Perché la riforma del Fondo salva-stati al Senato passerà, malgrado tutto

La crisi del governo Conte ci sarà sulla riforma del MES o questa passerà al Senato senza "incidenti"? Ecco perché i tempi deporrebbero stavolta a favore del premier.

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La crisi del governo Conte ci sarà sulla riforma del MES o questa passerà al Senato senza

Il prossimo mercoledì, 11 dicembre, il Senato si esprimerà sulla riforma del Fondo salva-stati, il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). La tensione nella maggioranza resta altissima, perlopiù dentro il Movimento 5 Stelle tra Luigi Di Maio da una parte e il premier Giuseppe Conte dall’altra. A favore del primo si è schierato pure Alessandro Di Battista, in vista del voto sul blocco della prescrizione, che il PD vorrebbe rivedere. I renziani di Italia Viva, invece, restano alla finestra e lasciano che il conflitto si consumi tra gli altri due partiti al governo. Dalle opposizioni, parole di fuoco di Lega e Fratelli d’Italia, in particolare, sebbene nemmeno Forza Italia usi toni morbidi su come Palazzo Chigi abbia gestito la vicenda.

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Malumori ne esisterebbero persino dentro al PD, dove sull’unione bancaria si teme che l’Europa tenda una trappola alle banche italiane sui BTp. Tuttavia, il partito di Nicola Zingaretti non intende prestare il fianco a quelle che definisce critiche propagandistiche dell’opposizione e voterà compatto e convinto per la riforma del MES. Quando in Aula, il premier Conte ha sostenuto contro Matteo Salvini la linea che i ministri del precedente esecutivo “giallo-verde” fossero a conoscenza del dossier, si è toccato il punto più basso nei rapporti con Di Maio. Il ministro degli Esteri, che gli stava seduto a fianco, non ha applaudito alcun passaggio del suo discorso, né accennato a un solo sorriso, né ancora gli ha stretto la mano al termine del suo intervento.

In fondo, sul banco degli imputati per Conte vi era anche lui, oltre a Salvini. Il premier ha velatamente accusato il portavoce dei 5 Stelle di strumentalizzare la vicenda, pur formalmente riferendosi al leader della Lega.

Questi ha dichiarato che la riforma del Fondo salva-stati “sarà la loro TAV”, intendendo che fungerà da detonatore per fare cadere il governo, così com’è accaduto in agosto con quello di cui era ministro dell’Interno. In un certo senso, avrebbe ragione, pur non come da auspicio tra i banchi delle opposizioni. Il primo governo Conte non cadde in occasione del voto sulla TAV, bensì dopo alcuni giorni e sulle dichiarazioni di Salvini contro di esso dal “Papeete Beach” di Milano Marittima.

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E anche stavolta il Conte-bis non dovrebbe cadere sul voto per la riforma del MES, in quanto la tempistica giocherebbe a suo favore. L’Italia dovrà avere una posizione ufficiale entro il 12 dicembre, giorno in cui il Consiglio dei capi di stato e di governo si riuniranno per votare all’unanimità sul tema. Dunque, non ci sarà tempo per giochetti in Parlamento, a meno che davvero non si voglia arrivare alla caduta dell’esecutivo.

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Ma prima che la legge di Stabilità venga approvata a fine mese, nessuno si sognerebbe realmente di staccare la spina. Né la maggioranza, pur divisa su tutto, che perderebbe la faccia dopo avercela messa per mesi su provvedimenti impopolari. Né le stesse opposizioni, che certo non vorrebbero ritrovarsi con elezioni anticipate e, dopo una probabile vittoria, con in mano la patata bollente di una manovra tutta da riscrivere dopo un massimo di 4 mesi di esercizio provvisorio consentito dalla Costituzione.

Si vocifera – ma di certezze non ve ne sono – che diversi senatori pentastellati sarebbero in contatto con la Lega e pronti a dimostrare la loro “fedeltà” a Salvini, nel caso fosse loro richiesto. Come? Votando contro il governo. Difficile credere, però, che il Carroccio voglia utilizzarli per un finale di anno rovinoso all’insegna del caos sulla manovra e con la prospettiva più che credibile di tornare al governo con l’onere di riscriverla.

Sempre che questa pattuglia di parlamentari pronti a passare all’opposizione esistesse, verrebbe “attivata” dopo dicembre, chissà se ancor prima delle elezioni regionali in Emilia-Romagna, così da seminare zizzania e scoramento nella (a quel punto) ex maggioranza, in vista del voto locale. La riforma del MES, però, non verrebbe messa in discussione da Palazzo Madama.

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