Perché il petrolio sotto 60 dollari aiuta il governo Conte sulla manovra ‘del popolo’ per il 2019

Il petrolio verso i 55 dollari al barile è una mano santa per il governo giallo-verde e la sua manovra "del popolo". Ecco i benefici per l'economia italiana derivanti dal mini-barile.

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Il petrolio verso i 55 dollari al barile è una mano santa per il governo giallo-verde e la sua manovra

Il bilancio per il mercato del petrolio è piuttosto pesante: da inizio ottobre ad oggi, le sue quotazioni internazionali hanno ceduto del 35%, passando dall’apice degli ultimi 4 anni superiore a 86 dollari a poco più di 56 dollari al barile per il Brent, mentre per il Wti si viaggia ormai a poco sopra i 45 dollari. E’ uno shock bello e buono, se pensiamo che alla fine di questa estate, gli analisti stessero interrogandosi sui tempi entro cui il Brent sarebbe tornato a 100 dollari. Sembrava questione di qualche mese, mentre è accaduto l’esatto contrario. Tanti gli elementi che hanno contribuito al dietrofront: rallentamento della crescita mondiale, tensioni commerciali, eccesso di offerta alimentato da un boom incessante dello “shale” USA, sanzioni americane contro l’Iran meno dure del previsto, il ritorno del super dollaro.

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Come sempre accade quando si registra uno shock sul mercato petrolifero, alcune economie ci guadagnano, altre ci perdono. E tra i papabili vincitori ci siamo proprio noi italiani, in qualità di importatori famelici di energia. Mediamente, compriamo dall’estero qualcosa come 2,2 milioni di barili al giorno. Sapete che c’è? Il governo Conte, nell’impostare la manovra di bilancio per il 2019, ha basato i suoi calcoli su un Brent del prezzo medio di 73,8 dollari al barile. Il dato non esce dal cilindro, ma si colloca un po’ al di sopra della media annuale al 30 settembre scorso, quando la manovra veniva redatta. Ad oggi, nonostante il crollo delle ultime settimane, la media annuale del 2018 resta superiore ai 72 dollari.

Bolletta energetica più leggera

Dunque, rispetto alle previsioni del governo, il petrolio ci costerebbe circa un quinto in meno, chiaramente nel caso in cui le quotazioni restassero ai livelli odierni. Per l’economia italiana, grasso che cola. Ipotizzando che il cambio euro-dollaro (i barili si acquistano in dollari) per l’anno prossimo si mantenga non più debole della media del 2018 di 1,18 (al momento, però, siamo sotto 1,14), sarebbe come dire che il governo Conte abbia stimato un costo per le importazioni del greggio intorno ai 59-60 miliardi di dollari per tutto il 2019, mentre ai prezzi attuali spenderemmo sui 45-46 miliardi, risparmiando 14 miliardi. Tradotti in euro e ai tassi di cambio attuali, farebbero sugli 11 miliardi in meno, lo 0,6% del pil.

Che cosa significa per il sistema Italia spendere di meno per il petrolio? Anzitutto, pagare una bolletta energetica nazionale più bassa. Famiglie e imprese avrebbero a disposizione diversi miliardi in più da destinare ad altre voci di spesa, ovvero da consumare per beni e servizi diversi da luce e carburante. Significherebbe ravvivare tutti i settori dell’economia diversi dal comparto energetico. E poiché si tratta di costi legati alle importazioni, la bilancia commerciale ne beneficerebbe, registrando un minore valore degli acquisti dall’estero e potenzialmente un maggiore valore delle vendite verso il resto del mondo, nel caso in cui il minore costo si traducesse in un abbassamento dei prezzi per il Made in Italy, sostenendone la domanda oltreconfine.

Siamo nel campo delle ipotesi, dei “se”, ma l’unica certezza è che produrre con un petrolio a 55-60 dollari per noi italiani sarebbe molto meglio che farlo a 75-80 dollari. Il mini-barile, poi, si porta dietro altri effetti collaterali positivi per l’economia, raffreddando l’inflazione e, quindi, inducendo la BCE a tenere i tassi bassi più a lungo o a intervenire con nuovi stimoli monetari, nel caso in cui le aspettative d’inflazione s’indebolissero per il medio periodo al di sotto della soglia di allarme (1,5%?). Tassi bassi indeboliscono a loro volta il cambio, altro punto in favore delle esportazioni. Una cosa, infatti, sarebbe vendere all’estero con un cambio euro-dollaro di 1,25, un’altra con un cambio a 1,15. Per contro, man mano che l’euro si dovesse indebolire contro il dollaro, l’effetto benefico del mini-barile verrebbe meno, in quanto a noi consumatori interessano i prezzi espressi nella nostra moneta e se il petrolio ci costasse il 20% in dollari e l’euro perdesse il 20% contro il dollaro, alla fine spenderemmo quanto prima.

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Gli altri effetti benefici per l’Italia

Tuttavia, difficile immaginare che il cambio euro-dollaro si deprezzi (molto) rispetto ai livelli attuali, anche perché la Federal Reserve oggi potrebbe annunciare l’ultimo rialzo dei tassi USA prima di prendersi una pausa non breve, mentre la BCE ha quanto meno ritirato il suo principale stimolo, noto come “quantitative easing”, a partire da gennaio. Dunque, la divergenza monetaria tra le due sponde dell’Atlantico non dovrebbe ampliarsi, anzi sarebbe destinata leggermente a restringersi, cosa che depone in favore di una tenuta del cambio euro-dollaro sui livelli attuali, magari sotto quota 1,20.

Di quanto verrebbe stimolata l’economia italiana con quotazioni del Brent a questi livelli? Dipenderebbe dalla propensione al consumo dell’extra-reddito da parte degli italiani. Trattandosi di minori costi sostenuti dalla generalità dei consumatori, potremmo anche immaginare che pressappoco tutto il risparmio per le famiglie si traduca in maggiori consumi di beni e servizi diversi da energia elettrica e carburante e che in parte si ravvivino proprio i consumi di quest’ultimo, in particolare, essendo gli automobilisti maggiormente propensi a fare benzina con un prezzo al litro intorno a inferiore a 1,50 euro per la verde, quando fino a un paio di mesi fa si era arrivati a 1,70. Da solo, il mini-barile non farebbe certamente miracoli, ma anche un paio di decimali ci aiuterebbero, data la crescita attesa sotto l’1% per il 2019 e considerando che già questo trimestre rischiamo di entrare tecnicamente in recessione, dopo il -0,1% accusato dal nostro pil tra luglio e settembre. E anche per questa via, la manovra “del popolo” troverebbe maggiore sostegno, beneficiando di un pil più robusto e verosimilmente di consumi complessivamente più elevati, con impatto favorevole sui conti pubblici.

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