Perché il protezionismo di Trump spingerà la BCE a tenere i tassi bassi in eterno

Il protezionismo dell'era Trump minaccia lo sviluppo dell'Eurozona e per la moneta unica rischia di esservi una crisi esistenziale. Come reagirà la Germania?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il protezionismo dell'era Trump minaccia lo sviluppo dell'Eurozona e per la moneta unica rischia di esservi una crisi esistenziale. Come reagirà la Germania?

L’America celebra domani le elezioni di metà mandato per il rinnovo di tutta la Camera e di un terzo del Senato. Verranno rinnovate anche le cariche di 36 governatori. La presidenza Trump si confronta con il primo test di portata nazionale. I sondaggi segnalano l’elevata probabilità che almeno la Camera passi nelle mani di una maggioranza democratica. I mercati sono in attesa di capire cosa accadrà, mentre i venti di protezionismo nel mondo spirano forti, nonostante negli ultimi giorni la tensione tra USA e Cina sembra essersi allentata sull’apertura della Casa Bianca a un accordo commerciale con Pechino. Sarà, ma di certo con la vittoria di Donald Trump di due anni fa e l’avanzata delle formazioni “sovraniste” in tutta Europa, nonché con la Brexit in via di concretizzazione, la fase più spinta della globalizzazione, iniziata con l’ingresso nel 2001 della Cina nell’Organizzazione per il Commercio Mondiale, a sua volta seguita alla piena liberalizzazione dei mercati finanziari, sembra avere subito una seria battuta d’arresto.

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A farne le spese sembrano destinate ad essere quelle economie che hanno approfittato della globalizzazione puntando sulle esportazioni. Le vittime sacrificali del vento protezionista appaiono, quindi, Cina ed Eurozona. L’unione monetaria, in particolare, è l’unica grande economia avanzata a registrare avanzi commerciali sostanziosi. Nell’ultimo ventennio, sono più che triplicati, passati dall’1,5% al 4,5% del pil. Nel dettaglio, la somma tra importazioni ed esportazioni alla fine degli anni Novanta ammontava al 60% del pil, salendo ormai a oltre il 90%. Il grado di apertura commerciale, quindi, non solo si è espanso nel Vecchio Continente, ma risulta oggi di oltre tre volte superiore a quello della prima potenza mondiale, che si attesta intorno o poco sopra il 25%.

La minaccia al modello export-led europeo

C’è una differenza rilevante tra America ed Eurozona. L’economia della prima è trainata essenzialmente dal mercato domestico, con i consumi delle famiglie a incidere per il 68% del pil contro meno del 54% segnato nella seconda. Inoltre, gli americani sono consumatori netti di beni e servizi prodotti all’estero per oltre mezzo trilione di dollari all’anno, mentre le imprese nell’Eurozona esportano circa 500 miliardi di euro all’anno in più di quanto importano. Il trend è stato trainato dalla Germania, che nel 1999 si affacciava all’euro con un avanzo commerciale intorno a mezzo punto percentuale di pil, quando negli ultimi anni ha registrato surplus fin quasi al 9%. Oggi, la Germania esporta per un valore di quasi la metà del suo pil. Venti anni fa, vendeva fuori dai confini per poco più di un quarto della sua ricchezza annua. L’apertura commerciale teutonica è passata nel frattempo dal 55% a quasi il 90%.

Il modello economico “export-led” dell’Eurozona è minacciato dai rischi di dazi tra le principali potenze mondiali. Se venissero meno nei prossimi anni i mercati di sbocco all’infuori del Vecchio Continente, l’Eurozona avrebbe un serio problema di sostenibilità della sua crescita. A chi esporterà, se l’America e la Cina si chiudono? Non esistono mercati così grandi da offrire la stessa capacità di assorbimento delle nostre merci. Le prime due economie mondiali valgono insieme sui 32.000 miliardi di dollari, il 40% del pil globale e oltre il doppio dell’Eurozona stessa. A questo punto, dovremmo trovare al nostro interno le direttrici della crescita. Ed ecco che l’attenzione si sposterebbe per necessità sui tre aggregati fondamentali della domanda interna: spesa pubblica, consumi e investimenti.

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Verso un cambio di paradigma nell’Area Euro?

Qui, tuttavia, arrivano i problemi. Le economie nell’area non risultano molto indebitate sul piano pubblico, se raffrontate con USA e Giappone, ma trattandosi di un’unione monetaria, si sono date una direzione fiscale improntata alla prudenza, finalizzata alla minimizzazione dei rischi sovrani. Il Fiscal Compact punta a centrare l’obiettivo di un rapporto debito/pil non superiore al 60% per tutti i 19 stati dell’area, contrariamente alle politiche di deficit spending di Washington e Tokyo negli ultimi decenni. Se davvero i governi terranno fede all’impegno di non fare leva sulla spesa pubblica in deficit, resterà loro a disposizione il solo settore privato, ossia consumi delle famiglie e investimenti delle imprese. Come agire su di essi? Attraverso la leva monetaria.

La BCE parla già da mesi dei rischi provenienti dall’innalzamento delle barriere doganali nel resto del mondo, anche se sinora gli analisti si sono concentrati più che altro sulle implicazioni d’impatto per l’economia dell’Eurozona. In realtà, il protezionismo costituisce una minaccia al nostro modello di sviluppo e, pertanto, se diventasse reale richiederebbe un cambio di rotta per le istituzioni sovranazionali e gli stessi governi. Francoforte sarebbe costretta a rendersi strutturalmente accomodante, tenendo bassi i tassi, al fine di incentivare gli investimenti delle imprese e di sostenere i consumi interni. Sarebbe paradossalmente il contrario di quanto desiderato da Trump, il quale vorrebbe che la BCE alzasse i tassi e rafforzasse così il cambio euro-dollaro. Tuttavia, il cambio di paradigma nell’area contribuirebbe a ridurre gli squilibri globali. Per il resto dell’economia globale, infatti, che l’Eurozona tagli le sue esportazioni e si concentri sulla domanda interna significa essenzialmente trovare un secondo grosso mercato di sbocco dopo l’America, in cui riversare i propri prodotti.

La Germania sta cercando di difendere con le unghie e con i denti il modello economico su cui ha impostato il suo sviluppo dopo la Seconda Guerra Mondiale e sul quale ha preteso che nascesse l’euro. Gli effetti collaterali di una BCE definitivamente più accomodante sarebbero evidenti. Si correrebbe il rischio di dovere accettare tassi d’inflazione più alti e di incentivare l’azzardo morale tra i governi, visto che tassi bassi inducono a spendere di più in deficit. Andremmo verso un’americanizzazione della nostra economia, ma con una differenza fondamentale tra le due sponde dell’Atlantico: da un lato, il dollaro funge da valuta di riserva mondiale e rende possibile per gli americani indebitarsi a costi infimi; dall’altro, un euro percepito come costruzione monca, più come un tasso di cambio fisso e immodificabile tra 19 stati membri che come una moneta realmente condivisa, non accompagnato da una politica fiscale unica. Il protezionismo rappresenta per l’Eurozona una crisi esistenziale, alla quale non è escluso che la Germania reagisca smantellando la struttura faticosamente in decenni di investimenti cospicui in capitale politico, oltre che finanziario. Lo sfaldamento in corso degli schieramenti tradizionali a Berlino sembra aumentare le probabilità che accada l’impensabile.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Mario Draghi, Presidenza Trump