Perché la ripresa economica non entra in campagna elettorale

Di ripresa economica non si può parlare sotto elezioni, perché gli italiani non percepiscono l'uscita dalla crisi. Siamo ancora ai livelli di pil del 2003 e persino gran parte del mitico nord è stata travolta.

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Di ripresa economica non si può parlare sotto elezioni, perché gli italiani non percepiscono l'uscita dalla crisi. Siamo ancora ai livelli di pil del 2003 e persino gran parte del mitico nord è stata travolta.

L’Italia dovrebbe essere cresciuta nel 2017 dell’1,6%, segnando il tasso più elevato dall’inizio del Millennio. Eppure, la ripresa economica non è tema su cui si concentra la campagna elettorale, pur essendo rivendicata dal governo Gentiloni e dall’attuale maggioranza. Tra gli italiani, infatti, si carpisce un certo fastidio allorquando la politica parli di ripartenza, di un’Italia nuovamente in carreggiata. Gli stessi dati sul mercato del lavoro, con il numero degli occupati ai massimi di sempre per l’Istat, non sono stati certamente accolti dall’entusiasmo in un’economia, dove proprio l’assenza di lavoro è avvertita quale emergenza nazionale, specie al sud. (Leggi anche: Volete la ripresa economica? Eliminate i politici)

Per capire che non si tratti solamente di sensazioni, bisogna intendersi bene sul significato della parola “ripresa”. Se per essa vogliamo dire che abbiamo smesso di arretrare e che stiamo ritornando a crescere, allora è vero, l’Italia è in ripresa economica. Se vogliamo significare, però, che siamo usciti dalla crisi, non solo non è così, ma rischiamo di restarci ancora per un altro quinquennio. Questo, perché pur con l’accelerazione della crescita negli ultimi trimestri, avremmo chiuso il 2017 con un pil reale del 5,4% inferiore ai livelli del 2007 e ancora pari a quello del 2003.

In sostanza, oggi noi italiani saremmo sul piano economico ai livelli di ricchezza di 15 anni fa. E per riagganciare quelli massimi toccati nel 2007, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, dovremmo attendere probabilmente il 2022-2023. Solo tra 5 anni, se tutto andrà bene, potremmo dire di essere finalmente usciti dalla crisi. Certo, tempo fa il Fondo Monetario Internazionale paventava un ritorno ai livelli pre-crisi solo intorno al 2025, ma consola poco.

Dobbiamo pensare che per allora dal 2007 saranno passati ben 15-16 anni. Avremo “bruciato” un quindicennio, quando già oggi l’Eurozona nel suo complesso ha superato i livelli di ricchezza toccati nel 2007 e la Germania, addirittura, di un buon 12%.

Come la crisi ha colpito le regioni italiane

Vi immaginate se il rallentamento della crescita, attesa per quest’anno al +1,3%, andasse oltre le previsioni e l’Italia tornasse in stagnazione? I 15 anni perduti rischierebbero di diventare un ventennio e poiché la psicologia in economia gioca sempre un ruolo non marginale, il nostro Paese rischierebbe di accartocciarsi e di entrare in una fase di lunga agonia, quando già siamo fermi da oltre un ventennio, se consideriamo i dati sul pil pro-capite. E l’Italia che ci consegna la crisi si mostra ancora più divisa di quella che ci è entrata. Se Lombardia (+0,4%) e Trentino-Alto-Adige (+5,6%) risultano le uniche due regioni ad avere superato i livelli del pil di 11 anni fa, le regioni che sono andate peggio della media sono state Molise (-16,9%), Umbria (-14,9%), Sicilia (-12,5%), Liguria (-11,4%), Calabria (-11,2%), Marche (-10,3%), Valle d’Aosta (-9,8%), Campania (-9,4%), Piemonte (-8,7%), Puglia (-8,6%), Sardegna (-7,9%), Lazio (-7,3%) e Friuli-Venezia-Giulia (-7,1%).

In definitiva, il sud ha arrancato peggio della media, ma quel che stupisce è che esso si mescola nel triste trend a pezzi di nord-ovest e nord-est, oltre che del centro. Ad avere retto meglio è stata l’ossatura economica già più forte dell’Italia, ovvero Lombardia, Trentino, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, mentre rappresentano una sorpresa positiva Basilicata e Abruzzo. Il nord-ovest, in particolare, se la passerebbe abbastanza male, se è vero che, tolta la Lombardia, il resto (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) sfiora un pil in calo a doppia cifra rispetto al 2007. Complessivamente, invece, il nord-est sarebbe tra la media e un po’ meglio di essa.

E allora, la storia della ripresa potremmo raccontarla tutt’al più agli abitanti di Bolzano, unica delle due province autonome ad essere realmente cresciuta (+12% contro il -0,9% di Trento), fatto salvo che nemmeno ai lombardi potremmo realisticamente spacciare per ripresa uno zero virgola di crescita cumulata in 10 anni.

Sarà anche per questo che la campagna elettorale in corso appare più difficile delle precedenti. Da un lato, chi grida alla crisi non sembra in grado di offrire ricette realisticamente applicabili, dall’altro chi vende ottimismo indispone e viene percepito, nel migliore dei casi, come un marziano. (Leggi anche: Ripresa economica in Italia accelera, ma distanze con altri paesi aumentano)

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