Perché la Germania ci ripensa e adesso vuole la Commissione UE e non la BCE

Clamorose le novità in arrivo dalla Germania, dove la cancelliera Merkel sarebbe disposta a cedere la presidenza della BCE, ottenendo in cambio la guida della Commissione. Vediamo perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Clamorose le novità in arrivo dalla Germania, dove la cancelliera Merkel sarebbe disposta a cedere la presidenza della BCE, ottenendo in cambio la guida della Commissione. Vediamo perché.

Indiscrezioni clamorose riportate dal quotidiano economico tedesco Handelsblatt: la cancelliera Angela Merkel punterebbe a ottenere per la Germania la guida della Commissione europea e non più della BCE. Fonti vicine al governo di Berlino sostengono che alla base di tale mutamento di obiettivo vi sarebbe la presa d’atto che all’Europa servirebbe adesso concentrarsi non esclusivamente sull’economia e che, data l’indipendenza della BCE dalla sfera politica, i tedeschi avrebbero la possibilità di esercitare un’influenza maggiore ottenendo la presidenza della Commissione. In corsa per quest’ultima vi sarebbero il ministro delle Finanze, Peter Altmaier, quella della difesa, Ursula von der Leyen, e il capogruppo all’Europarlamento del PPE, Manfred Weber, esponente degli alleati bavaresi della CSU. In sostanza, anche il prossimo capo dei commissari candidato dalla Germania sarebbe un esponente del centro-destra. E non potrebbe essere altrimenti, visti i consensi al lumicino per la sinistra in tutto il continente.

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Ad ogni modo, se fossero vere le indiscrezioni, le probabilità del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, di succedere a Mario Draghi dal novembre dell’anno prossimo si ridurrebbero drasticamente. Le stesse fonti rivelano come il suo profilo non sarebbe apprezzato dal Sud Europa, tra cui l’Italia, che ad oggi discussione sul tema starebbe alzando un muro sul nome di Weidmann, uno dei più fieri oppositori dell’accomodamento monetario della BCE di questi anni e considerato un “falco”. Anche al fine di tenere assieme le istanze di tutti i membri dell’Eurozona, Frau Merkel opterebbe per concedere la guida dell’istituto a un francese, tra cui spiccano i nomi del governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, così come anche del direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde.

La Germania non ha mai ottenuto la presidenza della BCE in quasi 20 anni dalla sua fondazione, ragione per cui sarebbe considerato un tedesco il candidato naturale alla successione di Draghi. Tuttavia, quanto starebbe accadendo in questi mesi lascerebbe pensare che quelle di Handelsblatt non siano rumors infondati. Tutt’altro. Anzitutto, perché con le elezioni in Bavierab di ottobre, dove i consensi per il centro-destra sono attesi in calo, si completerebbe il puzzle delle sconfitte brucianti per la cancelliera, che arriverebbe a dimettersi in anticipo rispetto ai tempi previsti, sloggiando – si vocifera – a Palazzo Berlaymont. Ricostruzioni tutte da verificare e che dovranno fare i conti con i risultati delle elezioni europee del maggio prossimo, che si attendono certamente non entusiasmanti per il PPE e nel complesso per le forze europeiste.

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Ma ci sarebbe una ragione specifica per cui i tedeschi adocchierebbero più la Commissione che non la BCE. A Bruxelles si gestisce la politica fiscale, la cui attuazione è sottoposta a una discrezionalità piuttosto ampia e a sua volta conseguenza della sensibilità e degli obiettivi dei singoli commissari, oltre che del presidente. Jean-Claude Juncker, pur essendo stato sponsorizzato dalla Merkel, è stato accusato più volte dalla Germania in questi anni di non avere fatto rispettare scrupolosamente agli stati dell’Eurozona i vincoli di bilancio, con concessioni automatiche a Francia e Spagna, in particolare, e flessibilità propinata a piene mani anche per l’Italia, finendo per svilire le regole. E a Berlino preme sopra ogni altra cosa che l’euro non diventi una “unione di debiti” (“Schuldenunion”), che ingabbi la Germania e la costringa gradualmente ad assumersi rischi e oneri per conto degli stati “spendaccioni”. Per non parlare dei nuovi scenari globali, che vedono l’Europa stretta tra l’America di Trump e la Russia di Putin, oltre che subalterna al protagonismo della Cina. Serve una guida quanto più politica possibile per reagire a una tendenza pericolosa per la UE, come testimoniano i dazi USA. A interloquire con Casa Bianca e Cremlino non può continuare ad essere un burocrate, la cui considerazione all’infuori di Bruxelles è tipicamente pari a zero.

Non solo. La Merkel per prima si rende conto che un tedesco alla BCE vivrebbe una condizione dilemmatica, per cui da un lato avrebbe ansia di gestire la politica monetaria in senso più restrittivo, come da tradizione teutonica, dall’altro non potrebbe ignorare i dati in arrivo da ampie aree dell’area, tra rischi di nuove crisi dei debiti sovrani con l’aumento dei tassi e minacce alla stessa esistenza della moneta unica. Per salvare l’euro, insomma, la cancelliera riterrebbe in cuor suo che la BCE debba essere meno tedesca possibile in questa fase. Il rischio reale, più che la scomparsa dell’euro, sarebbe un flop del mandato tedesco, qualora un Weidmann o chi per lui dovesse trovarsi costretto a varare provvedimenti non dissimili da quelli adottati da Draghi. Cosa si racconterebbe ai tedeschi, che tassi bassi e stimoli monetari siano necessari per tenere in vita il progetto dell’euro? Sarebbe come ammettere di essersi sbagliati a contrastare l’italiano alla guida della BCE. Meglio che il “lavoro sporco” lo facciano altri.

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Nell’insieme, una BCE francese o, comunque, non teutone e una Commissione in mano a Berlino segnalerebbero una politica economica nell’Eurozona, improntata su politiche fiscali restrittive e monetarie espansive. Lo scambio tra nord e sud sarebbe il seguente: bassi tassi e magari avanti con nuovi cicli di acquisto dei bond, in cambio di disciplina sui conti pubblici. La botte piena e la moglie ubriaca di questi anni non sarebbe uno scenario futuro contemplato dalla cancelliera, la quale deve a sua volta mediare con l’ala destra della sua coalizione, che già da tempo le rimprovera di avere poco difeso i valori conservatori, essendosi spostata molto a sinistra. Per l’Italia, sempre che le cose vadano come le abbiamo appena descritte, sarebbe tutto sommato un mezzo affare: godremmo per ulteriori anni di un costo contenuto per rifinanziare la enorme mole di debito pubblico, ma non potremmo permetterci né di sforare il tetto del deficit del 3% rispetto al pil, né di continuare a non risanare i conti pubblici. Una non novità, diremmo. Con un debito al 132% del pil e pari a oltre 2.320 miliardi di euro, i vincoli ce li pone il mercato, non un commissario di Bruxelles. Quale che sia la sua lingua madre.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Germania

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