Perché il petrolio soffre a causa della Cina e le quotazioni potrebbero non risalire più

Il crollo delle quotazioni del petrolio potrebbe essere strutturale e non passeggero. Ecco come la Cina, in particolare, sta colpendo la materia prima.

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Il crollo delle quotazioni del petrolio potrebbe essere strutturale e non passeggero. Ecco come la Cina, in particolare, sta colpendo la materia prima.

E’ stata una seduta perlopiù negativa la prima del nuovo anno per il petrolio, ieri. Le quotazioni sono scese fino ai 52,65 dollari al barile per il Brent e ai 44,50 dollari per il Wti americano. Sembrano lontani i tempi in cui superavano rispettivamente gli 86 e i 76 dollari, eppure parliamo solamente di tre mesi fa. In breve, gli analisti sono passati dal prevedere prezzi in risalita verso i 100 dollari a interrogarsi sulle ragioni del nuovo crollo, tanto che l’OPEC è dovuta intervenire con il secondo taglio dell’offerta in due anni, stavolta di 1,2 milioni di barili al giorno.

A preoccupare è quel persistente eccesso di produzione, che non ne vuole sentire di svanire. L’offerta è ai massimi storici negli USA, divenuta da pochi mesi prima produttrice mondiale con poco meno di 12 milioni di barili al giorno. Seguono Russia e Arabia Saudita, anch’esse a estrarre ai massimi di sempre. In tutto, fanno oltre 33 milioni di barili al giorno, un terzo dell’offerta complessiva.

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Dal lato della domanda, il bicchiere può essere visto mezzo pieno, se ci si rifà alle ultime previsioni di crescita dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), le cui stime parlano di accelerazione a +1,4 milioni di barili al giorno dagli 1,3 milioni del 2018. Tuttavia, all’orizzonte si scorgono diverse nubi sull’economia mondiale e le più fitte si addensano sulla Cina. Il tasso di crescita del suo pil contribuisce per oltre un quarto sul piano planetario. Ma il Dragone corre sempre più lentamente, vuoi per la prevedibile maturazione in corso, vuoi anche perché grossa parte del boom era stato finanziato a debito, la cui entità è salita ormai a livelli di allarme nel settore privato, attestandosi intorno al 250% del pil.

L’impatto della Cina sul petrolio

Nel terzo trimestre del 2018, la Cina è cresciuta del 6,5%, il minimo della forchetta perseguita dal governo di Pechino. Trattasi di una percentuale di tutto rispetto, se raffrontata con Europa e America, sebbene ciò evidenzi come il meglio del boom sarebbe alle spalle e da qui in avanti dovremmo convivere con tassi meno spettacolari.

E la Cina è diventata anche prima importatrice di petrolio con 9,61 milioni di barili al giorno nel mese di novembre, quasi un quinto del totale nel mondo. Dunque, tutto ciò che accade qui ha ripercussioni sul mercato del greggio, il quale non a caso risente negativamente del deprezzamento dello yuan, in quanto un cambio più debole rende più costoso per i consumatori cinesi acquistare petrolio dall’estero (in dollari).

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E non solo il Dragone rallenta, ma punta anche sulle auto elettriche. Lo scorso anno, ne sono state vendute per oltre 1 milione di modelli su un totale di circa 1,9 milioni nel mondo, incidendo per oltre la metà e in crescita di circa i due terzi rispetto all’anno precedente, quando di auto elettriche in Cina ne erano state vendute 600.000 su un totale di poco più di 1,2 milioni nel mondo intero. Adesso, la loro quota di mercato risulta salita a oltre il 6%, nettamente superiore al 2% della media mondiale. Entro il 2025, si stima che la quota salirà al 20-25%. Nel trimestre settembre-novembre, ad esempio, il numero totale delle auto vendute risulta diminuito, contrariamente a quelle elettriche. Ciò significa una sola cosa: il mercato di sbocco ad oggi più promettente per il petrolio rischia di diventarne la tomba, specie se si considera che anche l’India, l’altro colosso da 1,4 miliardi di abitanti/consumatori e in forte crescita economica, stia puntando sulle auto elettriche per combattere l’inquinamento.

Picco della domanda vicino?

E persino in Norvegia, uno dei principali produttori al mondo di petrolio, quasi un’auto su tre (31,2%) venduta nel 2018 è stata a batteria e l’obiettivo di Oslo consiste nell’eliminare le emissioni inquinanti dei nuovi veicoli entro il 2025. Tuttavia, stando alle previsioni dell’Aie, il boom delle auto elettriche rallenterebbe la crescita della domanda di petrolio, ma non ne avvicinerebbe il picco più di quanto pensiamo.

Entro il 2040, la flotta è attesa in salita a circa 280 milioni di veicoli, ma camion, aerei e navi spingerebbero la domanda a 105 milioni di barili al giorno. Nel frattempo, il riciclaggio della plastica, anche se raddoppiasse rispetto ai tassi del 2017, ridurrebbe la domanda giornaliera di 1,5 milioni di barili dai 5 milioni altrimenti attesi. E il report tiene conto anche degli incrementi di efficienza, senza i quali la domanda complessiva di energia più che raddoppierebbe entro il 2040, contro la previsione di base di una crescita del 30%.

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In sostanza, il mercato starebbe esagerando nel far schiantare le quotazioni del petrolio, confidando eccessivamente sulla capacità delle auto elettriche e delle rinnovabili di spiazzare il greggio sul piano dei consumi. E, però, c’è una variabile in grado di accelerare il declino dell’oro nero: i prezzi. Se il petrolio tornasse a costare 100 dollari, sarebbe un tonificante per i produttori di auto elettriche, dato che renderebbe la loro alternativa alle auto a benzina relativamente meno costosa. Dunque, rispetto a un passato non lontano, sembra che ormai le quotazioni tengano conto maggiormente del mercato delle rinnovabili, che non a caso ha iniziato a registrare tassi di crescita spettacolari proprio negli anni in cui il petrolio saliva sempre più di prezzo.

La stessa Aie ha stimato che le energie rinnovabili rappresenteranno il 40% della domanda mondiale tra un paio di decenni. Infine, quando le auto elettriche vendute saliranno a una percentuale critica nei mercati-chiave, il gioco potrebbe cambiare. Il maggiore prezzo di vendita e la bassa autonomia garantita ad oggi tengono lontana la gran parte degli automobilisti, ma chissà se, tra economie realizzate grazie a una produzione più massiva e l’adozione di batterie meno costose e più efficienti, tra qualche anno la corsa alle elettriche non avvicinerà davvero di qualche decennio il picco della domanda di petrolio. Se così fosse, molta della materia prima finirebbe di essere estratta dal sottosuolo non più per il suo esaurimento, come abbiamo sinora immaginato, quanto per la mancata convenienza economica.

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