Perché la curva dei rendimenti piatta negli USA deve farci stare in allerta

La curva dei rendimenti si è molto appiattita negli USA e ciò preoccupa i mercati finanziari. Siamo davvero prossimi alla recessione della prima economia mondiale?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La curva dei rendimenti si è molto appiattita negli USA e ciò preoccupa i mercati finanziari. Siamo davvero prossimi alla recessione della prima economia mondiale?

C’è un numero a cui gli investitori di tutto il mondo stanno guardando ogni giorno da almeno un anno a questa parte. E’ lo spread tra i rendimenti decennali e quelli biennali dei Treasuries. Nel maggio 2017, tale differenziale è sceso sotto i 100 punti base, portandosi ai livelli di un anno prima. Tuttavia, da allora non ha fatto che stringere, arrivando in area 45 bp, ovvero un titolo a 10 anni emesso dal Tesoro USA rende nemmeno mezzo punto percentuale in meno di un titolo a 2 anni, il differenziale più basso dal 2007, anno precedente alla crisi. La curva dei rendimenti si sta appiattendo, un fatto che preoccupa il mercato, perché se si arrivasse a un’inversione vera e propria (rendimenti a lungo termine inferiori a quelli a medio-breve termine), ciò anticiperebbe una probabile recessione dell’economia americana nei successivi 6-24 mesi.

In realtà, non vi sono segnali di recessione che arrivino dagli USA. Anzi, il mercato del lavoro si mostra solido e il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 4% in aprile, ai minimi da 18 anni. La crescita del pil tenderebbe intorno al 2,5% quest’anno e l’inflazione resta bassa, tenendosi intorno al target della Federal Reserve, fissato al 2%. Si direbbe che l’economia americana scoppi di salute. E allora perché preoccuparsi?

Investire in borsa ora ha senso con questa curva dei rendimenti?

Rendimenti a medio termine relativamente elevati creano problemi in sé, aldilà del segnale che forniscono ai mercati. Le banche americane sono solite attingere ai depositi dei clienti per prestare denaro alle imprese e alle famiglie a medio-lungo termine. Ora, se i rendimenti a breve quasi pareggiano o superano i livelli di quelli a lungo, significa che le banche otterranno margini d’interesse più bassi dall’erogazione del credito, per cui presteranno meno denaro. E ciò finirà per ridurre gli investimenti delle imprese, gli acquisti di beni durevoli delle famiglie, tra cui di immobili, i cui prezzi potrebbero frenare prima e scendere dopo.

Tassi USA troppo alti di già?

Curva piatta, poi, segnalerebbe una politica monetaria americana parecchio restrittiva, tale da indurre gli investitori a pretendere rendimenti a breve più alti, in quanto influenzati direttamente dai rialzi dei tassi USA da parte della Fed. Pertanto, potrebbe accadere che il mercato si convinca che i tassi siano troppo alti. Ciò, nonostante quelli americani siano ancora arrivati all’1,50-1,75%, ovvero a livelli non solo storicamente bassissimi, ma persino ancora negativi, in termini reali. Come mai, quindi, una simile preoccupazione, quando ancora sembra che la Fed sia rimasta fin troppo accomodante?

Dinamiche interne ed esterne spingono alla prudenza. Anzitutto, nonostante l’obiettivo della piena occupazione sia stato raggiunto, l’inflazione non accelera, in assenza di pressioni salariali. Sarà per la tecnologia, per la globalizzazione, per entrambe le cose, ma i prezzi non si surriscaldano, per cui il governatore Jerome Powell non potrà spingersi oltre con i tassi. Anche perché – e qui veniamo ai fattori esterni – se è vero che la Fed ha ancora tassi storicamente bassi, essi risultano relativamente elevati rispetto ai livelli azzerati di quasi tutte le altre principali banche centrali, tra cui la BCE. In un mercato finanziario globale, i flussi dei capitali si dirigono sulla base dei livelli relativi dei tassi. Oggigiorno, il quasi 3% offerto da un decennale americano appare manna dal cielo rispetto allo 0,5% ancora esitato dal Bund o allo 0,05% del bond giapponese o svizzero.

Le aspettative d’inflazione si raffreddano, lo spiega la curva dei rendimenti

Dunque, se la Fed alzasse ancora i tassi e le altre banche centrali restassero ferme per un po’, il rischio che l’economia americana correrebbe sarebbe di un rafforzamento eccessivo del dollaro con ampliamento del deficit commerciale, già superiore ai 500 miliardi di dollari all’anno. Tuttavia, l’appiattimento della curva dei rendimenti consentirebbe al Tesoro USA di approfittarne per emettere debito più a lunga scadenza, finanziando così meglio il taglio delle tasse in deficit per 1.400 miliardi in 10 anni, approvato alla fine dello scorso anno. D’altra parte, emissioni di debito più a lunga scadenza finirebbero per elevarne i rendimenti, riallargando lo spread e rasserenando gli investitori, almeno nel caso in cui ritengano che la curva piatta sia non un segnale in sé, quanto vera fonte di futuro malessere economico. E sul punto resta ad oggi un velo di mistero.

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Argomenti: bond sovrani, Economia USA, Fed, rendimenti bond, tassi USA