Perché con la bassa crescita dobbiamo scegliere tra lavoro e stipendio

Senza crescita economica, l'Italia è destinata a scegliere tra occupazione e aumenti di stipendio. La dura alternativa potrebbe essere superata dal taglio del cuneo fiscale.

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Senza crescita economica, l'Italia è destinata a scegliere tra occupazione e aumenti di stipendio. La dura alternativa potrebbe essere superata dal taglio del cuneo fiscale.

Brutte cifre, quelle che l’Istat ha fornito ieri sulla produttività del lavoro in Italia. Nel 2016, risulta scesa dell’1,2% in relazione all’anno precedente, quando già era diminuita dello 0,2%. E allargando lo sguardo all’ultimo ventennio (1996-2016), si percepisce ancora meglio quanto desolante sia il trend di lungo-periodo: solamente +0,3% all’anno. Come dire, che la produttività dei lavoratori italiani sia rimasta ferma negli ultimi 20 anni. Ma di cosa parliamo nel concreto?

Per produttività del lavoro s’intende il rapporto tra l’apporto alla produzione del singolo lavoratore e il suo costo. Quest’ultimo è dato dal suo salario, al lordo delle imposte e dei contributi previdenziali. Cosa significa, quindi, che il lavoro sia diventato meno produttivo nel 2016? In pratica, la crescita registrata dalla produzione di beni e servizi in Italia sarebbe risultata dell’1,2% inferiore all’aumento del costo del lavoro. (Leggi anche: Stipendi italiani destinati a restare fermi, lo dicono questi dati)

Bassa crescita e produttività lavoro sono legate

Attenzione, non stiamo dicendo che i lavoratori italiani siano scansafatiche, ma semplicemente che negli ultimi decenni risultino poco produttivi, in molti casi per ragioni che esulano dal loro comportamento sul posto di lavoro. Oltre a fattori di natura più strutturale (bassa specializzazione, scarsa partecipazione a programmi di riqualificazione professionale, etc.), è evidente che il problema della produttività sia legato a quello della bassa crescita e che ciò sia un pessimo segnale anche per il prossimo futuro.

Nel Def presentato dal governo, scopriamo che le previsioni per il triennio 2017-’19 siano abbastanza deboli: la crescita annua media del pil in Italia si attesterebbe a un magro 1%. E dire che al Tesoro si mostrano persino più ottimisti di quello che potrebbe risultare la realtà, tenendo conto del risanamento in atto dei conti pubblici.

(Leggi anche: Bassa crescita patologica, denuncia di Confcommercio)

Senza crescita, rassegnamoci a stipendi stagnanti

Ora, il pil rappresenta sul piano macroeconomico la crescita della produzione. A parità del fattore lavoro impiegato, esso delinea anche il limite massimo di aumento salariale che un’impresa può permettersi di sostenere, senza aumentare i prezzi. Dunque, i lavoratori italiani avrebbero dinnanzi a sé una prospettiva di aumento degli stipendi abbastanza debole anche per gli anni futuri, sempre che non aumentino gli occupati, nel quale caso si potrebbe registrare persino la tendenza a una stagnazione totale o a un calo degli stipendi in termini reali. Perché?

L’aumento dell’occupazione, che tutti in cuor nostro auspichiamo, se non sostenuta da una crescita altrettanto forte della produzione (pil), aumenta sul piano macro il costo complessivo del fattore lavoro, a fronte di un beneficio inferiore per le imprese. In altre parole, la bassa crescita ci spinge a una scelta dolorosa: chi lavora già dovrebbe augurarsi che l’occupazione resti stabile, in modo da potere spuntare aumenti salariali più cospicui, ma sempre quasi impercettibili, oppure dovrebbe accontentarsi di una retribuzione stagnante, ma a fronte di un minimo aumento del numero degli occupati. (Leggi anche: Stipendi italiani del 20% più bassi di quelli tedeschi e pure in calo)

Tagliare il cuneo fiscale serve

E’ il problema della torta che non cresce: se aumenta il numero degli invitati, essa dovrà essere suddivisa in fette più piccole. Come se ne esce da questa situazione sconfortante, preso atto che di miracoli sulla crescita economica non ve ne sono in vista? Agire sul cuneo fiscale sarebbe già una misura positiva, perché abbasserebbe il costo a carico delle imprese, le quali vedrebbero aumentare la produttività del lavoro, indipendentemente dagli altri fattori.

Il governo sta prendendo in considerazione il taglio del cuneo fiscale, ma le risorse destinate allo scopo appaiono limitatissime e tali da non incidere praticamente granché sul costo complessivo del lavoro in Italia.

Rispetto alla media europea, il cuneo fiscale è nel nostro paese di 10 punti percentuali più alti, mentre le retribuzioni sono più basse delle altre principali economie avanzate. (Leggi anche: Tasse sul lavoro troppo alte)

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