Perché la Francia rischia un’insurrezione in piena era Macron

Il plebiscito elettorale per Macron in Francia pone problemi di rappresentanza delle istituzioni e rischia di alimentare tensioni con il paese. Le riforme economiche ambite dal presidente non sono così popolari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il plebiscito elettorale per Macron in Francia pone problemi di rappresentanza delle istituzioni e rischia di alimentare tensioni con il paese. Le riforme economiche ambite dal presidente non sono così popolari.

Domenica prossima, Rèpublique en Marche!, la creatura politica del presidente Emmanuel Macron dovrebbe essere in grado di conquistare tra 400 e 440 seggi all’Assemblea Nazionale sui 577 totali in palio. Una maggioranza bulgara, che lascerà a bocca asciutta il Partito Socialista, il quale insieme agli alleati scenderà dai quasi 340 seggi ottenuti nel 2012 ad appena 15-25 seggi. Non se la passerà bene nemmeno la destra neo-gollista, che potrà ambire a 95-132 seggi, così come la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon dovrebbe accontentarsi di 13-23 seggi e il Fronte Nazionale, che solo un mese fa gareggiava per la presidenza, sarà presente in Parlamento con 2-5 seggi.

Macron sta per conquistare una maggioranza dei tre quarti dei seggi, che gli consentirebbe, in teoria, di governare senza alcun problema per i prossimi 5 anni. L’entusiasmo negli ambienti presidenziali è giustificato e palpabile, ma c’è un precedente che il giovane presidente non dovrebbe dimenticare, ovvero la vittoria dei neo-gollisti nel 1993, quando sotto ancora la presidenza socialista di François Mitterand ottennero 400 seggi. Quattro anni dopo passarono all’opposizione sotto la loro stessa presidenza a guida Jacques Chirac. (Leggi anche: Ciclone Macron azzera i socialisti e manda in coma la destra)

Scarsa affluenza e seggi non corrispondenti al peso dei partiti

Stravincere e governare senza problemi non coincidono, ma il vero problema per Macron potrebbe essere un altro, ovvero la paradossale scarsa rappresentatività della nuova Assemblea Nazionale. Sappiamo da anni che il Fronte Nazionale, che arriva pure a raccogliere percentuali interessanti, a stento riesce ad essere rappresentato. Tuttavia, fino a quando il fenomeno riguardava l’estrema destra, in pochi si erano curati dell’effettiva capacità di rappresentanza dell’assemblea.

Stavolta, le inquietudini appaiono assai più gravi e per due ragioni: ad essere sotto-rappresentati saranno anche gli elettori di Mélénchon, che con l’11% dei voti dovrebbero ottenere appena il 2-4% dei seggi. Gli stessi socialisti saranno una forza ancora più marginale di quanto non lo siano nel paese. A tutto ciò si aggiunga che al primo turno delle legislative di domenica scorsa, più della metà dei francesi aventi diritto non è andata a votare, dando vita alla più bassa affluenza di sempre nella storia transalpina.

Astensione di massa tra giovani e operai

Dunque, ha votato meno di un francese su due e le percentuali ottenute dai partiti non trovano corrispondenza con i seggi attribuiti loro. Dall’analisi dei flussi elettorali emergerebbe un’astensione di massa tra gli under-35 e gli operai, ovvero tra i cittadini che avrebbero votato con tutta probabilità le ali estreme, come France Insoumise e Fronte Nazionale. Se ciò consentirà a Macron di ottenere un mandato forte per governare, dall’altro lato egli potrebbe trovarsi a reggere un Parlamento non corrispondente agli umori diffusi nella società.

In democrazia, chi non vota non può eccepire la non rappresentatività degli organi elettivi, ma ciò non toglie che quando più della metà degli aventi diritto non si rechi alle urne, crei problemi alla capacità di rappresentanza delle forze politiche, ancora di più, poi, se il metodo di attribuzione dei seggi risulti di gran lunga iniquo rispetto alla reale consistenza delle medesime forze in campo. (Leggi anche: Macron sull’economia si butta a destra, sulla sicurezza a sinistra)

Riforme economiche di Macron non saranno così popolari

Macron utilizzerà il mandato presidenziale e quello parlamentare per varare quelle riforme economiche promesse in campagna elettorale, a partire dalla legislazione del lavoro, ambendo a una maggiore flessibilità per i licenziamenti e le assunzioni. Capitoli già oggetto di dibattito sono quello sulle pensioni e le privatizzazioni. Tutti temi sensibili per la società francese, che rischiano di lacerare profondamente non l’Assemblea Nazionale, dove le forze di reale opposizione al governo quasi non sono rappresentate (il premier Edouard Philippe è della destra conservatrice), quanto il paese, quest’ultimo a non trovare sfogo nelle istituzioni.

Le forze antagoniste rischiano di radicalizzarsi ulteriormente e di alimentare tensioni politiche e sociali, che paralizzerebbero la Francia, nonostante l’ottimismo di queste prime settimane all’Eliseo facciano pensare diversamente al giovane Macron. Un altro rischio per lui consiste nell’eterogeneità delle sue truppe parlamentari, accomunate dall’entusiasmo per il nuovo corso politico “oltre i partiti”, ma che di volta in volta potrebbero segnalare le divisioni ideologiche al loro interno (si veda il caso del Movimento 5 Stelle in Italia).

Tra cinque anni, ci troveremo a giudicare l’operato di Macron in due modi: o come di un presidente temerario, capace di avere almeno avviato un programma riformatore in un paese poco avvezzo ai cambiamenti socio-economici, oppure come di un nuovo Chirac; quest’ultimo, dopo avere ambito così tanto a lasciare la sua impronta per una svolta, è finito per essere ricordato come un politico quasi da “ancien régime”. Resta da vedere se nell’uno o nell’altro caso si sarà verificato uno scontro con i francesi, specie con quelli che a questo giro sono rimasti a casa. (Leggi anche: La vittoria di Macron è avvenuta con quale mandato?)

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Francia, Politica Europa