Se la Cina rallenta troppo, i guai arrivano fino all’Eurozona

Vediamo perché il rallentamento della Cina preoccupa l'Eurozona e chi colpirebbe di più.

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Vediamo perché il rallentamento della Cina preoccupa l'Eurozona e chi colpirebbe di più.

L’economia cinese rallenta e ormai è assodato dalle cifre ufficiali. Lo scorso anno, il pil del Dragone asiatico è cresciuto del 6,9%, 3 volte quello degli USA, ma al ritmo più basso degli ultimi 25 anni. Si tratta pur sempre di percentuali notevoli, considerate basse, solo perché negli ultimi decenni siamo stati abituati a tassi di crescita ben più vigorosi in Cina, che nei primi anni del nuovo Millennio ha visto aumentare la sua ricchezza a parità di potere d’acquisto al ritmo del 12% all’anno. Ma le cifre ufficiali non sono affidabili. Lo hanno capito per la prima volta la scorsa estate i mercati finanziari, che hanno reagito con un tonfo alla pubblicazione del dato sul pil nel secondo trimestre, pari al +7% tendenziale secondo l’ufficio statistico di Pechino, eccessivamente in linea con gli obiettivi minimi del governo, nonostante i segnali derivanti dall’economia fossero di diverso avviso. Da ieri sappiamo che quei timori non erano infondati. Il responsabile di quelle statistiche è sotto inchiesta per il reato di presunta corruzione. A questo punto, tra gli analisti serpeggia la previsione azzardata, minoritaria, ma niente affatto da escludere, secondo la quale la Cina starebbe già crescendo intorno al 2-3%.

Rallentamento Cina in atto

Il problema di questi tassi, che rimarrebbero in ogni caso doppi rispetti ai ritmi europei, sta nel fatto che un deciso rallentamento dell’economia cinese, ormai la seconda del pianeta dopo gli USA, impatterebbe negativamente anche sui mercati più avanzati, come l’Eurozona. Grazie al boom economico, in meno di un quindicennio, le esportazioni della UE-28 verso la Cina sono quasi quadruplicate, arrivando alla cifra di 165 miliardi di euro nel 2014. Certo, nel frattempo risultano più che raddoppiate anche le importazioni da questo paese a 302 miliardi, per cui il nostro saldo commerciale con Pechino resta negativo di quasi 140 miliardi.

     

Esportazioni Germania verso Cina pesano molto su economia tedesca

Ma è la distribuzione del commercio con la Cina a scatenare più di una preoccupazione. Se l’Italia esporta intorno a 13 miliardi e la Spagna circa 5, la Francia sfiora i 20, ma la Germania arriva a ben 90 miliardi di merci esportate verso l’economia asiatica. In sostanza, l’export in direzione Pechino pesa per appena lo 0,8% del pil nel nostro paese, per lo 0,5% in Spagna e per quasi l’1% in Francia, ma rappresenta oltre il 3% del pil tedesco, dato che da sola, la Germania esporta in Cina oltre la metà di quanto non faccia l’intera UE-28. Che cosa significa questo? Che l’economia tedesca è esposta alla Cina 3 volte di più della Francia e 4 volte più di noi. Sarebbe quasi una notizia positiva, se non fosse che il trend della ripresa dell’Eurozona sia tracciato dalla Germania, che con i suoi 87 milioni di abitanti e un pil pari al 27% dell’intera ricchezza prodotta nell’Eurozona ogni anno, è la prima economia dell’unione monetaria, oltre che dell’intera Europa. Se la Germania subisse un contraccolpo da un calo delle esportazioni verso la Cina, le ripercussioni sul suo pil sarebbero evidenti e ciò provocherebbe una minore fiducia del mercato sulla capacità di ripresa dell’intera Eurozona. Peraltro, una Germania più debole economicamente non serve a nessuno, malgrado essa si attiri da tempo le antipatie del resto d’Europa. E’ solito definire quella tedesca la locomotiva d’Europa e fuori dalle banalità, un po’ lo è.        

Svalutazione yuan è scenario possibile

Ma chiediamoci se lo scenario di un tonfo delle importazioni cinesi sia realistico. Attualmente, il Dragone esporta verso il resto del mondo, al netto delle importazioni, circa 280 miliardi di euro di merci. Ciò significa che potrebbe approfittare del saldo commerciale già attivo per irrobustirlo, attraverso una maxi-svalutazione dello yuan. A tale proposito, si tenga presente che nel 2015 il paese ha registrato deflussi di capitali per complessivi 1.000 miliardi di dollari, anche per via delle aspettative del mercato su un indebolimento della valuta locale. Infatti, la Cina tiene il cambio ancorato al dollaro all’interno di un range, che quotidianamente può oscillare del 2% nell’una e nell’altra direzione (dell’1% fino all’estate scorsa). Ma con l’avvio della stretta monetaria negli USA, sarà molto difficile conservare una piena autonomia della politica monetaria. In teoria, la People’s Bank of China dovrebbe inseguire alzando i tassi, cosa che non può permettersi, dati il rallentamento del pil e un’inflazione sempre più in calo e a metà del target. Al contrario, l’istituto sta sfornando da almeno un anno una nuovi stimoli, che hanno l’effetto controproducente di indebolire lo yuan. Fino a quando il mercato si attende che il cambio sia sopravvalutato, la speculazione non cesserà.

Ciò, unitamente alla necessità di ravvivare nel breve l’economia, attraverso il suo punto forte, ovvero le esportazioni, potrebbe spingere Pechino ad annunciare a sorpresa una maxi-svalutazione dello yuan, che potrebbe anche essere a 2 cifre. Se ciò accadesse, aldilà delle fortissime tensioni finanziarie che la decisione comporterebbe nell’immediato, il rischio sarebbe proprio un tracollo delle importazioni dal resto dl mondo, Eurozona compresa, in atto peraltro dal 2015. E per la fragile ripresa dell’unione monetaria sarebbe un brutto colpo privarsi anche solo di qualche decimale di crescita, specie se frutto di una contrazione della sua principale economia, l’unica a godere sostanzialmente del credito degli investitori.  

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