Perché il Sud Europa si è indebolito con la crisi e ha accentuato le distanze con il nord

Il Sud Europa ha dovuto tagliare gli investimenti per ragioni di bilancio e ciò deprimerà i suoi tassi di crescita anche in futuro, contrariamente a quanto accaduto nel centro-nord.

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Il Sud Europa ha dovuto tagliare gli investimenti per ragioni di bilancio e ciò deprimerà i suoi tassi di crescita anche in futuro, contrariamente a quanto accaduto nel centro-nord.

Il rallentamento economico in Germania ha fatto scattare l’allarme per tutta l’Eurozona, date le dimensioni del pil tedesco rispetto al resto dell’area. Berlino ha schivato per un soffio la recessione nell’ultimo trimestre dello scorso anno, quando il pil ha registrato una variazione congiunturale nulla dal -0,2% del periodo luglio-settembre. Tuttavia, l’economia tedesca potrebbe pure permettersi una breve fase di contrazione, essendo cresciuta del 13% rispetto al 2007, l’anno che segna uno spartiacque nella storia recente europea, e non solo.

Nel caso di recessione, i guai sarebbero quasi tutti nel Sud Europa, dove la ripresa è avvenuta a macchia di leopardo. L’Italia ha ancora un pil reale di circa il 4,5% più basso di quello di 12 anni fa, la Grecia di circa un quarto, mentre Spagna e Portogallo sono riusciti a superare i livelli pre-crisi.

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In ogni caso, per migliorare i conti pubblici, tutti i governi hanno dovuto tagliare gli investimenti, il vero motore della crescita, di fatto intaccando le prospettive future delle proprie economie. Prendiamo proprio l’Italia, che già nel 2007 mostrava tra i livelli più bassi di tutta Europa per spesa in investimenti pubblici rispetto al pil, pari solo al 2,9%. Nel 2017, chiudeva al 2%. Dunque, abbiamo abbassato tale percentuale di un punto, mentre in valore assoluto abbiamo tagliato questa voce del 37%, più di quanto non siano crollati nel periodo gli investimenti totali nel nostro Paese, inclusi quelli delle imprese e delle famiglie (-23,4%), scesi al 17,5% dal 20,7% del pil.
Nell’Unione Europea, gli investimenti complessivi sono scesi anch’essi dal 22,5% al 20,7%, restando di circa 3 punti percentuali più alti dei nostri. E nell’Eurozona, gli investimenti pubblici sono sì diminuiti, ma dal 3,1% al 2,6% del pil, anche in questo caso sopra i livelli italiani.

E negli altri paesi com’è andata? La situazione più drammatica l’ha vissuta certamente la Grecia, dove gli investimenti sono letteralmente precipitati del 65%. Quelli pubblici hanno frenato il crollo, diminuendo “solo” del 51% e passando dal 4,9% al 3,25% del pil.

In altre parole, Atene oggi dedica alla spesa in conto capitale una voce di bilancio ben più consistente rispetto alla media europea e, soprattutto, dell’Italia. Male anche la Spagna, dove gli investimenti pubblici si sono più che dimezzati in valore assoluto (-52%), arretrando dal 4,6% al 2,1% e doppiando il calo degli investimenti complessivi (-25%) nel periodo considerato. In Portogallo, le variazioni appaiono meno estreme, per quanto significative: investimenti totali a -23%, quelli pubblici a -37,3%, sostanzialmente crollati entrambi quanto in Italia. Rispetto al pil, i secondi si sono portati al 2,1% dal 3,2% del 2007.

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E ora veniamo alle prime due economie dell’Eurozona. La Germania nel 2018 ha registrato investimenti totali pari al 17% in più rispetto al 2007, trainati nel decennio dalla componente pubblica, aumentata del 34% al 2,3% dall’1,65% del pil. Dunque, vero che i tedeschi spendano relativamente poco e meno della media europea in investimenti, ma hanno migliorato la loro posizione negli ultimi anni. D’altronde, con un bilancio in attivo sin dal 2014 e beneficiando di un costo di rifinanziamento del debito nullo (negativo fino a scadenze medio-lunghe), naturale che il governo federale e i Laender ne approfittino per investire sulle infrastrutture, potenziando la crescita nel medio-lungo periodo. Eppure, resta molto da fare, se è vero che, ad esempio, la prima economia europea sia ancora indietro sul fronte della digitalizzazione e presenta forti carenze nella rete autostradale, ferroviaria, etc.

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Quanto alla Francia, ha registrato investimenti complessivamente in aumento del 2,2%, ma quelli pubblici sono diminuiti del 9%. Tuttavia, questi ultimi sono passati dal 6,9% al 5,9% del pil, percentuali altissime rispetto al resto delle grandi economie avanzate del pianeta. In sostanza, lo stato qui ha dovuto frenare la spesa in conto capitale per tenere a bada i conti pubblici, ma il settore privato ha più che compensato il taglio, esitando una variazione totale positiva.

Tirando le somme, il Sud Europa ha dovuto tagliare anche gli investimenti pubblici, ipotecando i propri ritmi di crescita negli anni futuri, mentre al centro-nord è accaduto che, o tale capitolo di bilancio è stato rafforzato o è diminuito a livelli comunque superiori alla media europea.

Questo significa che chi oggi appare più forte, in futuro potrebbe esserlo ancora di più, in relazione alle economie che hanno indebolito la loro ossatura per ragioni di austerità fiscale necessaria, quanto spesso applicata indiscriminatamente e su impellenze di bilancio. L’Italia, che vantava il più alto rapporto debito/pil già prima che scoppiasse la crisi, aveva da anni ridotto la spesa in conto capitale, così da salvaguardare capitoli socialmente più sensibili, come scuola, sanità, pensioni e assistenza. Da allora, non ha fatto che proseguire sulla strada sbagliata imboccata, con la conseguenza che oggi elemosina a Bruxelles flessibilità per la spesa in investimenti, che vorrebbe scomputata dal calcolo del deficit, quando ha scientemente deciso dalla fine della Prima Repubblica di abbandonare il potenziamento delle infrastrutture per vivere alla giornata, in attesa di un domani migliore che si allontana ogni giorno che passa.

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