-sinistra raggiunge solamente 110 voti, mentre Forza Italia, Lega e Cambiamo! arrivano a 118. A questo punto, i 18 renziani risulterebbero determinanti per spostare gli equilibri verso l’una o l’altra coalizione all’interno della maggioranza. Certo, conteggiando anche gli europeisti di Emma Bonino e Carlo Calenda il centro-sinistra largo arriverebbe a 127 senatori, ma nel complesso emerge come l’asse “giallo-rosso”, quello che aveva sostenuto il governo Conte-bis, sia diventato minoranza rispetto a quello tra “azzurri” e Carroccio.

In altre parole, le espulsioni di Crimi rischiano di trasformarsi in un boomerang non solo per l’M5S, ma per tutta l’alleanza. E qui, Matteo Renzi avrebbe compiuto quel capolavoro politico dal suo punto di vista innegabile: neutralizzare la forza negoziale di grillini e piddini e rendersi determinante per gli equilibri all’interno della nuova maggioranza, tanto più che con ogni probabilità inizierà a fare asse con gli europeisti di Azione per costituire un nucleo robusto di centro sempre più influente sull’esecutivo. Numeri, che sanciscono la sconfitta politica per il PD di Nicola Zingaretti, che dopo avere puntato sul governo Conte per eleggere un “proprio” presidente della Repubblica, adesso che vede sfumata tale ipotesi è costretto a ricorrere allo stratagemma di quart’ordine dell’inter-gruppo parlamentare, un modo per convincersi e convincere di pesare più di quanto non sia nella realtà.

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