Perché la speranza di un vaccino presto deve metterci apprensione in Italia

Pfizer-BioNTech sarebbero prossimi a un vaccino contro la pandemia. Sarebbe la fine di un incubo per l'umanità, ma ne arriverebbe un altro per l'Italia.

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Il vaccino ci riporterebbe alla normalità. E non sarebbe solo festa in Italia.

Pfizer e BioNTech potrebbero essere vicini alla commercializzazione del primo vaccino al mondo contro il Covid-19. L’annuncio è arrivato lunedì mattina e ha fatto scattare le borse. Il petrolio ha guadagnato il 10%, mentre l’oro è crollato del 5%. Tutto questo in una sola seduta. La prospettiva della fine di un incubo per l’intera umanità riporterebbe in breve tempo quell’ottimismo che manca da mesi verso il futuro e che è complice del crollo dei consumi e dei prezzi. Stiamo attenti a stappare le bottiglie di spumante troppo presto. Non solo se il vaccino sarà considerato effettivamente efficace e non nocivo per la salute pubblica da parte della Food & Drug Administration, arriverà ad essere disponibile per la generalità delle fasce a rischio tra non meno di un anno; esso ci riporterebbe più velocemente delle attuali previsioni alla normalità e l’Italia non è pronta a tornarci.

Anzitutto, nel breve periodo non cambierebbe nulla. Poiché i contagi salgono in tutta Europa e per i prossimi mesi non ci sarebbe ugualmente modo di vaccinare anziani e immunodepressi, i lockdown dei governi diverranno ancora più probabili nella loro versione più restrittiva, similmente alla primavera scorsa. Perché? Sino ad oggi, lo scenario di una durata lunga della pandemia sta dissuadendo i governi dall’imporre eccessive restrizioni. Non sarebbe pensabile vivere in lockdown per mesi o qualche anno, mentre se la scienza ci garantisse che tra pochi mesi al massimo fossimo nelle condizioni di ripartire, nuove chiusure non verrebbero più scartate, essendo viste come temporanee e seguite dal ritorno alla graduale normalità.

Dunque, lo stesso premier Giuseppe Conte prenderà in considerazione l’ipotesi di un nuovo lockdown totale per l’intero territorio nazionale, anziché proseguire con una ridicola mappatura delle regioni secondo gradazioni di rischio dubbie e sospettabili di politicizzazione.

In effetti, è quello di cui si parla in queste ore.

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L’aria in Europa cambierebbe

E ritorno alla normalità significherebbe fine dell’accomodamento monetario estremo della BCE. Gli acquisti straordinari tramite il PEPP proseguirebbero, verrebbero probabilmente potenziati ugualmente al board di dicembre, ma a Francoforte emergerebbe al contempo l’esigenza di fissare l’agenda per una exit strategy ben studiata. BTp e Bonos, i principali beneficiari degli acquisti dell’istituto, risulterebbero i più penalizzati dal cessato allarme. I loro rendimenti tornerebbero a salire e i debiti di Italia e Spagna diverrebbero ancora meno sostenibili, specie in assenza di un rimbalzo vigoroso dei rispettivi PIL.

Anche a Bruxelles la musica cambierebbe. Non che i vincoli di bilancio verrebbero ripristinati presto – sappiamo che non lo saranno con certezza per tutto il 2021 – ma la Commissione tollererebbe sempre meno politiche fiscali eccessivamente espansive, avvertendo gli stati di prepararsi a rimettere in carreggiata i conti pubblici e li spronerebbe a varare riforme economiche pro-crescita. Allo stesso tempo, gli stati del Nord Europa, già di per sé poco inclini a creare strumenti di condivisione dei rischi sovrani, troverebbero maggiore forza per opporsi ancora più strenuamente al Recovery Fund, il cui varo effettivo resta impedito dagli scontri tra governi da un lato e tra governi ed Europarlamento dall’altro. Senza i circa 200 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni a cui avrebbe diritto l’Italia nei prossimi 7 anni, i mercati tornerebbero a scontare le criticità relative alla nostra assenza di crescita e alla mancanza di solidarietà nell’Eurozona.

Infine, normalità significherebbe anche prezzi al consumo in ripresa, ossia reflazione. E uno degli effetti immediati di questo fenomeno consisterebbe in un rialzo dei rendimenti di mercato un po’ in tutto il mondo. I BTp, che già partono dai livelli di rendimento più alti in Europa insieme ai bond della Grecia, tornerebbero ad essere venduti sulla richiesta del mercato di una più alta remunerazione per comprarli.

La stessa BCE farebbe i conti con una crescita dei prezzi non più negativa o di fatto nulla, dovendo ritirare gradualmente i suoi stimoli, facendo venire meno il forte sostegno ai titoli di stato nell’area prima di quanto previsto. Stiamo estremizzando, anche perché l’Italia non sarà l’unica grande economia ad uscire dall’emergenza Covid iper-indebitata e indebolita nella sua struttura produttiva. Di certo, però, è l’unica ad esserci già entrata in simili condizioni.

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