Perché la prossima crisi finanziaria sarebbe peggiore di quella del 2007

Una nuova crisi finanziaria più potente del 2007 potrebbe esplodere presto e senza che le banche centrali avranno munizioni sufficienti da utilizzare.

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Una nuova crisi finanziaria più potente del 2007 potrebbe esplodere presto e senza che le banche centrali avranno munizioni sufficienti da utilizzare.

Sono passati 10 anni esatti dallo scoppio dell’ultima crisi finanziaria, quella i cui prodromi furono avvertiti in piena estate del 2007, anche se le prime vere conseguenze drammatiche si toccarono con mano solo 13 mesi dopo con il fallimento di Lehman Brothers, ai tempi una delle principali banche americane. Se ancora i paesi avanzati, Eurozona in testa, vive gli effetti di quell’evento sul piano economico e sociale, la cattiva notizia è che quella attuale di quasi di euforia sui mercati finanziari potrebbe essere la classica fase di quiete, che precede la tempesta.

In un articolo di qualche giorni fa (leggi qui: Volatilità mercati ai minimi storici), vi avevamo chiarito quanto poco volatili siano i mercati in questi mesi, un fatto che suggerirebbe una sostanziale paralisi tra gli investitori, intimoriti di essere rimasti intrappolati in una tipica bolla finanziaria. Nessuno si azzarda a realizzare grossi acquisti, ma nemmeno vende. E sempre in quell’articolo, vi spiegavamo come alla base di tale paralisi vi sarebbero le azioni delle banche centrali, ormai giunte quasi tutte al termine di un quasi decennio di stimoli monetari senza precedenti.

Quando esplose la scorsa crisi finanziaria, gli istituti reagirono all’unanimità con l’azzeramento dei tassi e il varo successivo (chi prima, come la Fed, chi dopo, come la BCE) di programmi non convenzionali, tra cui l’acquisto di assets sui mercati secondari. Queste misure ne hanno fatto impennare i bilanci, come dimostrano i numeri che vi proponiamo.

Stimoli banche centrali hanno finanziato la crescita

Gli assets in pancia alla Federal Reserve erano ancora sui 900 miliardi un decennio fa, mentre oggi risultano saliti a 4.200 miliardi di dollari. Per la BCE si è passati da 1.500 a 3.660 miliardi di euro. La Bank of England ha più che quadruplicato il suo bilancio a 450 miliardi di sterline, mentre la Bank of Japan è passata da 111,3 a 505,6 mila miliardi di yen.

Ora, considerando le variazioni nominali del pil nelle suddette principali economie, si ottiene che per ogni dollaro di crescita avvenuta nel periodo negli USA è aumentato di 90 centesimi il bilancio della Fed.

Per ogni euro di crescita nell’Eurozona, poi, vi è stato un euro in più iscritto a bilancio della BCE. Per generare una sterlina di pil, invece, sono occorsi 85 centesimi, mentre in Giappone per ogni yen di ricchezza in più sono stati acquistati assets per ben 26 yen da parte della banca centrale di Tokyo.

Poiché gli assets a bilancio per le banche centrali implicano debiti, quanto sopra significa che la crescita delle principali economie mondiali sarebbe stata nel loro complesso finanziata del tutto a debito. E dove è fluita tutta questa liquidità? Sui mercati finanziari. Le borse europee sono cresciute pressappoco di quasi il 120% rispetto ai minimi toccati agli inizi del 2009, mentre Wall Street è esplosa di circa il 230% da allora.

La Fed ha iniziato a ritirare gli stimoli dalla fine del 2013, avendo l’economia americana inviato segnali di recupero prima delle altre e ha avviato il rialzo dei tassi dal dicembre del 2015. La BCE dovrebbe iniziare il cosiddetto “tapering”, la frenata attesa dell’accomodamento monetario, dall’inizio del 2018 e la BoE dovrebbe alzare i tassi nei prossimi mesi, forse nel 2018. Viceversa, non si parla ancora apertamente di fine degli stimoli in Giappone, dove l’inflazione resta poco sopra lo zero. (Leggi anche: Guerra valutaria a colpi di stimoli, banche centrali minacciano commercio mondiale)

Banche centrali senza colpi da sparare in caso di crisi?

I mercati sono consapevoli, ad ogni modo, che la festa è finita. Si tratta solamente di spegnere le luci gradualmente. Tuttavia, nessun pasto è mai gratis e alla fine molti saranno chiamati a pagare il conto di anni di sbornia. Parliamo di quanti hanno comprato azioni e bond a prezzi incredibilmente alti e slegati parzialmente dai rispettivi fondamentali e saranno costretti a disfarsene in un ambiente di prezzi calanti, subendo perdite potenzialmente catastrofiche per i propri portafogli.

Contrariamente a quanto avvenne nel 2007, non vi sarebbe più spazio per interventi efficaci da parte delle banche centrali. Prendiamo i tassi: erano sopra il 3% nell’Eurozona a fine 2007, mentre oggi sono ancora azzerati.

Nel Regno Unito sono passati dal 5,5% allo 0,25%, negli USA dal 4,25% all’1,25% e in Giappone dallo 0,5% al -0,1%.

Riassumendo, le banche centrali hanno già tassi ai minimi termini (qualche “maligno” sostiene che la Fed li abbia alzati di recente solo per trovarsi polvere da sparo a disposizione per affrontare la prossima crisi) e hanno a bilancio migliaia di miliardi di dollari, euro, sterline, yen, etc. Nulla vieterebbe loro di rafforzare tali misure, introducendo all’occorrenza tassi negativi e potenziando i programmi di acquisto di assets. Difficile, però, che servirebbero a fare uscire le economie dalla recessione, dati gli effetti deleteri che tali provvedimenti provocano sul circuito del credito, che oggi come allora sarebbe l’anello della catena che salterebbe al primo tremolio. D’altra parte, anche la crisi finanziaria del 2007 fu la conseguenza della reazione allo scoppio della bolla della new economy con maxi-iniezioni di debiti. La storia si ripete, perché la politica, attraverso il braccio armato delle banche centrali, non impara mai la lezione. (Leggi anche: Banche centrali destabilizzeranno l’economia mondiale)

 

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