Perché le banche centrali non vogliono alzare i tassi e tagliare gli stimoli

L'economia continua a crescere, l'inflazione no. E le banche centrali sono contente, ecco perché.

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L'economia continua a crescere, l'inflazione no. E le banche centrali sono contente, ecco perché.

L’Eurostat ci ha fornito ieri dati positivi sull’economia nell’Eurozona: la crescita tendenziale del pil nel terzo trimestre è stata del 2,5% e quella congiunturale dello 0,6%, la più alta dal 2011. Si è trattato del 18-esimo risultato positivo consecutivo, a conferma che la ripresa economica nell’area starebbe consolidandosi e diffondendosi.

Al contrario, l’inflazione ha subito una leggera frenata, passando dall’1,5% di settembre all’1,4% di agosto. Quella “core”, al netto delle componenti variabili (alimentari freschi, tabacco ed energia) si è ridotta allo 0,9% dall’1,1% del mese precedente. Al contempo, la disoccupazione è diminuita dal 9% all’8,9% a settembre, scendendo ai livelli più bassi degli ultimi 9 anni.

In definitiva, migliora la crescita, ma i prezzi non si scaldano. Un bel grattacapo per la BCE, che si trova da un lato costretta a mantenere attivi gli stimoli monetari e i tassi azzerati, dall’altro teme di alimentare una bolla degli assets finanziari, oltre che del credito, nonché di dovere approntare in futuro mutamenti repentini di rotta e pericolosi per la stabilità economica. (Leggi anche: Bassa inflazione incubo delle banche centrali?)

Sulla base di questo contesto, il governatore Mario Draghi ha annunciato quasi una settimana fa di volere prorogare il “quantitative easing” fino al settembre 2018, seppure dimezzando gli acquisti di assets a 30 miliardi al mese. Inutile ribadire che non solo i tassi rimarranno invariati a lungo, ma potrebbero non venire alzati da qui ai prossimi due anni. Draghi concluderebbe il suo mandato, in scadenza nell’ottobre 2019, senza avere mai alzato i tassi una sola volta, caso più unico che raro per un governatore.

Crescita soddisfacente, inflazione resta bassa

La stessa Federal Reserve, pur avendo intrapreso la via della stretta monetaria da quasi due anni ormai, procede a ritmi molto lenti con i rialzi dei tassi. Di fatto, siamo ancora in attesa del quinto da 25 punti base. Negli USA, il pil cresce sopra il 2% e nel terzo trimestre si è attestato al +3% dal +3,1% tendenziale del secondo (ma si tenga conto dell’uragano Harvey a settembre), mentre la disoccupazione è scesa a poco sopra il 4% e l’inflazione continua a non stabilizzarsi intorno al target del 2%, anche se è salita al 2,2% a settembre.

Uno scenario simile si ha in diverse altre economie avanzate, tra cui quelle europee (Svezia, Svizzera, etc.) e in Giappone. Ovunque, pur in presenza di una crescita soddisfacente, l’inflazione tende a rimanere bassa. Chi pensa che le banche centrali si stiano stracciando le vesti per questo trend, resterà forse deluso nell’apprendere che, viceversa, per loro si tratta di condizioni da sogno. In gergo anglosassone, questo stato dell’economia si definisce “goldilocks” . Con questo termine, si suole indicare una crescita del pil non eccessiva, ma nemmeno così bassa, compatibile con un tasso d’inflazione che non accelera e nello specifico, rimanendo sotto i rispettivi target delle banche centrali. (Leggi anche: Goldilocks economy, ripresa senza slancio)

In teoria, stimoli e tassi infimi con una crescita economica moderata comportano il rischio di generare inflazione futura potenzialmente fuori controllo, ovvero di destabilizzare i prezzi. Tuttavia, le banche centrali sanno quello che non vogliono ammettere: gli obiettivi sull’inflazione, fissati nei decenni precedenti, sarebbero diventati forse strutturalmente elevati. L’innovazione tecnologia e la globalizzazione spingono i costi di produzione e i prezzi verso il basso e impediscono grosse variazioni positive anche nel caso di crescita economica apprezzabile. Si pensi ad Amazon, che ha assunto negli USA dimensioni così rilevanti, da imporre una sorta di disciplina di mercato sul retail, impedendo ai prezzi di salire ai livelli a cui si sarebbero attestati in sua assenza. In pratica, i supermercati non alzano i prezzi, spaventati dalla concorrenza dello shopping online.

La “goldilocks” serve contro i populismi

E’ solo un esempio dei tanti che si potrebbero fare per capire la fase di cambiamento che stiamo attraversando e per la quale le banche centrali necessiterebbero di target d’inflazione verosimilmente più bassi. Per non parlare, poi, del boom delle energie alternative al petrolio, destinate a deprimerne le quotazioni anche nel medio-lungo termine. Ma se i governatori sanno che l’inflazione resterebbe bassa non in conseguenza di una ripresa insufficiente, quanto per un mutamento strutturale dell’economia mondiale, perché non convengono nel rivedere gli obiettivi? La risposta più immediata è la seguente: conviene calciare il barattolo ancora per un po’.

A chi? Ai governi.

In tempi di “populismo”, se c’è qualcosa che nell’una e nell’altra sponda dell’Atlantico fa comodo ai governi è certamente minimizzare la disoccupazione, al contempo conservando, se non potenziando, il potere di acquisto delle famiglie. In economia, la somma tra i tassi d’inflazione e quelli di disoccupazione formano il cosiddetto “Misery Index”, che segnala il grado di insoddisfazione percepita. Scendendo la disoccupazione e restando stabili i prezzi, migliora la percezione delle condizioni economiche generali e ciò darebbe almeno un parziale sollievo a chi governa, sventando le insidie dei partiti e movimenti anti-establishment.

Dunque, non essendoci una minaccia attesa di brusca accelerazione dell’inflazione, meglio per le banche centrali mantenere praticamente intatte le politiche monetarie ultra-espansive, nonostante abbiano dimostrato ampiamente di essere inefficaci rispetto all’obiettivo. Tenendo bassi i costi di rifinanziamento dei debiti sovrani, infine, queste misure evitano una restrizione delle politiche fiscali, consentendo anche per questa via ai governi di tenere maggiormente testa ai “populismi”. (Leggi anche: Bassa inflazione? Ecco come la tecnologia ha battuto le banche centrali)

 

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