Perché la crisi dell’euro difficilmente sarà risolta con l’unione politica

Possibile l'unione politica per salvaguardare l'euro? Se dalle parole si passa ai fatti, scopriamo che non è per niente semplice e che di mezzo c'è il mantenimento o meno delle democrazie nazionali.

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Possibile l'unione politica per salvaguardare l'euro? Se dalle parole si passa ai fatti, scopriamo che non è per niente semplice e che di mezzo c'è il mantenimento o meno delle democrazie nazionali.

La presidenza di Emmanuel Macron in Francia ha tagliato il primo nastro dei 100 giorni, senza che ad oggi abbia lasciato granché come ricordo, se non le polemiche sullo status ufficiale della moglie Brigitte e il crollo di popolarità del giovane capo di stato a poche settimane dal trionfo elettorale. Uno dei punti programmatici del 39-enne ex ministro e banchiere riguarda l’euro, ovvero l’architettura su cui si regge la moneta unica, che Macron definisce “incompleta”.

Per questo, egli propone il raggiungimento di quella minima unione politica di cui si parla da anni, ma sulla quale non vengono mai abbozzati ragionamenti chiari e portati avanti fino in fondo.

Due le proposte di Macron: ministro delle Finanze unico nell’Eurozona e bilancio comune. Solo così, ritiene l’Eliseo, l’area potrebbe superare gli shock e le divergenze sul piano economico-finanziario. Sembrano due soluzioni alla portata (che ci vuole a istituire l’ennesimo burocrate a Bruxelles, che gestisca i bilanci nazionali?), mentre sono tutt’altro che obiettivi semplici da raggiungere. Vediamo perché.

Un ministro e un bilancio unici richiedono la condivisione di obiettivi comuni. La Germania è da sempre schierata sulla linea della solidità fiscale, quella che in questi anni di crisi drammatica è stata definita, spesso a torto, dell’austerità. Viceversa, Francia e Sud Europa propendono per la flessibilità, ovvero per politiche di bilancio più rispondenti alle ragioni della crescita. (Leggi anche: Macron e Merkel divisi sull’euro, ma non sarebbero felici nemmeno i francesi)

Le ragioni delle contrapposizioni

Alla base di tale contrapposizione c’è una divergenza di natura anche ideologica: i tedeschi ritengono che la crescita economica si fondi sul perseguimento di politiche improntate all’efficienza e da attuarsi tramite riforme, mentre il Sud Europa crede che, pur fino a un certo punto, la leva della spesa pubblica (in deficit) funga da sostegno all’economia.

In queste condizioni, istituire un ministro e/o un bilancio comune per i 19 stati dell’Eurozona appare un obiettivo velleitario. La Germania vedrebbe in essi un rischio di condivisione degli oneri di bilancio degli altri membri dell’area, mentre il Sud Europa li percepirebbe come un tentativo di limitare la discrezionalità dei governi in ambito fiscale.

La realtà è che avrebbero ragioni entrambi, perché Berlino avallerebbe una gestione comune di parte del suo bilancio con i restanti 18 partner dell’Eurozona, a patto che questi siano costretti a soggiacere a regole fiscali automatiche. D’altra parte, il Sud sarebbe disposto a cedere ulteriori quote di sovranità, solo avendo ottenuto la previa garanzia di margini di manovra all’occorrenza.

Per intenderci, la Germania non accetterebbe mai l’emissione di titoli di stato sovranazionali per rifinanziare i debiti in scadenza degli stati dell’unione monetaria, a meno che questi prima non si siano impegnati credibilmente e abbiano raggiunto gli obiettivi contenuti nel cosiddetto Fiscal Compact del 2012, ovvero chiudano i rispettivi bilanci in pareggio, evitando di produrre nuovi debiti, e tendano a un rapporto debito/pil al 60%, livello su cui pressappoco oggi si aggira quello tedesco. (Leggi anche: Eurobond, proposta indecente legata al Fiscal Compact)

Conviene un bilancio comune?

Contrariamente a quanto siamo stati spesso portati a credere, non è la sola cancelliera Angela Merkel a contrastare l’idea di una mutualizzazione dei debiti e dei bilanci nazionali, bensì pure l’opinione pubblica tedesca e molto trasversalmente agli schieramenti politici, segno che nemmeno se alla guida del governo federale arrivasse un socialdemocratico assisteremmo a un vero cambio di rotta sul punto. (Leggi anche: Eurobond, Fiscal Compact e deficit: perché Berlusconi è alternativo alla Merkel)

Chiarite le difficoltà di giungere all’obiettivo, dovremmo chiederci se ne varrebbe la pena. La risposta appare tutt’altro che scontata. Bilanci comuni vengono anelati da quanti intravedono in essi il tentativo di riduzione delle divergenze economiche tra stati. In pratica, se l’Italia fosse in crisi e la Germania in salute, a Bruxelles si opterebbe per un trasferimento di risorse da Berlino a Roma, come grosso modo accade oggi nell’ambito di uno stato, quando una o più regioni necessitano di sostegno.

Ora, questo meccanismo non appare oggi politicamente sostenibile e per due ordini di ragioni. Il primo è che l’Europa non è una nazione, ma la somma di nazioni. Se un lombardo, con tutti i mugugni del caso, si mostra disponibile a dare una mano a un abruzzese per finanziare le spese post-terremoto o a un siciliano, per sostenere la sua economia depressa, tale solidarietà è oggi pressappoco inesistente tra gli stati UE. Un tedesco si sentirebbe derubato, qualora il suo governo trasferisse denaro pubblico verso l’Italia, attraverso Bruxelles. E verosimilmente accadrebbe lo stesso nel caso contrario.

Servono risorse ingenti in comune

In altre parole, un bilancio comune rischia non di fare convergere le economie dell’Eurozona, bensì di alimentare tensioni politiche tra e dentro gli stati. Paradossalmente, la reazione alle sfide lanciate dal cosiddetto “populismo” finirebbe per farlo esplodere. Vi immaginate quanti voti prenderebbero gli euro-scettici tedeschi, facendo campagna elettorale con lo slogan “I soldi dei tedeschi rimangano in Germania”?

Secondo motivo: siamo davvero sicuri che mettere in comune una quota minima di entrate avrebbe effetti così dirompenti sui processi di convergenza-divergenza economica? Affinché ciò fosse possibile, sarebbe necessario che gli stati nazionali cedessero una fetta molto elevata di risorse da gestire in comune in rapporto al loro pil. Per ipotesi, questa non dovrebbe essere inferiore a un quinto o un quarto di pil, ma a parte che non sarebbe un’opzione praticabile per ragioni “tecniche” e politiche, ciò creerebbe nuovi motivi di tensioni tra gli stati.

In Irlanda, la spesa pubblica incide per il 28% del pil, in Italia per il 50%, in Francia per il 57%. Se ciascuno di questi stati dovesse mettere in comune risorse per – supponiamo – il 20%, significherebbe per Dublino spogliarsi della sovranità nazionale sul 70% della propria spesa, per l’Italia si tratterebbe di trasferire “solo” il 40% a Bruxelles, per la Francia poco più di un terzo. Gli irlandesi, in pratica, finirebbero per mettere insieme agli altri una quota superiore del proprio reddito, senza per questo ricevere potenzialmente maggiori benefici.

Abolire la democrazia?

E, infine, risulta davvero molto difficile immaginare che l’Eurozona sarebbe in grado di gestire le risorse comuni con criteri astrattamente sovranazionali, prescindendo dalla salvaguardia dello status quo. Vi sembra credibile uno scenario, in cui verrebbero tagliate le spese necessarie al finanziamento dei 25.000 forestali in Sicilia, al fine di sostenere investimenti infrastrutturali tra Italia e Francia, come l’Alta Velocità? In teoria, sarebbe un provvedimento che aumenterebbe l’efficienza dell’intera area, ma con ricadute sociali e politiche esplosive in uno o più stati, tali da innescare meccanismi disgregatori e non unificanti nell’area.

In conclusione, sull’unione politica necessaria nell’Eurozona si spendono quotidianamente tante belle parole, forse destinate, tuttavia, a restare tali. L’unica soluzione possibile per rendere l’Eurozona un’unione ottimale sul piano del funzionamento monetario passerebbe per la riduzione o l’eliminazione delle democrazie nazionali. Al limite, se nessun cittadino nell’area fosse più in grado di votare per segnalare il proprio malcontento verso il governo nazionale, verrebbe meno la minaccia numero uno contro gli obiettivi di Bruxelles. A questo ragionamento prima o poi dovremo giungere senza fronzoli: democrazia o unità?

 

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