Perché l’emergenza Coronavirus ha ucciso l’Unione Europea e non solo l’euro

La crisi dell'Unione Europea va di pari passo a quella sanitaria ed economica del continente. Finita l'emergenza, Bruxelles non avrà più nemmeno basi teoriche per reggersi in piedi. A rischio non solo l'euro.

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La crisi dell'Unione Europea va di pari passo a quella sanitaria ed economica del continente. Finita l'emergenza, Bruxelles non avrà più nemmeno basi teoriche per reggersi in piedi. A rischio non solo l'euro.

Crolla la popolarità già bassa dell’Unione Europea in Italia. Secondo una rilevazione di “Noto Sondaggi”, il 72% degli italiani ritiene che le istituzioni comunitarie non abbiano fatto nulla per affrontare l’emergenza Coronavirus, mentre solamente il 25% continua ad avere fiducia in esse, 9 punti in meno del 34% di prima che scoppiasse la pandemia. Dunque, persino gli europeisti di casa nostra diventano sempre più scettici sulla natura reale di questa UE. E non potrebbe essere altrimenti. In poche settimane, abbiamo assistito a uno spettacolo indegno, che non riguarda soltanto la sfera emotiva, bensì pure quella prettamente razionale e che getterà nella crisi Bruxelles quando (speriamo presto) l’emergenza sarà cessata.

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E’ stato un susseguirsi di passi falsi degli stati membri. Germania e Francia hanno bloccato le esportazioni di mascherine e dispositivi medici come i ventilatori polmonari, quelli usati in terapia intensiva per i pazienti contagiati più gravi. E quando la Cina ci ha inviato le mascherine, il governo della Repubblica Ceca ha simulato un assalto criminale al carico per appropriarsene, salvo cercare di rimediare a suo modo nei giorni scorsi con l’invio alla Lombardia di 100.000 tute e materiale sanitario. Tralasciamo per il momento il caso di Praga, che si configura come un atto illegale e, pertanto, sanzionabile.

L’aspetto più drammatico per la UE risiede nel blocco delle esportazioni di Francia e Germania, parzialmente rimosso da un intervento della Commissione. Esso mette in crisi il presupposto logico su cui si fonda il mercato unico e la stessa globalizzazione, ovvero che non importa dove produci, perché avrai sempre a disposizione quello che ti serve importandolo a prezzi massimamente convenienti, grazie alle specializzazioni produttive di ciascuna economia.

Invece, l’emergenza sta facendo emergere come la mobilità dei beni sia lungi dall’essere assicurata se qualcosa s’inceppa, vuoi per l’interruzione della catena produttiva, come nel caso della Cina, vuoi per espressi interventi legali volti a tutelare i consumatori/utenti domestici.

Una UE rivelatasi inesistente

Sbriciolatosi in men che si dica il principio dell’indifferenza del luogo di produzione all’interno della stessa UE, quando l’allarme pandemia sarà cessato, le basi di questa dis-unione dovranno essere necessariamente riviste. Qualcuno eccepirà che gli errori siano stati commessi dagli stati-nazione e non da Bruxelles, ma è un dato di fatto che Commissione, Europarlamento, Consiglio europeo, Corte di Giustizia e parzialmente la BCE non siano serviti a nulla, ciascuno nei rispettivi campi, per spegnere l’incendio e impedire che l’emergenza sanitaria si aggravasse.

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L’area Schengen è andata a farsi benedire e con essa la logica delle frontiere sempre aperte. Il Patto di stabilità è stato sospeso e sarà difficile ripristinarlo a emergenza finita. L’unica costante è stata l’assenza di solidarietà tra stati, una non sorpresa per l’Italia. Come potrà trattare la UE con Londra sulla Brexit a difesa delle quattro libertà di movimento all’interno del mercato unico (merci, servizi, capitali e persone), se l’asse franco-tedesco che la governa ha dimostrato che gli scambi di merci e servizi non siano affatto certi, lasciando eventualmente un’economia sprovvista di importazioni fondamentali?

Quanto accaduto costringerà ciascuno stato a ripensarsi in una dimensione sempre più nazionale e meno internazionale dopo la crisi. Quando un’impresa produttrice di beni sensibili delocalizzerà all’estero per rivendere i suoi prodotti in Italia, difficilmente non si potranno opporre questioni di sicurezza nazionale per impedire che metta il naso fuori dai confini nazionali, dato che non vi sarebbe più alcuna certezza concreta di trovarsi nella disponibilità di tali beni all’occorrenza.

Questo modus operandi gradualmente porrà fine al mercato unico, almeno come lo abbiamo inteso finora. Da una logica continentale si passerà a una più nazionale e al posto della globalizzazione propriamente detta si opterà in misura crescente per una “regionalizzazione” delle aree produttive, che è in fin dei conti il progetto ultimo di Donald Trump.

La crisi dell’euro

E l’euro? Passano gli anni e scriviamo le stesse cose: la moneta unica è disfunzionale, reggendosi su una politica monetaria comune a cui corrispondono 19 mercati finanziari e 19 politiche fiscali. Il metro del “one size fits all” non funziona e qui la solidarietà non c’entra. Paesi come Germania e Olanda hanno beneficiato di un cambio più debole di quello che avrebbero avuto tenendosi le rispettive monete nazionali, esportando a più non posso e, nel caso dell’Aja, attirando capitali e imprese con una legislazione fiscale di favore. I paesi entrati nell’Eurozona in condizioni macro più deboli hanno certamente mancato all’appuntamento rinviando il varo delle riforme necessarie al loro rilancio, ma non sono stati aiutati nemmeno dal gap di spesa per interessi sul pil, che ne ha ristretto i margini di manovra politica, oltre che dei conti pubblici.

I “Coronabond” sono certamente un trucco di Italia, Spagna e Francia per contenere formalmente i danni di questa emergenza sui loro bilanci nazionali, ma l’alternativa sarebbe condannare un gruppo nutrito di stati a chiedere assistenza finanziaria al MES, ritrovandosi di fatto commissariati dal giorno dopo. Per quanto sia nella logica umana ottenere rassicurazioni formali nel caso si concedano aiuti, questo non può essere nella natura di una unione monetaria, la quale si dovrebbe reggere anche sull’accettazione di un minimo trasferimento della ricchezza dalle aree più forti a quelle più deboli per tamponare situazioni di crisi in breve tempo. Se si attendono i tempi di attuazione ed efficacia delle riforme, infatti, il clima politico rischia di deteriorarsi e di rendere impopolare l’euro stesso, com’è accaduto.

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In definitiva, il Coronavirus è stato quel classico incidente imprevisto della storia, capace di far saltare in aria tutti i paradigmi su cui si erano retti per decenni le politiche e gli accordi tra stati. La UE ne uscirà distrutta, con una legittimazione ancora più blanda agli occhi non solo dei popoli, bensì degli stessi governi. Ha confermato che gli stati-nazione esistono e i loro legittimi interessi sovrastano qualsiasi costruzione unitaria di facciata di questi ultimi 30 anni. Reclamerà ancora più poteri, ma se non è stata in grado nemmeno di far arrivare all’Italia le mascherine necessarie a fronteggiare una situazione di emergenza, non avrà alcun titolo per pretenderli. Non morirà per l’euro-scetticismo dei suoi oppositori, bensì per il riscoperto realismo dei suoi sostenitori.

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