Perché le borse mondiali crollano e a Trump, fino a un certo punto, conviene

Le grandi borse mondiali si apprestano a chiudere il 2018 tutte in forte rosso e la Fed gioca un ruolo decisivo per il loro trend nel prossimo anno.

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Le grandi borse mondiali si apprestano a chiudere il 2018 tutte in forte rosso e la Fed gioca un ruolo decisivo per il loro trend nel prossimo anno.

Le perdite ammonterebbero a oltre 15.000 miliardi di dollari rispetto ai picchi toccati da inizio anno. Questo sarebbe il risultato del ripiegamento delle borse mondiali negli ultimi mesi. Rispetto alla prima seduta del 2018, Wall Street ha ceduto l’8%, poco più della metà del 14,4% mediamente accusato dalle borse europee e all’incirca la stessa percentuale di Tokyo, mentre Shanghai si è contratta di un quarto e Londra, nonostante la Brexit, di poco più del 12%. Non si può certo dire che questo sia stato l’anno del toro, anche se il 3 ottobre scorso il presidente americano Donald Trump poteva festeggiare con un tweet l’ennesimo record storico messo a segno dagli indici di New York dalla sua vittoria alla presidenza.

Il bilancio per Wall Street è pesante per questo mese di dicembre ad oggi: -10,5%. Il rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve di mercoledì era atteso, ma ciononostante i mercati di tutto il mondo hanno reagito piuttosto contrariati all’ottimismo ostentato dal governatore Jerome Powell sulla crescita economica degli USA, quando il resto del mondo sembra impantanato nelle sabbie mobili di un rallentamento già in corso e dell’entità ancora incerta.

L’America è la prima potenza economica mondiale, pesando per un quarto del pil. Se dovesse rallentare, il colpo lo subirebbero anche le altre economie, se si considera che ormai il pianeta esporta verso di essa per un valore netto annuo non inferiore ai 550 miliardi, circa lo 0,7% del pil mondiale. In pratica, gli americani creano ricchezza anche per le altre principali economie esportatrici, tra cui Eurozona e Cina. Naturale che le preoccupazioni per la quarta stretta dell’anno della Fed travalichino i confini nazionali, tanto che il petrolio ieri ha subito pesanti ribassi nell’ordine del 5%, scendendo ai minimi da 17 mesi a meno di 55 dollari al barile per il Brent e sotto i 46 per il Wti.

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L’America non ha eguali nel mondo

Gli investitori si mostrano consapevoli che il meglio del boom economico americano sia alle spalle e dopo che i democratici hanno conquistato la maggioranza alla Camera, difficile che l’amministrazione Trump trovi l’appoggio dei due rami del Congresso per varare nuovi stimoli fiscali. Da qui, la necessità di puntare esclusivamente sull’allentamento monetario, ma per il momento sembra che Powell non voglia sentirne parlare, dovendo disporre di numeri alla mano per giustificare la marcia indietro rispetto ai propositi già espressi. Dunque, i toni utilizzati al termine del FOMC dell’altro ieri sono stati percepiti accomodanti, ma non quanto si sperasse.

Non esiste alcuna economia, oltre alla Cina, capace di rimpiazzare l’America in termini di apporto alla crescita globale. Ogni punto in meno di accelerazione del pil USA equivale a 200 miliardi di dollari sottratti all’economia mondiale. Ma Pechino, in rallentamento e persino a rischio di “atterraggio duro” con la congiuntura internazionale debole e i dazi di Trump, non garantisce più il sostegno degli anni passati e l’Eurozona segnala stagnazione, mentre il Giappone arretra e anche Regno Unito avanza di poco.

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Il crollo delle borse mondiali per ora giova a Trump

Il crollo delle borse mondiali in scia a Wall Street non dispiace a Trump, anzi fino a quando non dovesse degenerare in una fase “orso” e tradursi in un ripiegamento dell’economia a stelle e strisce, creerà le condizioni perfette per convincere Powell al passo indietro sui tassi. Da notare che il presidente americano non ha esternato alcunché sulla Fed dopo la stretta di mercoledì. Che cosa medita l’inquilino della Casa Bianca? Probabile che attenda di capire come davvero si muoverà il governatore nei prossimi mesi, confidando che nel frattempo i mercati gli segnalino con schiettezza di non essere pronti a sostenere nuovi aumenti del costo del denaro. Lo stesso Powell, dopo avere recitato il copione del funzionario indipendente dalla sfera politica, pian piano dovrebbe ridurre ulteriormente le stime sui tassi attesi nel medio termine, senza peccare di pessimismo per lo stato di salute dell’economia domestica, volendo evitare che davvero i mercati vadano nel panico.

L’andamento delle borse mondiali dipenderà grosso modo proprio dai passi che la Fed compirà nel corso del prossimo anno. Se alzerà i tassi solo un’altra volta, magari verso giugno, gli investitori tireranno un sospiro di sollievo e almeno in parte torneranno a comprare. Se Powell dovesse indisporre mantenendosi relativamente “hawkish”, da un crash azionario si rischierebbe di passare in pochi mesi a un rallentamento repentino del pil USA e solo a quel punto la Fed sarebbe costretta a mutare orientamento. Qualcuno ha azzardo azioni clamorose di Trump, come il licenziamento di Powell o la sua “promozione” a una carica nel suo governo, pur di allontanarlo dalla guida dell’istituto. Improbabile che accada, ma con il tycoon nulla è mai scontato. E per adesso si è limitato a rimproverare “Jay” su Twitter o nei suoi discorsi pubblici e in privato. Se non vorrà dare retta nemmeno i finanzieri, ci penserà forse la Casa Bianca a fargli capire quale sarebbe il mandato ricevuto con la nomina di un anno fa.

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