Perché Lega e 5 Stelle non potranno governare insieme, la diversità è “antropologica”

Movimento 5 Stelle e Lega insieme al governo? Possibile per ragioni tattiche, ma tra i due vi sono grosse differenze. Vediamole.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Movimento 5 Stelle e Lega insieme al governo? Possibile per ragioni tattiche, ma tra i due vi sono grosse differenze. Vediamole.

Silvio Berlusconi stia sereno, seriamente e non renzianamente parlando. Il flirt tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio di questi giorni è solo tattico, essendo altamente improbabile che l’alleato della Lega voglia davvero andare al governo con il Movimento 5 Stelle. Ragioni di astuzia politica e di diversità programmatica, per non dire culturale, separano le strade di due formazioni, che ad oggi sono state percepite dai media e persino dagli elettori come simili tra di loro per il solo fatto di essere state acerrime oppositrici dei governi di centro-sinistra dal 2013 e ancora prima, l’una dal Parlamento e l’altra dalle piazze, dell’impopolare governo Monti. Le similitudini, però, finiscono qui.

Anzitutto, se Salvini volesse fare il numero due di un governo M5S-Lega, rischierebbe la leadership della coalizione di centro-destra per recitare il ruolo di vice del grillino per qualche mese o qualche anno. Non proprio geniale sul piano politico. Volendo, già adesso potrebbe aspirare ad essere il vice di un premier di centro-destra, grazie all’appoggio al governo del PD o di grossa parte di esso. E allora, che senso avrebbe rischiare di fare la fine di un Gianfranco Fini o di un Pierferdinando Casini per qualche periodo di magra soddisfazione?

Governo tra 5 Stelle e Lega non escluso, così Salvini vuole divorare gli alleati

Armando Siri, responsabile economico del Carroccio, si è scagliato contro uno dei capisaldi dei 5 Stelle: il reddito di cittadinanza. Il fautore della “flat tax” al 15% ha spiegato che sarebbe “antropologicamente” sbagliato che chi si alzi la mattina per andare a lavorare debba finanziare coloro che se ne stanno a casa senza fare niente o magari che hanno un lavoro in nero, pur precisando che non si tratterebbe di non essere solidali con quanti versino in difficoltà, come gli invalidi. Ecco, aldilà della misura in sé, Siri ha espresso bene la differenza “antropologica” tra l’homo leghista e quello pentastellato.

Pochi punti comuni, molte le differenze

Punti di contatto tra i due movimenti ve ne sono: l’avversione al sistema, all’Europa, alle banche, agli sprechi della politica, al trasformismo dei partiti, al loro clientelismo, etc. Tuttavia, i leghisti, pur essendo quelli salviniani molto diversi dei loro predecessori bossiani, rappresentano perlopiù una realtà socio-economica – quella del nord – caratterizzata dalla vivacità imprenditoriale, da una ricchezza diffusa e da un’alta diffidenza verso lo stato e qualsivoglia sua intromissione negli affari delle aziende e nei conti delle famiglie, così come verso l’interventismo di stampo assistenziale. L’elettore-tipo della Lega non chiede assistenza, bensì di essere lasciato in pace dallo stato, di pagare meno tasse e di non essere perseguitato dalla burocrazia. Odia gli sprechi, perché li paga con il suo 730 o Modello Unico, non per il moralismo implicito nei sentimenti di molti grillini. Vuole cancellare la legge Fornero, perché dopo una vita di lavoro, vorrebbe godersi la vecchiaia. E’ un individualista, tant’è che vorrebbe che i singoli territori trattenessero più soldi possibili e di accogliere i bisognosi che vengono da fuori (gli immigrati) non vuole sentirne parlare. Non si tratterebbe di razzismo, semmai della sua scarsa inclinazione a farsi carico delle lagne altrui, abituato com’è a fare e non a lamentarsi.

E i grillini? Hanno un consenso diffuso in tutto lo Stivale, ma concentrato al sud, come ci ha dimostrato la mappa elettorale del 4 marzo. Le loro istanze originarie erano perlopiù di sinistra, nel senso che andavano verso la rivendicazione di diritti sociali, di tutele contro lo sfruttamento delle imprese ai danni dei lavoratori, l’ambientalismo, contro le privatizzazioni di assets strategici, tra cui l’acqua, etc, richiedendo diritti sociali, come quelli per le coppie omosessuali, finanche ambendo alle adozioni gay. Una volta entrati in Parlamento, l’M5S ha iniziato ad approfittare dell’iniziale tracollo dei consensi a destra, puntando a mostrarsi più duro verso l’immigrazione (ma votò in favore dell’abrogazione del reato di clandestinità), reclamando tasse più basse e persino il taglio degli stipendi pubblici e il licenziamento dei dipendenti statali per rimpinguare le casse dello stato. A tratti, è parso più liberista dei propositi più inconfessabili dentro Forza Italia.

Come il governo Salvini farebbe saltare in aria la UE

Tuttavia, il dissolvimento successivo dell’area di centro-sinistra ha persuaso il movimento ad assumere posizioni di maggiore prudenza, praticamente presidiando il centro politico con una linea a dir poco andreottiana, cerchiobottista. Grazie a queste posizioni ambigue, ha potuto pescare dappertutto negli ultimi anni, ma adesso i nodi sono arrivati al pettine: l’M5S dovrà fare i conti con un centro-destra a trazione leghista e per forza di cose si dovrà caratterizzare per un’alternativa programmatica e culturale al Carroccio. Come? Puntando sui temi sociali, forse anche etici, al fine di darsi una coloratura maggiormente progressista, in grado di ampliare il proprio consenso a sinistra, ma senza perdere (almeno, nelle intenzioni) quello più moderato conquistato alle urne di inizio marzo.

L’incompatibilità tra Lega e 5 Stelle al governo

Lo stesso euro-scetticismo a 5 Stelle non è uguale a quello di Salvini. Esso ha origine dal risentimento verso Bruxelles, accusata di non consentire all’economia italiana di impostare una politica in deficit spending per potere crescere e svilupparsi nelle aree più deboli. Per la Lega, il problema è anche questo, ma soprattutto legato all’avvertita etero-direzione della politica economica da parte delle istituzioni comunitarie, cioè in essa prevale un sentimento di sovranità nazionale, che qualcuno definisce anche nazionalista. In pratica, i leghisti non vogliono essere assoggettati ai desiderata europei, mentre i grillini puntano sulle ragioni sociali.

La natura non nitidamente ideologica dei due movimenti li avvicinerebbe nel breve termine, ma le difformità programmatiche sarebbero tante e tali, che in pochi mesi un loro eventuale governo insieme salterebbe per incompatibilità. Non dimentichiamoci che l’M5S ha esordito con la proposta di una “decrescita felice”, anche se per ragioni di consenso ha abbandonato certi toni utopistici. Tra i grillini prevale, quindi, l’ideale di una società egualitaria, rousseauiana (tanto che la piattaforma informatica utilizzata per le votazioni tra gli iscritti è intitolata al filosofo elvetico di origini francesi), dove il merito non deve portare a una disparità economica e sociale troppo ampia. Più pragmatici i propositi dei leghisti, che vorrebbero uno stato più leggero, enti locali più autonomi, maggiore responsabilità per chi gestisce i centri di spesa pubblici, più ordine e sicurezza e meno parassitismo sociale, nonché il rispetto degli interessi nazionali nel mondo.

Di Maio e Salvini, l’uno diventato moderato e l’altro continua a indossare la felpa

Nel breve termine, i grillini hanno forse maggiore potenziale di crescita ulteriore nei consensi, grazie al loro essere percepiti all’infuori delle vecchie logiche di schieramento politico, mentre le percentuali della Lega resterebbero confinate nell’ambito del centro-destra. Tutto vero fino a quando Di Maio o chi per lui dovesse guidare un governo. A quel punto, parte di quell’ampia fetta di elettorato ex moderato, che si è riversato per protesta e, in parte, per convinzione sui 5 Stelle, resterà presumibilmente delusa, perché sembra assodato che i pentastellati saranno costretti sui temi concreti ad uscire allo scoperto, scontentando l’uno o l’altro segmento dell’elettorato su questioni come tasse, spesa pubblica, Europa, immigrazione, Pubblica Amministrazione, scuola, sanità, pensioni, sicurezza, etc. Un governo insieme a Salvini li costringerebbe a scoprirsi troppo a sinistra e a rivitalizzare proprio il PD e l’area più antagonista; viceversa se si alleassero con il PD, lasciando praterie alla Lega. Non è un caso che l’ex premier Matteo Renzi punti proprio a un governo M5S-Lega, così da recuperare uno spazio elettorale andato perso per la rivolta degli italiani alle urne contro i partiti tradizionali.

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Argomenti: Economia Italia, Politica, Politica italiana

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