Perché le nuove sanzioni all’Iran di Trump potrebbero inguaiare Draghi

Il presidente Trump impone sanzioni a carico di alcuni soggetti ed entità dell'Iran, minacciando lo stralcio dell'accordo sul nucleare di un anno fa. Per la BCE sarebbe un problema, viste le ripercussioni che si avrebbero sull'inflazione nell'Eurozona.

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Il presidente Trump impone sanzioni a carico di alcuni soggetti ed entità dell'Iran, minacciando lo stralcio dell'accordo sul nucleare di un anno fa. Per la BCE sarebbe un problema, viste le ripercussioni che si avrebbero sull'inflazione nell'Eurozona.

Venerdì scorso, il presidente USA, Donald Trump, ha imposto nuove sanzioni all’Iran, colpendo suoi 13 individui e 12 entità, in parte con l’accusa di collaborazione alla costruzione di armi di distruzioni di massa da parte di Teheran, in parte per sospette attività di sostegno al terrorismo islamico. Si tratta della risposta americana all’annuncio del governo iraniano di avere testato l’invio di missili balistici nei giorni precedenti, un segnale di intolleranza verso simili atti di forza, che la nuova amministrazione repubblicana vuole inviare al mondo. Si tratta anche di un potenziale smantellamento dell’accordo sulla cosiddetta “pax nucleare” tra l’Iran e il cosiddetto gruppo dei 5+1, siglato appena un anno fa e che aveva eliminato le sanzioni di USA e UE contro le esportazioni di petrolio di Teheran.

Già al colloquio con il premier britannico Theresa May, Trump aveva esternato la sua volontà di reintrodurre l’embargo, accusando il governo iraniano di continuata proliferazione di armi di distruzione di massa. La May rispose di voler tenere fede all’accordo di un anno fa, che a questo punto, però, potrebbe essere tutt’altro che al sicuro. (Leggi anche: Petrolio, il mercato guardi a USA e Iran)

Con la fine delle sanzioni all’Iran, salite le esportazioni di petrolio

Se Trump dovesse metterlo realmente in discussione, l’America tornerebbe a imporre l’embargo contro le esportazioni petrolifere della repubblica persiana. A tale proposito, si consideri che la maggioranza al Congresso USA, nelle mani del Partito Repubblicano, sarebbe su questa posizione, avendo nel 2016 dovuto subire la fine delle sanzioni disposta dall’ex presidente Barack Obama.

Cosa significherebbe per il mercato petrolifero un ritorno all’embargo contro l’Iran? Si tenga presente che in appena un anno, la produzione di greggio da parte del paese è salita di circa un milione di barili al giorno, arrivando a 3,9 milioni a gennaio, vicino alla soglia dei 4 milioni a cui ambisce Teheran, pari a quella toccata nel 2011, prima che subisse le sanzioni.

Rischio di carenza di offerta di petrolio

Dopo mesi di intenso dibattito nell’OPEC, il paese ha chiesto e ottenuto di essere esentato dal taglio della produzione, anche se in teoria dovrebbe limitarsi a produrre non oltre i 3,8 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita vede di cattivo occhio il ritorno sui mercati del nemico nello scacchiere geo-politico mediorientale, per cui non può che avere accolto con giubilo la notizia delle nuove sanzioni di Trump.

Oggi come oggi, però, se dal mercato mondiale fosse sottratto un milione o anche mezzo milione di barili al giorno di greggio, si registrerebbe un’immediata carenza di offerta, visto che l’accordo interno all’OPEC e raggiunto con altri undici produttori globali, tra cui la Russia, punta a ridurre la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno e alla fine di gennaio avrebbe centrato l’obiettivo già per quasi l’80%. (Leggi anche: Perché gli sforzi dell’OPEC potrebbero essere inutili)

BCE potrebbe trovarsi costretta a intervenire

Le tensioni USA-Iran rischiano di fare aumentare le quotazioni del petrolio, anche se solo temporaneamente, ma con la conseguenza di surriscaldare ulteriormente l’inflazione nelle economie importatrici, come l’Eurozona, dove già i prezzi sono saliti su base annua a gennaio dell’1,8%, in forte accelerazione dal +1,1% di dicembre e il +0,6% di novembre. Il passaggio da una lieve deflazione a un’inflazione sostanzialmente in linea con il target fissato dalla BCE è dovuto proprio al boom dei prezzi energetici, che negli ultimi sei mesi sono aumentati di un terzo, attestandosi attualmente oltre intorno ai 55 dollari al barile.

Un’eventuale fase di consolidamento dei guadagni, che scontasse possibili nuove sanzioni contro le esportazioni iraniane, potrebbe accelerare l’inflazione nell’area anche oltre il 2%, costringendo il governatore Mario Draghi a intervenire per evitare una destabilizzazione interna dei prezzi, anche e, soprattutto, su pressione della Germania, già alta in tal senso. (Leggi anche: Tapering BCE più vicino, ecco i dati)

Draghi sarà ancora di più sotto pressione

I tassi non sarebbero aumentati, dopo che la BCE si è impegnata a mantenerli ancora bassi a lungo, ma verrebbero probabilmente ritoccati gli stimoli monetari prima della scadenza fissata alla fine dell’anno, con una possibile riduzione mensile degli acquisti di assets, che fino al prossimo mese saranno di 80 miliardi di euro e da aprile scenderanno a 60 miliardi.

Il mercato reagirebbe di conseguenza, chiedendo rendimenti ancora più elevati per i titoli di stato, specie i BTp, accelerando l’aumento dei costi di rifinanziamento dei debiti sovrani nell’area e colpendo il settore del credito, in Italia nemmeno ripartito.

Potrebbe, però, anche accadere che l’OPEC, prendendo atto della prevedibile carenza di greggio con il venir meno dell’Iran sui mercati esteri, riveda l’accordo di novembre e decida di limitare i tagli o di sospenderli del tutto per stabilizzare le quotazioni. Poiché una risposta non sarebbe così immediata, resta probabile, nel caso di tensioni geo-politiche, che i prezzi salgano per un certo periodo e che con essi si surriscaldi l’inflazione nell’Eurozona più di quanto non sia stato preventivato ad oggi. Un problema per Draghi, che rischia o di agire troppo tardi sul QE o di depotenziarlo troppo presto. (Leggi anche: Incubo inflazione, il piano B della BCE)

 

 

 

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