Perché la svalutazione del cambio cinese deve fare paura all’Europa

La Cina svaluta lo yuan e l'Europa si rivela vulnerabile alla strategia di Pechino per neutralizzare i dazi imposti da Donald Trump. Rischiamo di perdere quote di pil e posti di lavoro.

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La Cina svaluta lo yuan e l'Europa si rivela vulnerabile alla strategia di Pechino per neutralizzare i dazi imposti da Donald Trump. Rischiamo di perdere quote di pil e posti di lavoro.

Il presidente americano Donald Trump ha accusato la Cina di manipolare il cambio e i mercati non l’hanno presa affatto bene. La “guerra” commerciale tra le prime due potenze economiche del pianeta si fa sempre più seria. Settimana scorsa, la Casa Bianca aveva twittato che da settembre l’America imporrà dazi al 10% su merci cinesi per 300 miliardi di dollari all’anno di importazioni, ad oggi esenti da tariffe.

Pechino ha reagito a modo suo, cioè di fatto “svalutando” lo yuan contro il dollaro, consentendo al cambio di oltrepassare il rapporto di 7:1, difeso dalla Banca Popolare Cinese fino a qualche seduta addietro. E oggi il tasso di cambio si attesta a 7,03.

Tutti siamo concentrati sullo scontro USA-Cina, come se l’Europa non fosse sia geograficamente che economicamente nel bel mezzo tra queste due potenze. E la svalutazione del cambio cinese ci riguarda da vicino. L’Unione Europea accusa mediamente un disavanzo commerciale annuo di 170 miliardi di euro verso la Cina (circa l’1% del pil), frutto di un passivo di circa 185 miliardi per i soli beni e di un attivo intorno ai 15 relativo ai servizi.

La Cina, manovrando il cambio a suo favore, farà costare di meno le sue merci all’estero. E se la mossa serve sostanzialmente per neutralizzare in parte i dazi di Trump, l’Europa non ha alzato le sue tariffe sul made in China e rischia di subire gli effetti più negativi di queste tensioni internazionali. A parità di dazi europei, infatti, i prodotti cinesi costeranno ancora meno sui nostri scaffali e ciò potenzialmente accrescerà il nostro disavanzo commerciale con Pechino, sottraendoci pil e posti di lavoro.

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Yuan e petrolio

Altro aspetto non meno importante riguarda l’impatto che lo yuan debole avrebbe sulle materie prime. Poiché la Cina importa molto petrolio, anzi è diventata la prima acquirente al mondo con la media di 8,4 milioni di barili al giorno (la UE, se considerata nel suo complesso, resta prima con oltre 14 milioni), quando il suo cambio si deprezza, i consumi di greggio diventato per le sue imprese e famiglie più cari e ciò ne indebolisce la domanda.

Ne consegue che la svalutazione dello yuan avrebbe effetti depressivi sul petrolio, date le dimensioni che l’economia cinese assumono da anni sul mercato delle “commodities”.

L’Europa è complessivamente importatrice di petrolio, per cui la notizia per certi versi ci rende contenti. Ma va detto che questo scenario contribuirebbe a indisporre la BCE e le banche centrali minori gravitanti attorno ad essa, perché un barile meno caro allontana il raggiungimento dei target d’inflazione e costringerà Francoforte a intervenire con ulteriori misure monetarie espansive, vale a dire taglio dei tassi e acquisti di assets con nuovi cicli di “quantitative easing”. In sostanza, la svalutazione del cambio cinese prefigura per l’Europa un mix di stagnazione e “lowflation”, che è quello da cui cerchiamo di fuggire nell’ultimo decennio.

Se Trump ha una sua strategia per cercare di vincere la guerra commerciale con i cinesi, l’Europa no. E la nomina della tedesca Ursula von der Leyen a capo della Commissione europea non presenta alcunché di buono sul tema, perché la Germania punta ormai palesemente dagli inizi del Duemila a stringere relazioni commerciali sempre più intense con Pechino e di reagire alle sue politiche di dumping, attuate anche sul mercato valutario, non sembra volerne sentire, al contrario di Francia e Italia, da sempre più timorose per le proprie produzioni nazionali. Aldilà di tutto, l’estrema diffidenza di Bruxelles verso Trump abortisce ogni tentativo di creazione di quel fronte occidentale anti-cinese, l’unico capace di costringere il Dragone a rispettare le regole del mercato, ponendo fine alle odiose pratiche di dumping, che tanto c’entrano con molti problemi di Europa e Nord America.

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