Perché la lira turca potrebbe crollare presto peggio di agosto

La Turchia avrebbe tassi troppo alti per Erdogan, la cui "pazienza" ha un limite. La lira turca rischia di collassare dopo il rimbalzo degli ultimi giorni?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Turchia avrebbe tassi troppo alti per Erdogan, la cui

“Vedremo le conseguenze dell’indipendenza della banca centrale”. E’ racchiuso forse tutto in questa frase del presidente Erdogan il futuro economico della Turchia. In un’intervista televisiva di venerdì scorso, il capo dello stato ha biasimato “l’eccessivo rialzo” dei tassi da parte del governatore Murat Cetinkaya, che il giorno prima li aveva portati dal 17,75% al 24%, superando le attese degli analisti, che mediamente non andavano oltre il 22,50%. Egli ha avvertito di essere “in una fase di pazienza”, aggiungendo minaccioso che “la pazienza ha un limite”. Prima del board, sempre Erdogan aveva chiesto un taglio dei tassi, sostenendo che l’alta inflazione turca sarebbe il frutto di “passi sbagliati” dell’istituto, ossia della sua politica monetaria restrittiva. Il presidente è da anni convinto che, contrariamente a quanto segnalano l’esperienza e la teoria economica stessa, siano gli alti tassi a provocare l’inflazione, in quanto strozzerebbero gli investimenti delle imprese e nel breve termine ridurrebbero l’offerta disponibile di beni e servizi. Inutile spiegarvi che tale convinzione, oltre a non essere suffragata da basi teoriche, sia stata smentita proprio dall’andamento dell’inflazione in Turchia, arrivata ad agosto al 17,9%, praticamente sopra il livello dei tassi precedentemente fissati dalla banca centrale.

La Turchia alza i tassi al 24% e la lira festeggia

La reazione dei mercati alle parole di Erdogan è stata negativa l’altro ieri. Il cambio tra lira turca e dollaro è salito da 6 a 6,11, indebolendosi fino a poco più di mezzo punto percentuale rispetto ai livelli di chiusura di giovedì, quando si era rafforzato di oltre il 4% sulla maxi-stretta. Quella frase sull’indipendenza della banca centrale, che secondo il genero di Erdogan e ministro dell’Economia, Berat Albayrak, sarebbe dimostrata dall’esito dell’ultima riunione del board, si presterebbe a diverse interpretazioni. Si potrebbe sostenere, ad esempio, che il governo stia preparandosi a fare dell’istituto il capro espiatorio per il probabile ingresso dell’economia in recessione. Una sorta di gioco dei ruoli, per cui se Cetinkaya recita la parte del poliziotto cattivo, Erdogan non può che indossare i panni del poliziotto buono, di quello che quando il pil inizierà a ridursi, dirà ai turchi: “ve lo avevo detto, avevo ragione io”.

Cosa farà Erdogan?

Sin qui, forse nemmeno grandi divergenze di analisi. A preoccupare sarebbe il dopo. Una volta che Erdogan avrà potuto scaricare sugli alti tassi fissati dalla banca centrale “indipendente” le responsabilità della crisi, cosa accadrà? Difficile pensare che finirà lì, specie se il suo consenso tra gli elettori iniziasse a diminuire in maniera allarmante. Quella di Ankara è a tutti gli effetti una democrazia dai tratti autoritari, ma che si alimenta del consenso diffuso tra il ceto medio da un lato e tra gli strati popolari dall’altro. A restare colpiti dalla stretta saranno certamente il comparto edile, che lo ha sempre sostenuto fortemente, così come anche le famiglie, che si ritroveranno escluse dal credito o a pagare a caro prezzo un prestito. E se Erdogan approfittasse della recessione per allungare definitivamente le mani sulla banca centrale? In fondo, lo aveva promesso in campagna elettorale, quando aveva dichiarato che dopo il voto avrebbe co-gestito la politica monetaria con l’istituto.

A questo punto, viene da pensare che il ritardo con cui Cetinkaya ha provveduto ad alzare i tassi sia stato dovuto alla volontà, a sua volta, di dimostrare a Erdogan che mantenere i tassi relativamente bassi non avrebbe giovato né all’inflazione, né alla stabilità dei prezzi, come in effetti hanno dimostrato i fatti. Egli ha probabilmente voluto far toccare il fondo alla lira prima di agire, in modo che il suo intervento sarebbe arrivato in una fase già di recupero del cambio, accelerandolo e potendo esibire al governo l’efficacia delle sue azioni. Resta il fatto che l’impatto sull’economia i tassi al 24% lo avranno. Lo scenario di un “atterraggio duro” è praticamente in corso di realizzazione e non deporrà certamente in favore della sua reclamata autonomia dalla sfera politica.

Alle origini della crisi turca

L’Akp, il partito islamico-moderato del presidente al governo sin dal 2003, si starebbe già preparando a gestire l’ondata di scontento, con il presidente ad avere annunciato una probabile alleanza con i nazionalisti dell’Mhp anche alle elezioni locali, dopo lo storico accordo per le presidenziali e politiche di questa estate. Un passo impensabile fino a pochi mesi fa, quando l’Akp non trattava con nessuno e si presentava ovunque da sola. E, però, ciò lascerebbe pensare che la maggioranza voglia serrare i ranghi per impedire che il malcontento si traduca in sconfitte elettorali e che vi sia eventuale opposizione crescente alle mosse del governo, il quale avrebbe mani libere così per controllare pienamente anche la banca centrale. Se queste previsioni si rivelassero esatte, il rischio per la lira turca sarebbe di subire un nuovo capitombolo sui mercati, allorquando all’estero gli investitori dovessero ritirare definitivamente la fiducia ad Ankara. Per adesso, conforta almeno il dato sulle partite correnti, il cui saldo negativo a luglio è crollato a 1,75 miliardi di dollari dai 3 di giugno e dai 6 di maggio. Poco per dirlo, ma forse un timido segnale di come la lira debole abbia iniziato a tagliare il disavanzo commerciale, prima ancora del tracollo di agosto. E, però, la conferma che l’aggiustamento degli squilibri starebbe già traducendosi in un calo dei consumi, importazioni comprese, non solo in un aumento delle esportazioni. Nel trimestre maggio-luglio, anzi, le importazioni nette risultano ancora superiori di 1 miliardo rispetto a quelle del trimestre precedente.

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