Grexit scongiurata? 4 motivi per non stare molto tranquilli

La Grecia fa molta meno paura degli anni passati, come segnalano anche i rendimenti dei suoi bond. Tuttavia, sembra davvero presto per tirare un sospiro di sollievo. Ecco le ragioni.

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La Grecia fa molta meno paura degli anni passati, come segnalano anche i rendimenti dei suoi bond. Tuttavia, sembra davvero presto per tirare un sospiro di sollievo. Ecco le ragioni.

Dalle elezioni in Germania, i rendimenti in Grecia sono aumentati di una decina di punti base al 5,68% sulla scadenza decennale, pur restando di gran lunga più bassi rispetto ai livelli di inizio anno, quando si aggiravano intorno all’8,5%. I tempi del panico per la Grexit sembrano alle spalle, anche perché ieri il governatore della Banca di Grecia, Yannis Stournaras, ha stimato un tasso di crescita del pil dell’1,7% quest’anno e in accelerazione al 2,4% e 2,7% rispettivamente per i prossimi due anni.

Numeri abbastanza positivi, specie considerando che arrivano dopo una lunga stagione di recessione, la quale ha ridotto il pil ellenico del 25% in termini reali, rispetto al 2007. Tuttavia, la Commissione europea aveva previsto un più robusto 2,7% per il 2017, mentre se le stime di Atene fossero confermate (lo stesso governo Tsipras prevede un +1,8%), la crescita sarebbe più bassa della media nell’Eurozona, che la BCE ha di recente alzato nelle sue previsioni al +2,2%.

Resta il fatto che la paura sui mercati per la Grecia non c’è più, almeno nulla di paragonabile con la situazione di due anni fa. Come mai? In prima analisi, il salvataggio in extremis del luglio 2015 avrebbe segnalato l’intenzione della UE di impedire a ogni costo l’uscita della Grecia dall’euro. Al paese sono stati forniti altri 86 miliardi di liquidità fino alla metà del 2018, in grado di allontanare qualsiasi spettro di default.

Secondariamente, quell’estate è cambiato tutto anche sul piano politico interno. La coalizione di estrema sinistra che governa da quasi tre anni, pur essendo percepita come ostile ai mercati, al business e a buone relazioni diplomatiche con Bruxelles, viene temuta ormai molto di meno, essendo una forza politica in declino, doppiata nei sondaggi dai conservatori di Nuova Democrazia, collaudati sostenitori della Grecia nell’euro e nelle UE. Ciò ha disinnescato il potere di ricatto del premier Alexis Tsipras verso i creditori pubblici (UE, BCE e FMI), perché ricorrere al voto anticipato sarebbe adesso più che mai un modo per passare all’opposizione e fare tornare al governo uno schieramento tradizionale.

(Leggi anche: Grecia, quella miniera d’oro che Tsipras non vuole)

Riforme difficili

Lo stesso ritorno alla crescita, per quanto inferiore agli auspici dei mesi passati, interromperebbe almeno la serie di dati economici negativi dell’ultimo decennio, consentendo alla Grecia di respirare, potendo ridurre l’alto livello di disoccupazione (al 21,2%) e incassare maggiori entrate fiscali, facendo venire meno la necessità di ulteriori misure di austerità.

Detto ciò, guai a compiere l’errore opposto di cadere nella trappola del facile ottimismo. Lo stesso Stournaras ha basato le stime sull’assunzione che le riforme verranno realizzate e che saranno varate le privatizzazioni promesse. Sappiamo quanto Tsipras sia poco affidabile su questi due fronti e con quale lentezza vengono adottati quei progressi normativi richiesti dalla UE. Di fatto, non è affatto scontato che l’esito della terza revisione del bailout sia positivo. E da questo dipendono sia l’erogazione di nuovi aiuti, sia l’apertura di una discussione seria sulla rinegoziazione del debito, pari al 175% del pil, di cui l’80% nelle mani della Troika. (Leggi anche: Per ora niente ristrutturazione del debito Grecia)

I rischi ancora presenti in Grecia

Il rafforzamento dell’euro degli ultimi mesi non depone in favore della debole economia ellenica, una delle meno competitive dell’Eurozona. E l’uscita dal piano di accomodamento monetario della BCE non avrebbe effetti diretti sui titoli di stato di Atene, non essendo questi inseriti nel piano di acquisto con il “quantitative easing”, ma le conseguenze negative si avvertirebbero ugualmente, perché con il rialzo atteso dei rendimenti nelle restanti 18 economie dell’area, verrebbe meno l’impulso per gli investitori a comprare bond ellenici. Va detto, comunque, che questi rappresentano ormai una frazione minima del debito pubblico nazionale, ma l’eventuale riduzione dei loro prezzi allontanerebbe il ritorno della Grecia sui mercati finanziari.

Infine, il capitolo Germania. I tedeschi hanno finito di votare domenica scorsa e il responso delle urne non è stato granché positivo dal punto di vista dei greci. Non solo è entrato al Bundestag un partito, quello degli euro-scettici dell’AfD, che chiede l’espulsione di Atene dall’Eurozona e il suo ritorno alla dracma, ma la cancelleria Angela Merkel dovrà allearsi con i liberali dell’FDP, la cui posizione non appare meno intransigente, chiedendo che la Grecia ottemperi ai suoi obblighi sul piano fiscale e che la rinegoziazione del suo debito sia resa possibile solo al di fuori dell’unione monetaria.

Non si arriverà a tanto, ma il nuovo governo tedesco avrà molte più difficoltà di prima ad acconsentire che s’intavolino trattative per alleggerire il debito ellenico. E pensare che i greci ritenessero che il male assoluto fosse quel Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze uscente, che sta per assumere la carica di presidente del Bundestag, lasciando il posto attuale dopo 8 anni di onorato servizio. Nuove tensioni con l’Europa restano non solo possibili, ma anche abbastanza probabili nei prossimi mesi. (Leggi anche: Niente Eurobond e Grecia fuori dall’euro, così futuro alleato di Frau Merkel)

 

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