La corsa del petrolio fa salire i rendimenti dei bond, ecco una spiegazione alternativa

Ecco una spiegazione alternativa del perché i rendimenti delle obbligazioni salgano (scendono) con la risalita (discesa) delle quotazioni del petrolio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco una spiegazione alternativa del perché i rendimenti delle obbligazioni salgano (scendono) con la risalita (discesa) delle quotazioni del petrolio.

Petrolio a 80 dollari al barile e rendimenti decennali dei Treasuries sopra il 3%. Sono dati correlati? Certo che sì. La spiegazione più ortodossa fa leva sulle aspettative d’inflazione. Il rincaro del greggio le surriscalderebbe, spingendo gli investitori a pretendere prezzi più bassi (rendimenti più alti) per acquistare titoli a reddito fisso, come lo sono i bond. E il ragionamento sembra quadrare perfettamente, perché notiamo come sempre vi sia un calo dei rendimenti al ridursi drastico delle quotazioni petrolifere e una loro salita con il rincaro delle quotazioni. Fatta salva questa spiegazione, esiste un’interpretazione non necessariamente alternativa, in grado di fornirci maggiori elementi per comprendere cosa effettivamente accade con la variazione dei prezzi della materia prima. Interessante la lettura di JP Morgan, una delle più grandi banche d’affari al mondo.

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L’istituto americano nota che nel 2014, quando le quotazioni si attestarono mediamente a 100 dollari al barile, i consumatori di tutto il mondo spesero qualcosa come 3.400 miliardi di dollari per acquistare prodotti petroliferi. Due anni dopo, con quotazioni medie crollate a 45 dollari, la spesa globale risultava scesa a 1.600 miliardi. In altre parole, si erano liberati 1.800 miliardi, pari al 2,2% del pil globale di allora. Le quotazioni sono successivamente risalite fino agli 80 dollari attuali. Se questo fosse il dato medio a cui si attestassero da qui a fine anno, spenderemmo in tutto una bolletta da circa 2.700 miliardi nell’intero 2018.

L’impatto sul mercato dei bond

Cosa sarebbe accaduto, quindi? Tra il 2014 e il 2016, 1.800 miliardi di ricchezza si sono redistribuiti dai produttori ai consumatori, mentre negli ultimi due anni sta verificandosi il processo inverso, con 1.100 miliardi di maggiori ricavi per i primi e di maggiori costi per i secondi. Ciò impatterebbe proprio il mercato dei bond. Quando si creano opportunità di risparmio tra i consumatori, si registra un aumento dei depositi in banca, i quali vengono impiegati perlopiù per investire sui mercati a reddito fisso. Pertanto, il rincaro del petrolio equivarrebbe a maggiori investimenti netti nel comparto obbligazionario e, quindi, a una riduzione dei rendimenti (aumento dei prezzi). Evidentemente, se fosse vera l’interpretazione di JPM, tali maggiori afflussi di capitali più che compenserebbero i disinvestimenti realizzati dai fondi sovrani delle economie produttrici, che in tempi di calo delle quotazioni si trovano spesso costrette a stringere la cinghia sul piano fiscale e ad attingere alle risorse accumulate in valuta straniera negli anni di crescita dei prezzi. Con l’ascesa del barile a 80 dollari, parte dei risparmi che i consumatori avevano potuto realizzare tra il 2014 e il 2016 è venuta meno. Ciò starebbe riducendo l’afflusso di capitali sui bond, facendone risalire i rendimenti.

Accettabile o meno che fosse questa analisi, essa ha un merito indubbio, quello di evidenziarci la grandezza delle variazioni dei costi globali con la riduzione o l’aumento delle quotazioni petrolifere. Tenendo presente una domanda di 100 milioni di barili al giorno, quest’anno spenderemmo, con un prezzo medio di 80 dollari al barile, qualcosa come 900 miliardi in più nel mondo rispetto al 2017. Si tratta di un importo pari al pil di un’economia come l’Olanda, quinta potenza dell’Eurozona, ricchezza trasferita non solo dai consumatori ai produttori, ma anche dalle economie importatrici a quelle esportatrici, ovvero grosso modo da Europa, Nord America e Cina al Medio Oriente e Russia. In altre parole, aggiungiamo che con il rincaro del petrolio, a modificarsi non sarebbe solo la quantità degli afflussi di capitali sui mercati obbligazionari, bensì pure la loro origine: più investimenti di sceicchi e oligarchi e meno di famiglie, banche e fondi europei, cinesi e americani. Quanto questo si traduca in una maggiore o minore stabilità dei suddetti mercati sarebbe tutto da studiare.

Il petrolio a $80 redistribuisce ricchezza nel mondo e l’Asia paga il costo maggiore 

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Argomenti: bond sovrani, Petrolio, quotazioni petrolio, rendimenti bond