Perché il Qatar abbandona l’OPEC e cosa significa per il mercato mondiale del petrolio

Arabia Saudita costretta a scegliere tra Trump e OPEC, decisione da prendere dopo l'uscita del Qatar dal cartello del petrolio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Arabia Saudita costretta a scegliere tra Trump e OPEC, decisione da prendere dopo l'uscita del Qatar dal cartello del petrolio.

Il Qatar lascerà l’OPEC dal prossimo mese, pur continuando a seguirne le decisioni che verranno adottate al vertice di questo fine settimana a Vienna. Lo ha annunciato il ministro dell’Energia, Saad al-Kaabi, che ha giustificato la decisione con la volontà dell’emirato di concentrarsi sulla produzione di gas naturale liquefatto (LNG), smentendo le ricostruzioni, secondo le quali l’uscita dal cartello del petrolio sarebbe una conseguenza delle tensioni politiche con l’Arabia Saudita, il membro più potente dell’organizzazione, che da un anno e mezzo impone a Doha un embargo per la sua vicinanza all’Iran e con l’accusa di sostegno al terrorismo internazionale. Difficile eccepire che l’addio dopo 57 anni non sia frutto di una volontà politica qatariota, mentre si dibatte tra gli analisti sulle conseguenze.

La crisi del petrolio costa all’OPEC centinaia di miliardi

Il Qatar è solo 11-esimo produttore dell’OPEC con un output giornaliero di 600.000 barili su un totale di 32,5 milioni, pesando così per meno del 2%. Tuttavia, esso è il primo produttore di LNG al mondo con 77 milioni di tonnellate annue, un terzo del totale. E si consideri che l’emirato ha già un piano per accrescere tale offerta del 43% a 100 milioni di tonnellate all’anno. Nel sottosuolo detiene riserve accertate per circa 24,5 miliardi di tonnellate, la metà di quelle russe. Dunque, ha senso che si concentri sulla materia prima in cui vanta un peso negoziale forte nel mercato mondiale, ma avrebbe ben potuto rimanere nell’OPEC.

Adesso, il vertice di Vienna del 6-7 dicembre appare politico come non mai. I sauditi sono chiamati a scegliere tra accontentare l’amministrazione Trump e le richieste dei partner. La prima chiede espressamente da mesi a Riad di agevolare la discesa delle quotazioni del petrolio, non accordandosi per un secondo taglio della produzione in due anni. Gli alleati dell’OPEC, invece, pretendono risposte per ravvivare le quotazioni, senza le quali la scelta del Qatar potrebbe non restare isolata, anche perché l’Iran, nemico giurato del regno, non avrebbe più reali ragioni per rimanere nel cartello, trovandosi sotto embargo USA per la seconda volta in pochi anni e su pressione di Riad su Washington.

Vertice OPEC, Arabia Saudita al bivio

I tecnici dell’organizzazione segnalano di volere ridurre la produzione di almeno 1,3 milioni di barili al giorno per reagire al crollo dei prezzi da inizio ottobre fino a un terzo in meno di due mesi, ma non tutti sono convinti che il taglio sarà così vigoroso. Specie dopo il caso Khashoggi, gli USA stanno sostenendo l’alleato saudita contro le crescenti polemiche internazionali sulla barbara uccisione del giornalista, un fatto che la Famiglia Reale non può ignorare. Anche per questo il mercato sconta prezzi deboli, mentre nell’OPEC crescono i timori che Donald Trump di fatto diriga la politica del cartello per il tramite dei sauditi, con la conseguenza che le decisioni che escono da Vienna finiscano per fare l’interesse dell’America, la cui produzione quotidiana è salita ormai in prossimità dei 12 milioni di barili, al primo posto nel mondo.

A questo punto, la scelta di Riad si mostra più difficile che mai: se cedesse sui tagli, il principe Mohammed bin Salman (MbS) rischierebbe di perdere l’appoggio cruciale di Trump, quando già tra i ranghi della stessa monarchia monta un forte malcontento nei suoi confronti, tale da minacciarne la successione al trono. Del resto, se non accontentasse economie come Nigeria, Libia, Venezuela e lo stesso Iran, finirebbe per indisporle e la sopravvivenza dell’OPEC sarebbe seriamente a rischio per la prima volta dal 1960. Il cartello esiste sin dalla nascita proprio per massimizzare i benefici dei suoi membri, sostenendone il peso sul mercato attraverso accordo sulle quote di produzione a ciascuno spettanti per influenzare i prezzi.

Da qui, la possibile decisione clamorosa, per quanto non imminente, del regno: uscire dall’OPEC. Sarebbe un evento traumatico per il petrolio mondiale, segnando la fine immediata dell’organizzazione dei 15 stati esportatori. Lo scenario non appare improbabile, aldilà delle smentite recenti di Riad, grazie all’asse sempre più stretto con la Russia. Insieme, fanno oltre un quinto del mercato mondiale del greggio e peserebbero esattamente quanto l’intera OPEC privata della sua prima potenza esportatrice, sempre che ne sopravvivesse all’abbandono. D’altronde, tutte le decisioni adottate negli ultimi anni, compreso l’accordo sul taglio della produzione di due anni fa, sono passate per una previa intesa tra Mosca e Riad. Se i sauditi continuano a rimanere nell’OPEC è solo per avere un peso geopolitico nel Medio Oriente e in funzione anti-iraniana. Chissà che Trump, dietro le quinte, non stia rassicurando MbS proprio sul suo sostegno contro Teheran, nel caso in cui il regno si decidesse di smantellare il cartello, anche se l’alleanza con i russi verrebbe colta come fumo negli occhi dagli americani, un vero atto di tradimento. Peraltro, questo sarebbe l’esito della privatizzazione di Aramco, la compagnia petrolifera statale saudita, il cui sbarco in borsa è stato sin qui sospeso e rinviato ai prossimi anni. Quando e se accadrà, sarebbe il segnale che Riad intende affidarsi al mercato, anziché alle continue contrattazioni con i partner.

Fine dell’OPEC vicina, anche se l’Arabia Saudita smentisce

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Argomenti: Arabia Saudita, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio