Perché la flat tax deve essere realizzata prima del reddito di cittadinanza

La flat tax verrà prima per i liberi professionisti e dopo per le famiglie? Il rischio è che arrivi dopo il reddito di cittadinanza. Ecco perché serve subito il taglio delle tasse e solo dopo eventualmente un po' di assistenza.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La flat tax verrà prima per i liberi professionisti e dopo per le famiglie? Il rischio è che arrivi dopo il reddito di cittadinanza. Ecco perché serve subito il taglio delle tasse e solo dopo eventualmente un po' di assistenza.

L’economista della Lega, Alberto Bagnai, ha dichiarato ieri in TV che la “flat tax” per le famiglie verrà introdotta verosimilmente a partire dal 2020, quella per le imprese già dall’anno prossimo. Non sappiamo cosa intenda proprio con riferimento alle seconde, visto che l’Italia ha già un’unica aliquota sugli utili delle società di capitali. Probabile che abbia voluto accennare al variegato mondo delle partite IVA, ovvero ai liberi professionisti, in particolare, i quali in molti casi sono costretti a simulare un’occupazione autonoma per lavorare sostanzialmente alle dipendenze di aziende o studi professionali. Quanto ai redditi delle persone fisiche diverse, le aliquote previste dall’accordo di governo Lega-Movimento 5 Stelle sono del 15% fino agli 80.000 euro e del 20% per redditi superiori a tale soglia, per cui potremmo parlare a tutti gli effetti di una “dual tax”, anziché di una flat tax propriamente detta. Per rendere più progressiva l’imposizione fiscale, poi, sono stati studiati meccanismi di detrazione e deduzione, con i primi 8.000 euro lordi di reddito esentasse e 3.000 euro fissi da sottrarre ai redditi fino a 35.000 euro per ciascun componente il nucleo famigliare, mentre dai 35.000 ai 50.000 euro l’abbattimento rimarrebbe per i soli familiari a carico, scomparendo sopra tale soglia.

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La flat tax sarebbe la misura più costosa del programma penta-leghista. L’ammanco per le casse statali arriverebbe fino a 63 miliardi di euro all’anno, anche se 36 verrebbero coperti quasi subito grazie agli effetti espansivi sui consumi, sulla produzione e sul lavoro. Ma come abbiamo spiegato in un nostro articolo precedente, il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, non potranno mai e poi mai formalmente salire al Quirinale e presentarsi con un bilancio impostato su coperture solo presunte e frutto di simulazioni sull’impatto positivo che il taglio delle tasse avrebbe sull’economia italiana. Per questo, passare da 5 a 2 scaglioni di reddito e portare l’aliquota IRPEF massima dal 43% al 20% non saranno operazioni semplici. Serviranno tempo e tante risorse, ovvero un piano strutturale di taglio alla spesa pubblica da attuarsi negli anni.

Un’altra misura, invece, potrebbe trovare immediata applicazione, pur in misura graduale: il reddito di cittadinanza. Più volte abbiamo ribadito quanto deleteria rischi di essere per l’occupazione un provvedimento che elargisse reddito a ogni italiano sprovvisto di lavoro o entrate sufficienti. Al sud, in particolare, dove il lavoro nero la fa da padrone, l’occupazione si attesta su tassi molto bassi e tra le donne a livelli imbarazzanti e in cui i redditi percepiti sono mediamente inferiori rispetto al resto d’Italia, il reddito di cittadinanza finirebbe per disincentivare al lavoro (chi mai lavorerebbe – in regola – a Crotone, Enna o Caserta, se lo stato desse 780 euro al mese senza far niente, quando un operaio in simili province depresse percepirebbe poco più per un contratto full-time?), condannando questo territorio a diventare per sempre un mercato di solo consumo e non di produzione di ricchezza.

Perché prima la flat tax

Tuttavia, l’M5S si è spinto ormai molto oltre sul tema e fare marcia indietro, almeno integralmente, sarebbe impossibile, a meno di non mettere in conto un tracollo dei consensi sotto Roma. Per questo, già con la prossima legge di Stabilità saranno stanziati miliardi per mettere mano al reddito di cittadinanza, su cui si concentrano aspettative fin troppo elevate tra le fasce e le aree più disagiate del Paese. Ora, il punto è che il governo giallo-verde finirebbe per far debuttare prima l’assistenza e dopo il sostegno alla crescita, quando all’Italia servirebbe semmai fare l’opposto.

Se proprio il reddito di cittadinanza deve essere introdotto, sebbene molto difficilmente lo vedremo nella versione propinata dai grillini, che si abbia il buon senso di accompagnarlo con (o di farlo precedere da) misure di stimolo all’occupazione e alla crescita della produzione, come un corposo taglio delle tasse. Solo così potremmo evitare di elargire denari pubblici in favore di chi non lavora, prendendoli da chi produce, aggravando i problemi della nostra economia, anziché risolverli. L’Italia è gravata da sacche di parassitismo sociale, frutto di decenni di spesa pubblica qualitativamente scadente e quantitativamente ingente. Se prima dessimo soldi a chi non ha un lavoro o un reddito minimo dignitoso e solo dopo iniziassimo ad abbassare la pressione fiscale, la flat o dual tax che dir si voglia farebbe più fatica a produrre risultati positivi, intervenendo su un tessuto economico atrofizzato dall’assistenza. Smuovere da casa chi stando seduto sul divano potrebbe percepire un livello di sussistenza garantito senza fare niente diverrà più difficile, con la conseguenza che l’impatto sui conti pubblici del combinato tra flat tax e reddito di cittadinanza sarà più negativo.

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Del resto, non è la prima volta che le diatribe ideologiche classiche tra destra e sinistra non trovino soluzione proprio sui tempi di attuazione dell’assistenza e del sostegno alla crescita: bisogna prima redistribuirla la ricchezza o crearla? Se la torta rimane identica di dimensioni, il reddito di cittadinanza toglierà a chi ha e lo darà a chi non ha, ovvero redistribuirà ricchezza dal mondo del lavoro in favore di chi non partecipa alla produzione. Viceversa, se si lascia prima aumentare la torta almeno un po’, potremmo permetterci di prendere una fetta della parte accresciuta e di offrirla a quanti ne avrebbero bisogno, i quali verosimilmente sarebbero adesso anche di numero inferiore. Insomma, il costo dell’operazione sarebbe socialmente ed economicamente più sostenibile.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica