Perché il prezzo dell’oro resta poco tonico anche con il calo dei rendimenti americani?

Il prezzo dell'oro non si scalda in questo primo scorcio di 2019. Per caso a mandarlo giù è la Cina?

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Il prezzo dell'oro non si scalda in questo primo scorcio di 2019. Per caso a mandarlo giù è la Cina?

L’oro non si scalda e le sue quotazioni restano inchiodate ai livelli di inizio anno, vale a dire compresi tra 1.280 e 1.285 dollari l’oncia. Nonostante i timori di recessione per grandi economie come la Germania e Italia, di rallentamento in altre come Cina, Francia e gli stessi USA, il prezzo del metallo non accenna ad accelerare al di sopra dei 1.300 dollari, quando ha già chiuso il 2018 in calo di quasi il 3%.

Come mai? In teoria, ci sarebbero molti ingredienti per una sua ripresa. I rendimenti americani sono diminuiti vistosamente negli ultimi mesi, passando dal 3,25% di inizio novembre a meno del 2,70% per la scadenza decennale. Gli stessi Bund a 10 anni offrono ormai meno della metà rispetto a 2 mesi e mezzo fa, viaggiando in area 0,20%. E un po’ tutti i bond europei si sono apprezzati, riducendo la concorrenza contro l’oro, che in fin dei conti è un asset senza cedole e che, pertanto, subisce gli i rendimenti in ascesa.

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Per capire come mai non si avvertano grossi movimenti rialzisti, basterebbe guardare proprio al mercato del reddito fisso. I rendimenti americani stanno scendendo, perché gli investitori stanno scontando una politica monetaria meno restrittiva per il prossimo futuro da parte della Federal Reserve. E ciò è dovuto al raffreddamento delle aspettative d’inflazione, parzialmente legato al crollo accusato dalle quotazioni del petrolio, che rispetto ai massimi toccati a inizio ottobre sono arrivate a perdere oltre un terzo, in parte anche per effetto proprio dell’indebolimento della congiuntura mondiale.

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E l’oro attira domanda per tre ragioni fondamentali: come gioielleria, a scopo industriale e come bene d’investimento. In quest’ultimo caso, si è soliti puntare sul metallo nelle fasi di turbolenza finanziaria, di crisi geopolitiche e di accelerazione dei prezzi per difendersi contro la perdita del potere di acquisto. Ma le aspettative d’inflazione stanno raffreddandosi, dicevamo, come segnala il “breakeven” tra i rendimenti del Treasury con cedola fissa e quelli con cedola legata all’inflazione a 5 anni, arretrato quasi costantemente dal maggio scorso, quando risultava salito all’apice del 2,16%, mentre oggi si attesta al 2,65%, ma era arrivato ad arretrare fino all’1,50%.

In altre parole, il principale stimolo per investire in oro starebbe venendo meno. E il rallentamento dell’economia cinese, anziché spronarne le quotazioni, starebbe agendo nel senso contrario. Il perché non è difficile capirlo. La Cina è diventata da anni il principale consumatore e importatore di oro al mondo, scavalcando persino l’India. Nel 2017, ultimo anno di cui disponiamo dati completi, la domanda è stata qui di 1.089 tonnellate, di cui per quasi i tre quarti per scopi industriali e per i consumi di gioielleria. Ora che la crescita della seconda economia mondiale sta decelerando, si teme anche per i consumi di oro, che rischiano di indebolirsi per la minore richiesta da parte delle imprese, specie quelle di elettronica di consumo, tra le principali a impiegare il metallo in fase di produzione. A tale proposito, serva da monito il profit warning di Apple, che ha stimato ricavi in calo dalla vendita di iPhone già per l’ultimo trimestre del 2018, citando proprio la debole congiuntura della Cina tra i fattori di rischio.

Infine, per quanto stiano scendendo, i rendimenti americani restano più alti (e di gran lunga) di quelli delle altre principali economie avanzate, per cui continuano ad attirare capitali dal resto del mondo, rafforzando il dollaro. Anzi, il loro calo sarebbe attribuibile proprio agli afflussi dall’estero. E il super dollaro, sempre nei pressi dei massimi dal maggio 2017, disincentiva la domanda di oro, tenendo alti i prezzi per gli acquirenti non americani, visto che l’asset viene tradato nella divisa USA.

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