Stimoli monetari delle banche centrali difficili da abbandonare

Banche centrali intenzionate a porre fine agli stimoli monetari, sebbene non siano capaci di farlo. Vediamo i dati che spiegano questo passaggio complicato.

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Banche centrali intenzionate a porre fine agli stimoli monetari, sebbene non siano capaci di farlo. Vediamo i dati che spiegano questo passaggio complicato.

Domani, la BCE tiene il sesto board dell’anno, nel corso del quale i banchieri centrali dell’Eurozona discuteranno sulla tempistica adatta per annunciare il “tapering”, il ritiro graduale degli stimoli monetari. Stando alle attese, dovrebbe trattarsi di una riunione interlocutoria, di un “non evento”, in previsione dell’annuncio ufficiale della svolta alla fine di ottobre, penultimo appuntamento utile per preparare i mercati al taglio degli acquisti degli assets, realizzati mensilmente con il “quantitative easing” per 60 miliardi di euro.

Il rafforzamento del cambio sta allontanando l’avvio della riduzione degli stimoli, in quanto un euro apprezzatosi mediamente di circa il 6% quest’anno contro le altre valute si teme che possa impattare negativamente sull’inflazione nell’area, deviandola dal target dell’istituto di “poco inferiore al 2%”. (Leggi anche: Quantitative easing, perché gli stimoli della BCE di Draghi non finiranno presto)

Aldilà dei timori sulle ripercussioni del “tapering” sull’inflazione e la crescita economica, le banche centrali principali trovano molto difficile abbandonare gli stimoli monetari e a spiegarci il perché sono le cifre fornite da Deutsche Bank sui bilanci di BCE, Federal Reserve, Bank of England e Bank of Japan.

I bilanci delle banche centrali

Prendiamo la Fed, che al mese scorso deteneva assets per oltre 4.200 miliardi, suddivisi tra Treasuries (2.447) e Assets-backed securities (1.786). Tali importi corrispondono rispettivamente al 23% e al 19,8% dei relativi mercati. In pratica, la banca centrale americana ha in pancia quasi un quarto di tutti i titoli di stato USA negoziati sul mercato secondario e un quinto delle obbligazioni a stelle e strisce cartolarizzate.

Simili i dati per la BCE: 1.700 miliardi di assets acquistati con il QE, di cui 1.361 miliardi di titoli di stato dell’Eurozona, 25 di Abs, 226 di “covered bonds” e 104 di obbligazioni societarie per una quota di mercato pari rispettivamente del 21%, 17,7%, 26,9% e 5,1%. In realtà, i corporate bond eleggibili ammontano a 750 miliardi di euro (titoli in euro con rating “investment grade” ed emessi da società non finanziarie), per cui Francoforte ha in portafoglio già il 14,3% dei titoli target.

La Bank of England ha nel suo bilancio 445 miliardi di sterline in assets, di cui 435 in titoli di stato UK (21,7% del totale negoziati) e 10 di corporate bond in sterline (3,1%).

Infine, la Bank of Japan, l’istituto che più di ogni altro si è spinto nel varo degli stimoli monetari. Esso possiede 454.000 miliardi di yen (3.530 miliardi di euro) tra titoli di stato nipponici per 434.000 miliardi (44,3%), obbligazioni per 3.200 miliardi (13,5%) e 16.000 miliardi in azioni (2,7%). (Leggi anche: Banche centrali destabilizzeranno l’economia mondiale)

Difficile uscire dagli stimoli

In sostanza, le banche centrali detengono in portafoglio mediamente più di un quinto dell’intero mercato dei titoli di stato scambiati sui rispettivi mercati secondari, ma in Giappone si arriva a oltre il 44%, vale a dire che quasi un bond governativo su due a Tokyo viene posseduto dalla banca centrale. Il ritiro dal piano di stimoli è naturale che avrà conseguenze piuttosto pesanti sui prezzi dei titoli acquistati negli ultimi anni dai governatori centrali, tanto che la Fed, pur avendo avviato da quasi due anni la stretta sui tassi USA, solamente da questo mese dovrebbe iniziare a dimagrire con molta gradualità il suo bilancio, mentre la BCE ha rassicurato alla fine dello scorso anno di reinvestire dal marzo scorso i ricavi derivanti dai titoli arrivati in scadenza, in modo da mantenere inalterate le dimensioni del suo bilancio, al netto dei nuovi acquisti.

E così, il decennale giapponese rende ancora zero, mentre fino ai 9 anni vengono esitati rendimenti negativi. Venendo meno la domanda della BoJ, il mercato assisterebbe a una risalita anche potenzialmente veloce di tali rendimenti, anche se limitati dalle aspettative rialziste sullo yen, che spingerebbero gli investitori ad acquistare assets in valuta nipponica. Qualcosa di simile sta accadendo in questi mesi proprio con i bond in euro, paventando il rischio che le banche centrali restino intrappolate tra la necessità di tagliare pian piano gli stimoli e l’impossibilità di farlo a breve, tra rischi di deflazione e di sconquassi per i conti pubblici nazionali. (Leggi anche: Quantitative easing, il difficile equilibrio tra inflazione e cambio)

 

 

 

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