Perché la Germania non alza la voce con l’Italia sulla manovra e la BCE prepara la retromarcia sul QE

La Germania non alza la voce contro l'Italia sul deficit, a Berlino si teme che le tensioni finanziarie e politiche possano degenerare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Germania non alza la voce contro l'Italia sul deficit, a Berlino si teme che le tensioni finanziarie e politiche possano degenerare.

Stamattina, il tedesco Klaus Regling, presidente dell’ESM, il Fondo di stabilità permanente dell’Eurozona, ha definito “non corretto paragonare l’Italia alla Grecia”, evidenziando come il nostro bilancio pubblico sia gravato da deficit contenuti, registri un buon avanzo primario e gli italiani dispongano di un’elevata ricchezza privata. Parole, dalle quali traspare una critica più o meno diretta all’espressione usata nei giorni scorsi dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, secondo cui l’Italia rischia di provocare un’altra crisi come quella della Grecia degli anni passati, aggiungendo che “una ci è bastata”. Alla domanda se il fondo disporrebbe di risorse sufficienti per salvare l’Italia nel caso di richiesta di aiuto, Regling ha risposto che prima di arrivare a questo scenario, servirebbe compiere “almeno tre passi”, perché questo non sembra il caso. Ad ogni modo, ha chiosato, l’ente è stato studiato per assistere qualsiasi stato membro dell’Eurozona.

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Nelle ultime ore, una pluralità di dichiarazioni di diversi banchieri centrali nell’area stanno dipingendo esattamente il quadro che abbiamo previsto da settimane. Iniziamo con Olli Rehn, da poco a capo dell’istituto centrale finlandese e noto alle cronache italiane per essere stato l’occhialuto commissario agli Affari monetari negli anni della crisi dello spread furente. Egli ha sostenuto la necessità che la politica monetaria nell’Eurozona resti accomodante, non intravedendo al momento rischi sul fronte inflazione. E il suo collega estone, Ardo Hansson, al margine del meeting annuale del Fondo Monetario Internazionale a Bali, ha espresso la convinzione che la BCE non dovrebbe legarsi le mani con l’annuncio di novità per la sua “forward guidance”, poiché “sarebbe troppo rischioso”.

Nel frattempo, il banchiere centrale spagnolo Pablo Hernandez de Cos invitava gli stati creditori (leggasi, Germania) a sostenere la domanda globale in una fase rialzista dei tassi, che rende più costoso per i debitori onorare le scadenze. Qui, non siamo più dinnanzi a coincidenze, ma a una sinfonia voluta e tesa a preparare il terreno fertile per un ripensamento della BCE sull’uscita dall’accomodamento monetario, annunciata a metà anno per la fine di dicembre, ma che si sta rivelando molto problematica, alla luce sia delle tensioni politiche nell’area, specie tra Italia e Commissione UE, sia dei rischi esterni di natura finanziaria, tra cui la “guerra” commerciale USA-Cina.

Il silenzio assordante della Germania

Fa impressione che, mentre ad alzare la voce contro l’Italia siano gli esponenti di Bruxelles apparentemente con la fama di “colombe”, come il presidente Juncker e il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, tranne qualche eccezione, i “falchi” fiscali non stiano aprendo bocca sull’innalzamento del deficit-obiettivo per i prossimi 3 anni da parte di Roma. Da Berlino non si registrano significative prese di posizione sul tema, né dagli ambienti del PPE a guida tedesca, tra cui il capogruppo bavarese Manfred Weber, che pure esternò con frasi pesanti contro il governo Renzi negli anni passati. Come mai questo paradosso? Vero, la Germania ha i suoi problemi. Dopodomani, la Baviera è chiamata a rinnovare il Landtag e i sondaggi segnalano un tonfo dei consensi per la CSU, il partito gemello della CDU di Angela Merkel. Il governo federale rischia di uscirne ancora più ammaccato e di questo passo la leadership della cancelliera sarebbe a rischio, nonché destinata ad essere pensionata in largo anticipo rispetto alla fine della legislatura, che formalmente si chiuderebbe solo tra 3 anni. E la dichiarazione di oggi del ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz, secondo cui “l’Italia non può esportare il suo debito” non smentisce quanto sopra, trattandosi di un esponente, nemmeno di punta, del Partito Socialdemocratico, non un conservatore vicino al centro-destra di Mutti.

Tuttavia, le ragioni del silenzio nel Nord Europa sarebbero meno legate alle contingenze e più alle prospettive. In primis, nessuno in Germania tra i conservatori vorrebbe imbracciare una battaglia contro i “populisti” di Matteo Salvini in Italia (cosa diversa sarebbe l’atteggiamento verso il solo Movimento 5 Stelle), sapendo che probabilmente dopo le elezioni europee il PPE dovrà sedersi a trattare proprio con il leader della Lega per gestire una ipotetica alleanza con i “sovranisti” euro-scettici al Parlamento di Strasburgo. Secondariamente, tutti hanno presente un dato: se la tensione sui mercati montasse fino al punto di non ritorno, l’Italia perderebbe l’accesso ai capitali privati e dovrebbe essere sostenuta, a quel punto, tramite una qualche forma di assistenza sovranazionale. Il ricorso all’ESM sarebbe possibile, pur dietro strette condizioni sul fronte fiscale e riforme economiche, ma il problema sarebbe un altro: il fondo dispone di una capacità massima di intervento pari a 500 miliardi di euro, pressapoco la stessa cifra di cui avrebbe bisogno l’Italia per onorare le scadenze per meno di un anno e mezzo o, concentrandosi solo su quelle medio-lunghe, per un paio di anni.

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Spaventa l’ipotesi default

Ora, già questo dato ci fa capire come l’Italia difficilmente potrebbe essere salvata, pur essendo “too big to fail”. Si consideri anche il forte rischio di contagio in un’ipotesi simile, con economie come Portogallo e Spagna a saltare per prime, mentre la Grecia fino alla metà del 2020 potrebbe non tornare a rifinanziarsi sui mercati. Per Atene sarebbe solo questione di qualche mese in più prima di dovere richiedere il quarto salvataggio. Insomma, i soldi non ci sarebbero. E allora? Due le strade: un rovinoso default dell’Italia, passando per la rinegoziazione del suo immenso debito da 2.300 miliardi o il ricorso alla BCE. La prima strada porterebbe un mare di guai ai creditori, essenzialmente banche, assicurazioni e fondi. Sarebbe un bagno di sangue in borsa e verrebbe giù a catena l’intero sistema bancario europeo. Ricordiamoci che circa 750 miliardi di debito italiano sono in mano agli investitori stranieri, BCE inclusa.

Dunque, non resterebbe che la seconda strada, quella del salvataggio di Francoforte. In che modo? Esiste formalmente l’OMT, il piano anti-spread messo a punto nella drammatica estate del 2012, quando l’euro fu a un passo dallo sparire prima del “whatever it takes” di Mario Draghi. Esso consiste nel soccorso garantito dall’istituto ai governi che ne facessero richiesta, attraverso una sorta di QE ad hoc. Tuttavia, si tratterebbe di un’operazione condizionata alla sottoscrizione di un memorandum d’intesa, che contempla risanamento fiscale e riforme economiche, insomma, il commissariamento. Ecco perché nessuno nell’Eurozona lo ha mai sinora attivato. Vi immaginate se nel pieno dell’impellenza di evitare il salto di una o più scadenze, la BCE si mettesse a negoziare per settimane o mesi con Roma sui termini degli aiuti? E’ ben chiaro che se si arrivasse a questa ipotesi per assenza di alternative, il governo italiano avrebbe il coltello dalla parte del manico, in quanto potrebbe far presente a Draghi o al suo successore che o il sostegno arriva presto e a condizioni politicamente quanto più accettabili possibili o l’Italia sarà costretta a fare scattare il default.

Sarebbe un trauma senza precedenti per la giovane unione monetaria e un precedente dirompente. Nulla resterebbe uguale dopo, forse nemmeno la stessa volontà della Germania di tenersi l’euro. La stessa credibilità della BCE verrebbe intaccata, perché una cosa sarebbe garantire i debiti nazionali con una strategia ordinata e su mandato esplicito contemplato nello statuto, un’altra salvare uno stato sull’orlo dell’abisso e senza nemmeno potersi permettere di fare tanto la schizzinosa sulle condizioni da essa stessa previste. E allora, i “falchi” vorrebbero chiudere un occhio sul deficit italiano, pur di non arrivare a una tale situazione di caos. E dopo le elezioni europee hanno presente che l’Italia potrebbe chiedere espressamente che la BCE funga da prestatore di ultima istanza, un punto su cui si aprirà una discussione seria a Bruxelles e da cui passerebbe forse l’accordo tra Roma e il nuovo ordine politico europeo.

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Argomenti: austerità fiscale, Bce, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Politica, Politica Europa, quantitative easing, Spread, stimoli monetari, Troika